Dalla crisi sanitaria alla recessione. Pensare l’impensabile


3 Apr , 2020|
|Visioni

Il predatore

Alcuni vecchi vizi non passano mai. Elencando tutta una serie di stanziamenti di fondi per combattere la attuale crisi sanitaria mondiale e mitigarne la conseguenze economiche, il presidente della Banca Mondiale David Malpass butta lì un inciso che suona molto perversamente familiare.

“I paesi dovranno implementare riforme strutturali per accelerare la ripresa […] Con quelli che hanno un eccesso di regolazioni statali, sussidi, barriere doganali e litigiosità dovremo lavorare per favorirne le prospettive di mercato, di scelta e più rapida crescita”.

Poi promette lo stanziamento di 150 miliardi – di cui al momento non è chiaro quanto di essi siano nuovi finanziamenti o quanti aggiuntivi a quelli già previsti e se vi saranno delle condizionalità.

A quanto pare, con la pronta rapidità del predatore che fiuta l’odore del sangue l’emergenza viene colta al balzo per imporre proditoriamente le solite politiche pro-mercato, pro-concorrenza. Non c’era da aspettarsi altro dall’ex capo economista di Bear Strearns – la famosa banca d’affari travolta dalla crisi a marzo 2008 – già colaboratore di Reagan e passato a Trump, il cui memorabile editoriale sul Wall Street Journal del 7 agosto 2007 suonava: “Don’t Panic about the Credit Market”.

Ma per capire i possibili sbocchi dello scenario attuale – approfondire le gerarchie sociali, o scrollarsele di dosso – occorre cercare di capire l’ampiezza e la profondità dei problemi che si profilano all’orizzonte.

Nubi fosche

Sul piano economico ci sono davvero pochi dubbi che vi sarà una recessione. A partire da uno dei falchi della ortodossia austeritaria, il tedesco Jens Weidmann secondo il quale “una recessione tedesca adesso è inevitabile”.

Ma facciamo un passo indietro. Una analisi di UNCTAD mostra come la movimentazione di merci, leggendo vari dati sul trasporto di containers e prodotti petroliferi, fosse già in leggera caduta dall’agosto 2018 e abbia manifestato una decisa traiettoria verso il basso fra gennaio-febbraio 2020.

La flessione del commercio internazionale converge con varie analisi che già facevano presagire burrasca per la crescita mondiale: già il FMI nel suo Outlook di ottobre 2019 la coglieva, oltre a un calo della produzione industriale a livello globale. Da parte loro le Nazioni Unite nel non meno massiccio World Economic Situation and Prospects 2020 facendo presente che nel 2019 si era registrata la peggiore crescita del PIL  e del commercio mondiale dalla crisi 2007-08 intravedevano una forte fragilità delle prospettive future.

Se la situazione a fine 2019 era (metaforicamente) una cristalleria, possiamo dire che è entrato un colpo di cannone più che un elefante.

L’altro contagio

Per iniziare a riflettere sulle conseguenze di medio-breve e lungo termine sull’economia si devono considerare gli impatti delle misure restrittive imposte dai governi. Basti pensare al fatto che con il lockdown dell’India la cifra delle persone confinate a casa (con gradi diversi di severità) oltrepassa abbondantemente i due miliardi. Il calo della domanda (consumi) dovuto a tali politiche è difficilmente calcolabile, ma si prefigura anche un decisivo crollo sul versante dell’offerta. L’importanza della congiunzione di tali fattori, secondo un consenso che spazia dall’economista marxista Emiliano Brancaccio alla attuale direttrice del FMI, sarà decisiva tanto per la severità del crollo quanto per le eventuali soluzioni.

Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica è giustamente concentrata sugli sforzi per contenere la pandemia, possiamo rivolgere l’attenzione alla forma di contagio che assumerà la crisi sul piano economico. Se l’interazione fisica delle persone ed il loro movimento (da paese a paese e attraverso di essi) è il veicolo del covid-19, la crisi sprigionata nell’economia reale si spande attraverso le connessioni del commercio internazionale, proporzionalmente alla sua grandezza. Tutti i maggiori paesi europei hanno una quota di pil coinvolta in esportazioni ed importazioni estremamente alta.

Paese % Trade (Export+Import) sul PIL (dato 2018)
Italia 60,40%
Francia 63,40%
Germania 88,60%
Spagna 59,40%
UK 61,70%

Fonte WB

Gli USA presentano un più modesto 27,5% ma il loro caso è ancora più cruciale: il loro robusto deficit commerciale (stimato in 619 mld nel 2018) fornisce una domanda a molti paesi. In sintesi la interconnessione di economie che hanno puntato all’esportazione anziché basarsi sulla domanda interna presenta oltre ai ben noti lati negativi una fragilità molto significativa. A mano a mano che il contagio (economico) si sposta dai settori più colpiti agli altri all’interno dei paesi, lungo le direttrici dei flussi commerciali la crisi si propaga dalle economie più colpite a tutte le altre. Le prossime rilevazioni del PIL saranno un bagno di sangue.

Le conseguenze più prevedibili sono senza dubbio la pressione sui bilanci pubblici e un aumento della disoccupazione: due fattori collegati, dato che al minor prelievo fiscale si somma la crescita dei vari ammortizzatori sociali che i governi stanno approvando in gran fretta. Se un calo del debito pubblico per l’Italia sembra un’eventualità meno realistica di Star Wars, il rapido aggravarsi della situazione in Spagna e Francia (entrambe con un debito pubblico qualche punto sotto il 100% del Pil) potrebbero arrivare a livelli simili, e due dei paesi che maggiormente si basano sul turismo, Grecia e Portogallo, hanno già un debito molto alto. Tre dei più importanti paesi della Ue con un parametro così clamorosamente fuori della insistita soglia del 60% sul PIL nella governance unionista difficilmente può lasciare le cose come stanno.

Le previsioni sulla entità del crollo dell’economia si scontrano con la incertezza della durata del blocco. Moody’s butta là una contrazione di -2,7% PIL eurozona, con picchi di  -5,7% e -7,4% nel corso del 2020; Ashoka Modi prevede un -3% PIL italiano. Altri fanno previsioni ancora peggiori ma il quadro è troppo in movimento perché siano affidabili. Sicuramente più colpiti sono i settori di turismo, negozi, ristorazione; ad esempio una indagine della FIPE (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) di marzo mostra che il 92% delle imprese di ristorazione vede una contrazione del fatturato; del 30% per oltre la metà di esse. Dato che indubbiamente peggiorerà nel mese seguente.

L’esperienza della crisi del 2007/08 mostra chiaramente la fragilità di un mondo del lavoro con forte componente di autonomi, precari e contratti a termine. Il motivo è intuitivo: i licenziamenti per motivi economici sono più lenti rispetto alla risoluzione di contratti a chiamata o rapporti di collaborazione. Bisogna evidenziare il gran numero di lavoratori in tali condizioni: ISTAT a dicembre scorso censiva 3.123.000 lavoratori a termine e 5.255.000 autonomi.

Se consideriamo oltre ai livelli assoluti la prospettiva temporale vediamo che in UE rispetto al biennio 2009-10 (crisi dei debiti sovrani) l’occupazione temporanea è rimasta stabile, se non accresciuta in diversi casi: la figura mostra la % di contratti temporanei.


Lo stesso dicasi per la fasce giovanili, ma con percentuali drammaticamente più alte ed un incremento ancora più accentuato!

La lezione del 2007/09 non ha spinto i governi a creare un mondo del lavoro più stabile e garantito. E questo viene drammaticamente disvelato dalla nuova crisi.

Pensare l’impensabile

A fronte di tutto ciò governi ed istituzioni stanno agendo con gran fretta, accantonando con spregiudicatezza dogmi e posizioni difese per anni interi. Un po’ come nel 2001 quando decenni di animosità dei repubblicani contro lo Stato federale (“lo Stato è il problema”, diceva Reagan nel discorso di investitura) vennero bruscamente sostituiti nei discorsi di Bush jr. con una celebrazione di pompieri e dipendenti pubblici come salvatori della Nazione. O come (ancor più indicativamente) nel 2007-2010 in cui la rutilante retorica sulle virtù di competitività e mercato vennero offuscate dalla necessità di salvare le banche (private) con soldi pubblici.

Olivier Blanchard, autore del manuale di macroeconomia più conosciuto nelle facoltà, nonché riferimento delle correnti più rigoriste (quelle che vogliono cancellare quota100 e Reddito di cittadinanza perché costerebbero troppo) lo dice fuori dai denti: quella contro covid-19 è una guerra e in queste circostanze si fanno deficit massicci.

Per i falchi di “deficit zero” (parlando del bilancio pubblico) si tratta di pensare l’impensabile. L’influente economista Jordi Gali da parte sua invoca un massiccio finanziamento da parte della banche centrali. Mario Draghi, un nome che non ha bisogno di presentazioni, invoca un massiccio aumento dei debiti pubblici per tutelare l’economia (come se fossimo in guerra” (pure lui).

Se i commentatori più importanti cambiano la loro linea così improvvisamente (tirandosi dietro lo sgradevole codazzo di mediocrità da talk show che avendo pappagallescamente ripetuto la linea dominante ieri lo faranno sicuramente anche domani con analoghe inversioni a U) Stati e istituzioni oscillano fra la fretta e il panico. Molte banche centrali si sono messe in moto, tagliando bruscamente tassi d’interesse: dalla FED alla Bank of England a istituti di paesi più periferici come Mongolia ed Egitto, sono 39 i casi di politiche monetarie più espansive già nella settimana intorno al 21 marzo.

Nella Ue al momento si naviga a vista. Sia la Commissione che la BCE hanno fatto una rapida marcia indietro: la prima se aveva affermato che il Patto di Stabilità consente tutta la flessibilità necessaria lo ha poi sospeso (non si sa bene per quanto o in che termini, esattamente). La seconda, dopo una catastrofica comunicazione secondo la quale non sarebbe suo compito calmare gli spread (cioè la differenza del costo dei governi per farsi prestare i soldi dal mercato di capitali) ha fatto una curva ad U precipitandosi a pubblicizzare la sua politica espansiva – smentendo, sia detto en passant, tutti coloro per cui lo spread era interamente determinato dalla “credibilità” del paese. Al momento pare consumarsi uno scontro con toni di asprezza inedita fra i governi degli Stati membri fra chi difende, col coltello fra i denti, ad oltranza i “sacri” dogmi sanciti dall’eurozona (a fronte dei quali anche la “sinistra di classe” in genere farfuglia penosamente) e chi si trova nella necessità di infrangerli – anche solo per tutelare i propri interessi oligarchici interni.

Le settimane che seguono faranno capire cosa possiamo aspettarci come risposte alla recessione globale che si approssima. Pare oramai scontato che il vecchio paradigma non offre spazi di agibilità per fronteggiarla, e intestardirsi ad importlo da parte della Germania e dai suoi alleati non può che generare frizioni così sostanziose da minacciare la coesione comunitaria in modo definitivo. Ma anche una vittoria di una visione più interventista da parte di governi e banche centrali deve mirare ad uno sviluppo che oltrepassi la centralità del mercato, della accumulazione finanziaria e una crescita trainata dall’export; altrimenti può risolversi come nel 2007-09 come una eccezione parentetica solo funzionale a salvare gli interessi delle classi abbienti, o addirittura – si pensi al brano citato in apertura del governatore della BM – ad approfittarne per mettere ancora più all’angolo le classi subordinate imponendo la “solita minestra” mercatista e privatizzatrice con la ben sperimentata tecnica dello shock. Appena si recupera un minimo margine di agibilità politica – impossibile finché non viene definitivamente contenuto il covid-19 – le classi popolari devono farsi sentire forte e chiaro, perché una sconfitta dei falchi della austerità non corrisponde necessariamente ad una vittoria popolare, a meno di non scendere sul terreno della politica per bloccare l’oligarchia, per la quale il benessere generale continua a rimanere “impensabile”.

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