Perchè la fionda?


31 Mar , 2020|
|Visioni

Perché è lo strumento di chi si ribella all’oppressione.  Di chi non può contare su grandi risorse materiali né gode di protettorati mainstream, ma mira dritto perché ha il coraggio delle idee. La forza dell’irriverenza, che fa analizzare in contropelo i luoghi comuni. La passione intellettuale e politica di chi non aderisce alle idee ricevute, ma sottopone tutte le tesi a una verifica attenta. L’ostinazione ragionata di chi non ha paura di smentire la propaganda, squarciando il velo della post-verità del sistema neoliberista.  La lucida coerenza di non negare i fatti, o edulcorarli, per approfondire e cercare di capire di più, senza fermarsi di fronte alle convenienze, alle interpretazioni di comodo.

La fionda è uno spazio pluralista e libero di elaborazione culturale e politica, promosso da una comunità di persone che condivide alcune precise idee – statualiste, autenticamente democratiche e antiliberiste -, senza compromessi contraddittori né opacità furbesche. Ma che ha l’autentico desiderio di confrontarsi, di dare luogo a un dibattito vero, fecondo, senza tabù.  Questo deve essere il tempo della nitidezza e dello spirito critico che non arretra di fronte a nulla. Solo così sarà possibile ripartire non gattopardescamente, ma cambiando paradigma.

La fionda di Davide contro Golia. Ma anche la fionda di Gian Burrasca.    

In questo sito-rivista si parla di cose serie, non di sovranismo, moltitudine, democrazia sovranazionale e governo mondiale, diritti dei consumatori al posto di quelli dei cittadini, virtù del mercato da contrappore allo Stato, e via cantando con i ritornelli del  neoliberalismo, nelle sue varie declinazioni, e dell’alterglobalismo, viziato di sulbalternità culturale e antistatualismo.    Un orizzonte che è stato egemonico e  che  oggi sta miseramente fallendo, ma che deve essere sostituito, per evitare guai peggiori,  da un nuovo assetto che nasca dalla rottura con  quei  dogmi.  

Si parla di cose serie come lo Stato costituzionale, la sovranità democratica che vuol dire   partecipazione e deve andare a braccetto con le regole dello Stato di diritto,  il Welfare (che significa sanità, scuola e piena occupazione, non protervo paternalismo),  la necessità di  un grande progetto collettivo di rilancio della cultura popolare, per recuperare dagli effetti devastanti dell’omologazione mercatista, un impegno ecologico non retorico, che metta al centro la questione della produzione e del finanzcapitalismo, un vero internazionalismo come fonte di lotte comuni e solidarietà tra popoli, che non neghi affatto i territori e i diversi contesti culturali, ma cerchi di unire le forze contro l’effettivo nemico comune (il neoliberismo), il tema dei diritti  da valorizzare come fronte emancipativo collettivo, espressione del principio moderno, ma non liberale,  della soggettività in relazione, per far avanzare insieme diritti sociali e civili, e non compensare tristemente la demolizione dei primi con i secondi, tradendone il senso e il valore.  

Si tratta di tornare ad imparare, oggi, dalla lezione del “momento Polanyi” (gli effetti distruttivi del laissez-faire producono bisogni di protezione da riconoscere e accettare come legittimi, per declinarli democraticamente, altrimenti saranno capitalizzati da forze reazionarie). Così come dalla saggezza delle analisi di Keynes (un genio benemerito, rimosso come un pericoloso eretico dai neoliberisti, ma guardato con sospetto anche a sinistra): idee da rilanciare, ma naturalmente anche da ripensare, non per attutirle, però, bensì per trarne visioni radicali all’altezza della crisi che abbiamo di fronte, seguendo la stella polare di un concetto di libertà non economicistico, ma politico, che non disdegna affatto quei bisogno di comunità e protezione che possono e debbono essere declinati pluralisticamente, civilmente, com’è accaduto in altri fasi storiche, ad esempio nel secondo dopoguerra. 

Qui non troverete l’ideologia “luogocomunista”: quella secondo cui lo Stato non serve a niente, la sovranità non c’è più, lo Stato nazione è un relitto, esiste un ordine globale, la democrazia sovranazionale basta volerla ed eccola che appare,  le identità vanno sempre rigettate, anche se pensate come accumuli di artificialità, sedimentazioni storico-culturali in lento divenire (quali sono), l’Europa e l’euro non vanno bene ma bisogna tenerseli, i populisti sono brutti e cattivi e se li eliminiamo l’Occidente tornerà il migliore dei mondi possibili (ma non ci saranno delle cause, delle “ragioni” del populismo? E non è che invece di ricercarle nella presunta ignoranza del popolo, o nel rifiuto retrogrado dei cambiamenti, bisogna andare a scavare negli interessi autoreferenziali e nell’arrogante cecità di élites ormai screditate?). Sacerdoti e vestali del neoliberismo, che nonostante i fallimenti a ripetizione delle loro ricette ritengono che l’unica strada sia ribadire i loro dogmi,  imponendoli con maggior forza e intensificandone l’applicazione, assomigliano agli Inquisitori che imposero a Galilei l’abiura, rifiutandosi di prendere atto dell’evidenza. Qui invece, con La fionda, si propone un bel bagno di realismo critico, per affrontare l’interregno in cui siamo precipitati: un’analisi spietata delle trasformazioni che stiamo vivendo e delle sue cause (senza astrazioni vacue da acchiappafarfalle), e proposte coraggiosamente fuori dal coro.  

Noi pensiamo che occorra superare il normativismo astratto del “post-” (statuale, sovrano, nazionale, democratico, politico). Ripartendo da un’ovvia verità: che senza sovranità statale democratica è impossibile una politica autonoma, tantomeno una politica che punti all’attuazione del progetto sociale delineato dalla nostra Costituzione. Di crisi dello Stato si parla da più di un secolo: ma non sono emersi sostituti. Si tratta di avere ben chiaro che lo Stato costituzionale o è keynesiano, o non è: perché solo le politiche di piena occupazione e i diritti sociali, la centralità della domanda interna e del conflitto distributivo, possono imporre al capitalismo almeno un compromesso, senza il quale i presupposti stessi di una democrazia presa sul serio vengono demoliti (come Wolfgang Streeck, tra gli altri, ha messo bene in evidenza). 

Solo un’unità politica pluralizzata, differenziata al proprio interno ma capace di decisioni indipendenti, può costituire il contenitore di quei soggetti e corpi intermedi nei quali il “popolo” deve articolarsi per non essere un magma indistinto, disponibile ad ogni avventura passivizzante.  Solo entro uno spazio politico concreto, territorializzato, è possibile ricostruire una rappresentanza politica del conflitto sociale che abbia la capacità di incidere, di spostare i rapporti di forza, di   non subire diktat tecnocratici dai “poteri indiretti” economici.  Il realismo politico non è affatto necessariamente quietista, cinico, rassegnato: così va il mondo ed è immodificabile (secondo gli stilemi  di un certo elitismo). Abbiamo bisogno di un realismo critico che sappia interpretare la nuova questione sociale, riconoscendo spietatamente la fondatezza delle ragioni che hanno condotto al disconoscimento da parte dei ceti popolari della sinistra tradizionale e radical, in virtù della sua subalternità al discorso neoliberale. 

Il vero nodo è il recupero di uno spazio concreto di autonoma azione collettiva, dove sia possibile agire il conflitto e non ci siano “piloti automatici” che impongono decisioni dall’alto, prospettate come necessità tecniche, aggirando di fatto la democrazia.  Per far avanzare il dibattito, occorre uscire dalla tenaglia globalismo (neoliberale)-nazionalismo, contrastando l’affermazione di una sorta di monopolio della critica della globalizzazione da parte di chi spesso cavalca  i temi sociali, ma a fini regressivi.

Occorre avere il coraggio di mostrare l’inconsistenza di una serie di dogmi su cui si fonda la semplicista filosofia della storia global-progressista, che scambia il globalismo per universalismo critico: l’idea dell’unificazione politica dell’umanità come un destino, che si fonda su un fraintendimento dei processi materiali e tecnologici di interconnessione globale, peraltro oggi bloccati. Questi, in ogni caso, non implicano affatto l’unità politica del mondo, che resta un pluriverso di soggettività politiche, interessi e identità: e per fortuna, perché altrimenti saremmo di fronte a un progetto di omologazione, una sora di global-autoritarismo, che appiattirebbe tutte le differenze, suscitando refrattarietà ed esplosioni di violenza incontenibile (una sorta di guerra civile globale).

Un altro assunto per nulla ovvio e anzi fuorviante è quello che dà per scontata l’analogia tra l’integrazione europea e l’unificazione degli Stati nazionali europei. Le differenze invece sono evidenti, macroscopiche: i soggetti e i contesti sono differenti; non ci sono alle viste (per fortuna!) guerre di indipendenza e/o di conquista; mancano i presupposti culturali, linguistici, letterari comuni che hanno alimentato i movimenti di liberazione nazionale (dov’è la “nazione” europea?); manca  un’ideologia comune (anzi assistiamo oggi alla crisi della narrazione europeista). Constatare queste ovvie verità non vuol dire chiudersi in micro-comunità tribalistiche, ma comprendere che la cooperazione, anche in Europa, può essere rilanciata solo a partire da una ridemocratizzazione del livello statale e da un nuovo protagonismi di forze socialmente emancipative e autenticamente popolari sui vari spazi nazionali.

Identificare nazione e nazionalismo è un’assurdità: come ha mostrato un grande costituzionalista tedesco, cattolico e socialdemocratico, Ernst Wolfgang  Böckenförde, la nazione ha preso il posto della religione come collante degli Stati secolarizzati. Oggi, è chiaro che la nazione non può svolgere quella funzione di mobilitazione che ha svolto in passato (nell’Ottocento, pensiamo a Mazzini, in una chiave democratico–repubblicana, nella prospettiva della primavera dei popoli), ma ciò non toglie che, anche dopo il disastro delle due guerre mondiali, l’interesse nazionale viga (realisticamente ad esso si attengono gli Stati, in primis i più forti in Europa, come la Germania) e che di un terreno comune, di un vincolo prepolitico ci sia bisogno, per esistere politicamente. Le società di massa sono state integrate grazie al Welfare e a una forma di patriottismo costituzionale denso, non formalista. Sarebbe bene ricordarcelo, e non buttare il bambino con l’acqua sporca. Separare l’orizzonte materiale degli interessi e dei rapporti di forza e quello simbolico dei principi e delle egemonie culturali  è un errore esiziale.

Bisogna capire fino in fondo perché la classe dirigente del nostro Paese abbia ritenuto a un certo punto che non ci fosse alternativa al “vincolo esterno”. Evidentemente ha prevalso una visione disperata del Paese. Hanno pesato anche pressioni esterne, che un sistema  indebolito e sotto attracco non ha saputo o voluto respingere? Come si è potuto pensare, anche tra gli eredi della sinistra italiana,   che fosse   possibile far pagare i prezzi derivanti da questo vincolo  ai ceti popolari (che in teoria si sarebbe dovuto rappresentare), senza pagare pegno, e  che questo fosse un progetto giusto, da perseguire? In ogni caso, c’è un dato eclatante davanti ai nostri occhi:  non siamo affatto migliorati, in questi decenni post-Maastricht. Il vincolo esterno non ci ha guariti, ma anzi ha aggravato pesantemente le nostre zavorre precedenti, aggiungendone di altre, legate ad esempio alla natura contradditoria dell’euro. Una moneta senza Stato, mai vista nella storia, che invece di generare convergenza mette in concorrenza i Paesi che l’hanno adottata e impone politiche deflattive incompatibili con la prosperità sociale e la tenuta del vincolo politico, oltre che, nel nostro caso, con il nucleo fondativo  delle nostra Costituzione, in particolare gli articoli 1 e 3. Nella tabuizzazione dell’euro ha giocato anche una dimensione simbolica: la pace post-bellica in Europa (da attribuire però, nel bene  e nel male, soprattutto al mondo diviso in due e alla Nato),  lo sviluppo, sulla base di tali premesse geopolitiche, di una positiva cooperazione commerciale, giuridica e culturale: tutte cose possibili anche senza l’euro (infatti i maggiori successi dell’integrazione europea si sono avuti prima). Ma certamente ha agito anche una sfiducia profonda nel Paese, diffusa tra le sue élites. Le radici storiche di questo riflesso condizionato sono antiche: la fragilità dello Stato e dell’identità nazionale, l’unificazione tarda, l’abitudine a domini stranieri. E del resto le zavorre ci sono, così come i motivi per diffidare delle classi dirigenti italiche (certamente non solo di quelle politiche). Ma siamo sicuri che questa ricerca ossessiva di un vincolo esterno non sia stato anche un alibi deresponsabilizzante? E poi, è bene diffidare delle letture moralistiche della storia repubblicana: quelle zavorre, quei limiti non hanno impedito negli anni Sessanta e Settanta un mutamento profondo del Paese (pur con tutte le contraddizioni).  In realtà, si manifesta in quella diffidenza  quell’antica separatezza, quel senso di estraneità delle classi dirigenti borghesi, ma anche degli intellettuali radicali, rispetto ai ceti popolari, che era una questione già individuata chiaramente da Gramsci, come un rischio anche per la stessa tradizione del movimento operaio organizzato: i post-comunisti, dimentichi di Gramsci,  non ne sono stati affatto immuni.   C’è poi un problema di blocco di interessi: imprese che esportano, rendita finanziaria, sistema mediatico mainstream, chi ha molto da perdere oppure anche poco, ma è spaventato. Mentre lavoratori dipendenti, giovani, disoccupati, precari, piccoli imprenditori, chi vive di domanda interna e di investimenti pubblici, è alla corda. Ma attenzione, perché il mito (peraltro iniquo) della società dei 2/3 è tramontato da un pezzo. Anzi, ora siamo di fronte a uno shock sistemico: il coronavirus fa da detonatore a una situazione che era già  fragile.  Ora bisogna evitare la “fuga nell’astratto”, nel post-politico: è il momento di un pensiero critico concreto, di un agonismo non parolaio, che tagli i ponti con normativismi autoreferenziali e post-modernismi vaghi e irresponsabili. È venuto il tempo di fare i conti fino in fondo con il “trentennio inglorioso” del neoliberismo. Di fronte a chi ha difeso a prescindere, sempre e comunque, l’Europa dell’euro e le “riforme”  neoliberali, e oggi si sveglia scoprendo che di fronte a un grande pericolo l’Europa non c’è, occorre ribadire con fermezza: è tardi. Chi ha cavalcato lo slogan “più mercato e meno Stato”, chi ha imposto e difeso le privatizzazioni che hanno svenduto parte significativa del patrimonio pubblico del Paese, chi ha propagandato la  precarizzazione  svalutando il lavoro e la sua dignità, chi ha devastato scuola e università rincorrendo modelli privatistici e manageriali privi di spessore culturale e critico, non potrà prendere in mano la ricostruzione del Paese.  Chi oggi finge di accorgersi della realtà, forse perché potrebbe crollare il castello di carta dell’euro ed essere travolta la stessa Unione Europea, dov’era quando si trattava dei bambini greci lasciati senza cure, dei tagli allo Stato sociale, del sotto-finanziamento della sanità, dell’impoverimento dei ceti popolari?  Erano forse considerati   dei  costi sostenibili, da scaricare sulla democrazia, su ultimi e penultimi, aizzandoli l’uno contro l’altro?  Salvo stracciarsi le vesti per i populisti”, rimuovendo le cause di una crisi d’autorità che non è certo colpa di chi, tagliato fuori e inferiorizzato, manifesta il proprio no. Il perbenismo peloso dell’establishment è intollerabile. Per ripartire davvero, bisognerà avere molta memoria, fermezza, proposte alternative, per non transigere con una  classe dirigente irresponsabile e fallimentare, cinica e cieca, che aspetta di riciclarsi. La fionda serve per liberarsene.

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