Epidemia, stato di eccezione e potere: riflessioni a margine


31 Mar , 2020| -
|Visioni

La pandemia COVID-19, che in queste settimane sta dilagando in tutto il mondo, è all’origine di misure di contenimento radicali in vari Stati, tra cui in Occidente spicca per severità il modello italiano. Diritti fondamentali costituzionalmente garantiti sono seriamente sacrificati a salvaguardia delle vite umane. Dal che, sorgono inevitabilmente alcune domande cruciali in ambito sociale e giuridico.

Queste misure ‒ che comprimono le libertà personali come mai prima d’ora nella storia repubblicana italiana ‒ sono giustificate dalla gravità della situazione o rappresentano un arbitrio delle pubbliche autorità? In quale modo potrebbero esse incidere sui meccanismi di potere del Paese? Che approccio assumere nei loro confronti, come giuristi e come cittadini?

Ben consci dell’impossibilità, almeno per il momento, di dare risposte certe e definitive alle questioni che probabilmente in tanti ci staremo ponendo nel disorientamento di questi giorni, vorremmo provare a ipotizzare alcune linee di analisi e di proposta. Ci sembra opportuno cercare una via mediana tra l’orientamento di pensiero di chi cerca di giustificare acriticamente le misure attuali in blocco con tutte le politiche precedenti che hanno contribuito a lasciare il Paese impreparato di fronte alla crisi e l’orientamento di pensiero che, in nome di una protezione assoluta delle libertà personali, vorrebbe misure assai più blande di contrasto all’espansione del virus (in due varianti argomentative, per la verità, con tanti intrecci e sfumature intermedie: quella negazionista della serietà e della gravità dell’epidemia e quella “eugenetica” di lasciare la stessa fare il suo corso e chi muore muore e chi vive vive).

Che cos’è un’epidemia, per una società umana? È interessante, per esempio, la vivida descrizione che dà Canetti dell’archetipo collettivo dell’epidemia: “passa molto tempo prima che l’esito ultimo sia raggiunto, e quindi si vive tutti in un’eguale, terribile attesa, durante la quale si sciolgono i consueti vincoli degli uomini. Il contagio, che nell’epidemia ha tanta importanza, fa sì che gli uomini si isolino gli uni dagli altri. Il miglior modo di difendersi consiste nel non avvicinare alcuno: chiunque potrebbe già portare in sé il contagio. Alcuni fuggono dalla città e si disperdono nei loro possedimenti. Altri si chiudono in casa e non lasciano entrare nessuno. Ciascuno schiva gli altri. Tenere gli altri a distanza è l’ultima speranza. La prospettiva di vivere, la vita stessa, si esprimono per così dire nella distanza dagli ammalati”. Già il fatto che l’Autore collochi questa descrizione nella sua opera dedicata al tema “massa e potere” è emblematica del ruolo dirompente del topos dell’epidemia nella ri-definizione di meccanismi sociali fondamentali. Lungi dal trovarsi semplicemente al punto di prima, alla fine della crisi, ci si trova in un’altra situazione, con dei rapporti economici, giuridici e di potere politico che si sono sfilacciati, altri che sono mutati, altri ancora che si sono costituiti, magari inaspettatamente. I vincoli consueti si sciolgono, gli uomini si isolano: la società umana organizzata è quindi messa in discussione nei suoi presupposti stessi, quanto più è grave la minaccia incombente. È una battaglia ‒ come evoca ancora Canetti e dietro di lui tanti commentatori odierni ‒ del tutto particolare, in quanto “il nemico […] è nascosto, sempre invisibile; non lo si può colpire. Ci si può aspettare soltanto di esserne colpiti. La battaglia è diretta unicamente dalla schiera avversaria, la quale colpisce chi vuole e colpisce con tale frequenza che si deve ben presto temere d’essere tutti sopraffatti”. D’altronde, non è necessario essere degli studiosi dei comportamenti sociali per riconoscere nell’epidemia un momento del tutto eccezionale, in cui le vite e l’incolumità dei consociati sono radicalmente minacciati ed essi, per continuare a nutrire fiducia e a fornire il proprio apporto alla società, si aspettano da essa misure tempestive ed estreme, quale che sia il loro prezzo.

In ambito giusfilosofico, si presta bene, a questo proposito, la nozione schmittiana di “stato di eccezione”. Schmitt ritiene che le teorie giuridiche debbano essere collegate alle attuali situazioni politiche e sociali: la “situazione concreta” è preminente rispetto alle costruzioni astratte. Il “caso concreto” prende il nome di “stato d’eccezione”, istituto giuridico, concetto con una paradossale centralità rispetto all’ordine. Esso, in quanto non prevedibile, né preventivamente regolabile, diviene una concretezza non sussumibile in un sistema normativo, non traducibile in fattispecie, comportando, per l’effetto, la sospensione dell’ordinamento giuridico. Di qui, la distinzione tra previsione giuridica astratta e norma concreta. In altri termini, lo stato d’eccezione mostra ciò che la normalità non può rivelare. Tornando alle misure emergenziali, muoviamo dalle tesi per cui le misure adottate dallo schmittiano “sovrano che decide dello stato d’eccezione” sarebbero da ricondurre al concetto di “provvedimento”, il quale andrebbe determinato, ad avviso di Schmitt, a livello contenutistico da un dato di fatto concreto e dovrebbe essere pervaso da uno scopo obiettivo. Avrebbe, allora, il Governo, ad oggi, ecceduto nei propri poteri, e, ancora, avrebbe lo stesso, da ultimo, con i decreti emergenziali, commesso errori di valutazione nel rapporto mezzi-fini? Tale stato di eccezione e le conseguenti misure adottate sarebbero, per Schmitt, validi rispetto allo scopo e legittime in quanto adottate da un organo a ciò legittimato (magari per Schmitt la legittimità vacillerebbe per un incerto largo consenso del popolo nel “sovrano”). Ma pure non scomodando Schmitt e il dibattito con il suo avversario Kelsen – che tacciava lo “stato di eccezione” come “pre-giuridico” e indicava il potere costituente come fautore di un ordinamento giuridico che preveda e regoli ogni fattispecie – in un contesto emergenziale come quello attuale, sarebbe sufficiente ricondurre il discorso alla tutela dei diritti fondamentali alla vita e alla salute, previsti costituzionalmente, tramite un ampio e giustificato buon senso giuridico-politico che la salvaguardia dell’incolumità dei cittadini richiede. Infatti, senza inopportuni sconfinamenti di campo nella scienza medica, si può constatare come il Coronavirus COVID-19 sia altamente contagioso, con la capacità di infettare una porzione consistente della popolazione in tempi relativamente brevi, se non affrontato con misure estreme; si può altresì osservare come una percentuale rilevante degli infettati muoia o sopravviva solo dopo una lunga lotta con la morte nei reparti di terapia intensiva (intasati i quali, la percentuale di decessi diventerebbe molto più alta) e come questa percentuale divenga estremamente alta tra i più anziani e tra persone indebolite da patologie pregresse. La prospettiva, in assenza di interventi radicali, di un bilancio di vittime magari nell’ordine di grandezza dei caduti italiani in una delle guerre mondiali, concentrati tra i soggetti fisicamente più deboli, può con ogni probabilità dare luogo all’“eccezione” di cui parliamo.

Una volta argomentata l’esistenza di uno stato di eccezione, è opportuno valutare concisamente nel merito, rispetto a esso, le misure del Governo, in particolare di permanenza domiciliare obbligatoria e di interruzione progressiva della maggior parte delle attività economiche non indispensabili il cui svolgimento richiede l’assembrarsi in un luogo di lavoro. Proprie e consustanziali della normativa di eccezione sono la vaghezza della formulazione, la conseguente ampia discrezionalità del funzionario amministrativo chiamato a darne applicazione, il carente scrutinio giudiziale sulle decisioni di quest’ultimo (nella contingenza attuale, favorito dal funzionare a singhiozzo degli organi giurisdizionali in ragione dell’epidemia, oltre che dal fatto che il giudice non è immune dal clima morale della Nazione), la cultura della generalità del divieto e dell’eccezionalità delle libertà individuali (in particolare, in questo caso, di movimento e di impresa). Sotto questo profilo, è un dato di fatto che nessuna veste retorica di ordinaria legalità costituzionale abbia ricoperto veri e propri decreti da stato di eccezione. Peraltro, in tale ottica, l’effettiva, successiva condanna di chi sia stato denunciato dalle autorità impegnate a far rispettare i divieti non pare essere l’obiettivo primario di tale normativa: controlli efficaci a salvaguardia della salute pubblica devono essere oggi, e nell’oggi l’effetto deterrente è in massima parte destinato ad esaurirsi. Detto en passant, queste osservazioni meriterebbero un approfondimento più esauriente, valorizzando quegli studi che mostrano quanto il nostro Stato contemporaneo sorga tuttora, in un certo grado di continuità, sulle fondamenta dello “Stato di polizia” dei cameralisti, pronto a riaffiorare sotto una forma più esplicita ogni qualvolta sia evocato uno stato di eccezione.

Scricchiolano le critiche di chi vede nelle misure adottate un’eccessiva compressione delle libertà personali, in quanto, al contrario, si è verosimilmente mostrata dapprima insufficiente e comunque tardiva l’adozione di tali misure ‒ ed in particolar modo la chiusura delle attività d’impresa ‒, con l’effetto di ritardare pericolosamente l’auspicato calo nell’andamento dei contagi. Occorre richiamare brevemente alla memoria il filo del dibattito politico e dei decreti via via adottati, per rendersi conto di come in queste settimane sia andato in scena nient’altro che la più drammatica delle manifestazioni della lotta (di classe) tra capitale e lavoro, tra nudo e insensibile profitto e forza viva umana che anima il sistema produttivo, quel che la narrativa (forse non più) dominante della “fine della storia” à la  Fukuyama aveva cercato di farci dimenticare in questi anni. Si è così assistito a un succedersi di intenti di chiusura da parte delle autorità per salvaguardare le vite umane, di pressioni delle associazioni di datori di lavoro e dei politici loro beniamini per andare avanti nella normalità e di opposte spinte delle associazioni sindacali, uscite in Italia da un lungo torpore, per far chiudere ogni attività possibile, garantendo il sostentamento delle persone a casa, il funzionamento dei servizi essenziali e la continuità istituzionale della Nazione. Il graduale e contrastato affermarsi di quest’ultimo orientamento – anche in difformità da altre scelte inizialmente assunte in Occidente e offrendo un modello agli altri popoli – non era affatto scontato ex ante. Infatti, la voce collettiva dei lavoratori ha incontrato terreno fertile in una cultura arata dal solidarismo socialcomunista e da quello cattolico, a cui appariva intollerabile l’idea di sacrificare anziani e altri soggetti deboli in favore della continuità dei profitti. Adottate le misure attuali, il Paese ha ancora molto da fare per resistere e poi risollevarsi, lasciando finalmente alle spalle gli infausti dogmi economici del neoliberismo.       

Un filone autorevole di pensiero ha individuato in una forma di stato di eccezione permanente un dato costitutivo della gestione del potere ai nostri tempi, con un effetto compressivo della democrazia e, da ultimo, di mantenimento strategico dell’arbitrio decisorio economico e politico in capo a élite ristrette. Queste analisi possono fornire chiavi di interpretazione su momenti oscuri della vita collettiva nazionale e internazionale, dalla strategia della tensione alle guerre post 11-settembre. Ma, nella contingenza attuale, questo tipo di analisi sembra avere portato ad esiti fuorvianti. Tra le tante conseguenze negative dell’eccezione permanente ve n’è una paradossale: quella di addensare sulla nozione stessa di stato di eccezione una tale abitudinarietà, da rendere sempre più difficile, per le voci critiche, riconoscere nella sua realtà l’eccezione stessa, quando essa si presenta. Scrive Agamben, su “Il manifesto”: “si direbbe che esaurito il terrorismo come causa di provvedimenti d’eccezione, l’invenzione di un’epidemia possa offrire il pretesto ideale per ampliarli oltre ogni limite. L’altro fattore, non meno inquietante, è lo stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui e che si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale. Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo”. Insomma, la normativa di contrasto all’epidemia induce e amplifica la paura. È vero. Ma la paura è sempre un sentimento malsano? O è forse anche un sentimento prezioso e funzionale alla nostra stessa preservazione? La paura in sé va sempre semplicemente combattuta? O può talvolta essere uno stimolo indispensabile per combattere la causa reale che ne è all’origine? La paura è sempre nemica del coraggio e dell’orgoglio? O può talvolta fondare un certo coraggio e un certo orgoglio? L’analisi sopra menzionata sembra fondarsi proprio su un presupposto non rispondente alla realtà di oggi, forse con una sorta di identificazione fallace della mentalità della nostra borghesia con quella dell’anziano Luc-Esprit Gillenormand dei “Miserabili” di Hugo. Invece, lungi da una tale banalizzazione, la difesa dello status quo, oggi, non passa per la repressione popolare con i cannoni e con le mitragliatrici ‒ perché a sommergere le voci dissenzienti provvede il caleidoscopio di opinioni urlate tra televisioni e social network ‒ e non vuole sudditi silenti, bensì moltitudini operose, sciamanti e loquaci, nel processo sfrenato di iperproduzione e ultraconsumo che proprio le misure di contenimento hanno stoppato. Questo basta a rendere evidente come le misure anti-epidemia non siano affatto funzionali alla riproduzione dei rapporti economici e di potere correnti. Insomma, l’adozione di provvedimenti di eccezione non è stavolta uno strumento volto all’autotutela dei profitti economici, il cui interesse sarebbe al contrario quello di mandare avanti sempre e comunque la macchina di produzione e consumo. Essa pare al contrario, per una volta, l’espressione genuina del sano sentimento popolare di umana solidarietà, di priorità delle vite umane sui profitti. Un portato di civiltà che non è affatto scontato, che in Italia in questi giorni si è affermato faticosamente solo dopo vari errori, contraddizioni ed esitazioni della classe dirigente. Ebbene, per contraddittorio che sembri, è nostra opinione che la cultura dello stato di eccezione permanente di questi anni – mascherato da estrema esaltazione delle libertà di individui/produttori/consumatori ridotti a monadi permanentemente ripiegate su se stesse – si manifesterebbe proprio nell’accettare lo scenario di falcidia di vite umane di fronte a cui il Coronavirus ci mette, mentre l’adozione transitoria del più radicale stato di eccezione, come si sta provando a fare oggi in Italia e come si è fatto già prima in Cina, sia invece apprezzabile in questa contingenza come la manifestazione dei più alti sentimenti di solidarietà umana e di progresso sociale che la nostra Costituzione incarna.

Occorre anche cautela a identificare troppo banalmente stato di eccezione e caduta in un regime autoritario permanente: all’indomani della Marcia su Roma, la mancata dichiarazione da parte del Re di uno stato di eccezione non contribuì forse in maniera decisiva alla formazione di quello stato di eccezione permanente che fu il fascismo al potere? E lo stato di eccezione dei decreti luogotenenziali non fu forse un passaggio fondamentale per sbarazzarsi finalmente di quello stato di eccezione permanente del fascismo? Sarebbe naturalmente sbagliato adagiarsi su questi esempi per sostenere che l’ingresso nello stato di eccezione dovuto al Coronavirus sia serenamente privo di pericoli per la democrazia. Ma, contro di essi, non vi è scappatoia legalistica che non finirebbe travolta dal panico in cui sfocerebbe la mancata gestione con strumenti di eccezione dell’epidemia in atto. Vi è solo la forza dei valori costituzionali di cui è custode ultimo il popolo, quel popolo italiano che ha saputo prendere in mano il proprio destino nei momenti più duri della propria Storia, dal Risorgimento alla Guerra di Liberazione. In esso, e non nella classe politica lasciata a se stessa, nella vigilanza attiva di noi tutti occorre avere fiducia affinché lo stato di eccezione non duri un giorno in più del dovuto. Un’ultima osservazione. Si è detto che ogni passaggio per uno stato di eccezione rappresenta un momento di rottura, alla conclusione del quale non ci si ritrova semplicemente al punto di prima, come se nulla fosse stato. Il punto di prima era stato da più parti definito come un “momento Polanyi”, in cui le società sono talmente minacciate dal potere dilagante dei mercati, da cercare contro di esse la protezione dello Stato, come era accaduto negli anni ‘30 dando origine per un versante ai fascismi, per un altro al New Deal americano. L’emergenza attuale sembra velocizzare di molto l’arrivo della fase critica in cui i popoli saranno chiamati a scelte decisive che ne determineranno a lungo il cammino nella Storia. Se c’è un momento in cui si possono rimettere in discussione le follie dell’ubriacatura neoliberista-globalista e chiamare a risponderne politicamente i principali attori, quel momento è arrivato. Anche a livello internazionale, si sta dimostrando quanto si può contare su certi supposti alleati, laddove emergono amici inaspettati. Allora, che questa nuotata necessaria nello stato di eccezione rappresenti un’occasione per rimettere in discussione, in senso progressista, lo stato di eccezione a cui siamo ormai avvezzi perché ci galleggiamo da anni! Ed ecco i veri connotati dello “stato di eccezione permanente”: l’ideologia nefasta del vincolo esterno come limitazione alla sovranità democratica popolare ‒ a partire dall’introduzione all’apice del nostro ordinamento del vincolo di bilancio e dall’accettazione di una valuta non controllabile; i dogmi del libero mercato al disopra della solidarietà sociale e di una pubblica funzione di programmazione economica; la globalizzazione e le delocalizzazioni senza più alcun controllo; la finanziarizzazione illimitata dell’economia; le idee esiziali che si possa tagliare a volontà sanità, istruzione, formazione e ricerca pubbliche; l’atomizzazione della responsabilità politica e del ruolo redistributivo dello Stato in molteplici livelli di governo regionale. Allora, che questo stato di eccezione permanente, con la classe dirigente che ha pavidamente avallato lo stesso, possa diventare presto solo un brutto ricordo, insieme allo stato di eccezione contingente dovuto all’epidemia!

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