Sopravvivere al coronavirus per morire di Europa?


3 Apr , 2020|
|Visioni

Una crisi di sistema

L’Europa martoriata da decenni di ortodossia neoliberale si ritrova con i sistemi di welfare ridotti al lumicino, mutilati da tagli e privatizzazioni che hanno seriamente compromesso la possibilità di tutelare la salute e fornire protezione sociale. Eppure sono sempre più numerosi coloro i quali ne hanno un disperato bisogno: quella stessa ortodossia ha generato disoccupati e lavoratori precarizzati e depauperati, tanto che un terzo di loro finirebbe in povertà se solo non percepisse reddito per più di tre mesi[i].

In questa situazione irrompe l’emergenza coronavirus, a cui gli Stati dovranno reagire con manovre di bilancio imponenti, se davvero vorranno sostenere i sistemi sanitari al collasso e realizzare quanto invocato ora persino dai custodi dell’ortodossia neoliberale[ii], oltre che dal più popolare tra i banchieri: fornire un reddito a chi ha perso il lavoro e tutelare i lavoratori dalla perdita del lavoro, per evitare così che l’incipiente “recessione si trasformi in una depressione duratura”[iii]. Con il risultato che si profaneranno tutti i dogmi contemplati dall’ortodossia neoliberale, e in particolare i limiti al debito e al deficit indicati nel Patto di stabilità e crescita e precisati nel Fiscal compact: il primo da contenere entro il 60% del pil, e il secondo da azzerare per giungere al pareggio di bilancio.

Per fronteggiare la situazione, la Commissione europea ha sospeso il Patto di stabilità e crescita nella parte dedicata alla prevenzione e alla repressione delle deviazioni dalla disciplina fiscale e di bilancio. Lo ha fatto ricorrendo alla general escape clause, contenuta nello stesso Patto per “consentire uno scostamento temporaneo coordinato e ordinato dai normali requisiti” nel caso in cui si verifichi “una situazione di crisi generalizzata causata da una grave recessione economica” [iv].

Sarebbe però un azzardo pensare che l’Europa abbia cambiato rotta. Il Patto di stabilità e crescita è stato sospeso e non messo definitivamente da parte. Verrà immediatamente ripristinato nel momento in cui l’emergenza sarà terminata, con tutto ciò che ne consegue: l’obbligo per i Paesi europei di rimettersi sulla strada del rispetto dei limiti al debito e al deficit, ovvero del rigore e dell’austerità, oltretutto a partire da posizioni notevolmente più svantaggiate delle attuali. Ad esempio, secondo le stime riferite all’Italia che vanno per la maggiore, alla fine dell’emergenza il debito avrà raggiunto il 170-180% del pil, mentre il deficit il 4-5% del pil (ma si tratta di stime che peggiorano di ora in ora).

È evidente che in questo caso, se saremo sopravvissuti al coronavirus, rischieremo seriamente di morire di Europa. Il rientro da quei livelli di deficit verso il pareggio di bilancio, e peggio ancora da quei livelli di debito sino alla soglia del 60% del pil, imporrebbero misure tali da fare impallidire quelle finora ispirate all’ortodossia neoliberale. Anche perché la situazione sarà così grave da rendere impossibile o troppo oneroso farsi finanziare dai mercati, e si dovrà pertanto accettare l’assistenza finanziaria condizionata fornita dalle istituzioni europee. Ci accorgeremo allora, se non lo avremo capito prima, che la crisi generata dall’emergenza coronavirus non è una delle tante crisi cicliche del capitalismo, bensì una crisi di sistema: in agguato da tempo e ora improvvisamente esplosa.

Il capitalismo può ancora guadagnare tempo?

Un simile scenario non è distante da quello evocato da Wolfgang Streeck, che reputa il capitalismo un sistema destinato a suicidarsi perché incapace di porre rimedio alle sue contraddizioni: in particolare quelle messe in luce dalla crescita esponenziale delle diseguaglianze e dalla frizione con la democrazia. L’esito non sarebbe però la nascita di un nuovo ordine incentrato sulla redistribuzione delle risorse e attento alle dinamiche della partecipazione, per il quale mancano le idealità e i soggetti capaci di ottenerlo attraverso il conflitto[v]. La fine del capitalismo verrebbe seguita da un periodo caratterizzato dalla decadenza e dall’imbarbarimento della società, agitata da disordini spontanei e forme di resistenza isolate e incapaci di coordinarsi[vi].

In un primo momento questo scenario ci è stato risparmiato, precisa Streeck, perché si è trovato un accettabile equilibrio tra capitalismo e democrazia e si è con ciò realizzata un’accettabile redistribuzione delle risorse. Fu questo l’esito del compromesso keynesiano raggiunto nel corso dei cosiddetti Trenta gloriosi, ovvero tra la fine del secondo conflitto mondiale e la metà degli anni Settanta. Dopo quel periodo è stata però reintrodotta la normalità del capitalismo[vii], e questo ha imposto di prevenirne la fine attraverso espedienti concepiti per “guadagnare tempo”. Per sopperire alla diminuzione della pressione fiscale sui redditi alti e sulle imprese imposta dalla finanziarizzazione dell’economia, si è così ricorsi all’indebitamento pubblico e privato. E quando anche questo è divenuto insostenibile, o meglio è stato reso tale dall’ossequio all’ortodossia neoliberale, si è deciso di spoliticizzare l’ordine economico, ovvero di presidiare la neutralizzazione del conflitto redistributivo attribuendo ai mercati il compito di disciplinare gli Stati[viii].

Si sa che proprio questo è il fine ultimo dell’Unione europea, vero e proprio dispositivo neoliberale concepito per presidiare la normalità capitalistica, e soprattutto per ottenere l’espulsione di qualsiasi teoria o pratica incompatibile con quell’obiettivo. Sicché le riflessioni sulla fine del capitalismo ben possono riproporsi come riflessioni sulla fine dell’Unione europea: sulla sua parabola in quanto dispositivo neoliberale.

Ebbene, la mera sospensione del Patto di stabilità e crescita, e dunque la volontà di riattivarlo quanto prima, indica la chiara volontà di ritardare la fine del capitalismo ricorrendo alla medesima ricetta utilizzata per affrontare la recente crisi del debito: invocando il disciplinamento dei mercati per forzare l’ordine economico entro gli schemi imposti dall’ortodossia neoliberale. Sempre il più popolare tra i banchieri ha però riconosciuto che ci troviamo di fronte a “una tragedia umana di proporzioni bibliche”, capace di generare “un costo economico enorme e inevitabile”[ix]. E ciò impone di riconoscere che le conseguenze dell’emergenza coronavirus renderebbero insopportabile un disciplinamento degli Stati da parte dei mercati, che produrrebbe un drammatico conflitto sociale animato da una forte ostilità nei confronti della costruzione europea, e facilmente la sua rapida implosione.

Certo, il capitalismo e l’Unione europea possono tentare di guadagnare tempo con una risposta repressiva, per la quale non mancherebbero certo gli strumenti, in parte già in campo. Siamo del resto in stato di emergenza, proclamato alla fine di gennaio “in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili”[x]. Ed è sotto gli occhi di tutti come esso abbia comportato forme di controllo particolarmente pervasivo della vita quotidiana, oltre che assecondato il favore per la decisione tecnocratica e dunque preparato il terreno a una ulteriore spoliticizzazione dello stare insieme come società[xi]. Tanto da ispirare la richiesta di un nuovo governo dei tecnici affidato al più popolare tra i banchieri: come se Monti a Palazzo Chigi non avesse insegnato nulla, e il coronavirus cancellato la memoria di una vicenda sino a ieri additata dai più come un periodo oscuro della storia nazionale.

La guerra al coronavirus e le conseguenze economiche della pace

Da più parti si sente dire che quella contro il coronavirus è una guerra, e che le misure da adottare per fronteggiare l’emergenza sanitaria prima e la crisi economica poi devono essere all’altezza di una situazione così drammatica. Sembra allora utile ricordare un celeberrimo volume nel quale John Maynard Keynes raccolse le sue riflessioni in quanto rappresentante del Tesoro inglese alla Conferenza di Versailles: quando le potenze vincitrici del primo conflitto mondiale imposero alla Germania un trattato di pace con condizioni particolarmente punitive. Keynes si oppose con forza a questa soluzione, giungendo a dimettersi dal suo incarico, perché convinto che la miseria economica a cui venivano condannati i tedeschi li avrebbe condotti a provocare un secondo rovinoso conflitto: gli autori del trattato di pace, scrisse con impressionante lungimiranza, “si sono messi a rischio di completare l’opera rovinosa cominciata dalla Germania”[xii].

Se così stanno le cose, allora ci si dovrebbe preoccupare delle conseguenze economiche della guerra al coronavirus, che con la mera sospensione del Patto di stabilità comporterà per i Paesi europei una miseria economica dai risvolti facilmente prevedibili. Per evitare l’implosione della costruzione europea occorrerebbero misure molto diverse da quelle finora messe in campo o ipotizzate, evidentemente ispirate dal convincimento che l’Unione europea nella sua forma attuale possa ancora guadagnare tempo.

La misura più insidiosa è probabilmente il ricorso al Meccanismo europeo di stabilità (Mes), che secondo alcuni potrebbe fornire assistenza finanziaria incondizionata, ovvero senza imporre come contropartita l’adozione di riforme di matrice neoliberale. Questa possibilità non è però contemplate dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea[xiii], che in deroga al “principio del non salvataggio finanziario” (art. 125) prevede l’istituzione di un “meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona Euro”, precisando però che “la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria” è “soggetta a una rigorosa condizionalità” (art. 136). Il tutto ribadito nel Trattato istitutivo del Mes[xiv], dove si parla di “sostegno alla stabilità” unicamente “sulla base di condizioni rigorose”, definite all’esito di una valutazione sulla “sostenibilità del debito pubblico” del Paese richiedente assistenza (art. 13).

Il Trattato istitutivo del Mes indica poi le diverse forme di assistenza finanziaria, tra le quali compaiono quelle di cui si discute in questi giorni, ovvero la linea di credito e l’acquisto di titoli del debito pubblico.

La prima forma di assistenza è disciplinata in modo differente a seconda della solidità finanziaria del Paese richiedente. La “linea di credito condizionale precauzionale” è riservata agli Stati con “una situazione economica e finanziaria fondamentalmente sana”, ovvero non all’Italia. Per quest’ultima è disponibile solo una “linea di credito soggetta a condizioni rafforzate”, quindi prigioniera del meccanismo perverso delle condizionalità, oltretutto assicurata solo per il tempo in cui la “situazione economica generale” del Paese “rimane sana” (art. 14). E se anche si riuscissero a negoziare condizionalità poco impegnative, ipotesi peraltro del tutto irrealistica, la possibilità di un loro successivo inasprimento non è per nulla esclusa. Con una modifica al Patto di stabilità introdotta con il cosiddetto Two-Pack, si è in effetti stabilito che il Programma di aggiustamento macroeconomico nel quale sono articolate le condizioni del prestito può essere modificato per tenere conto di “ogni scostamento significativo tra le previsioni macroeconomiche e i dati effettivi”[xv].

Anche la seconda forma di assistenza finanziaria è incastrata in un regime di condizionalità. Essa comprende il “meccanismo di sostegno al mercato primario” (art. 17) e il “meccanismo di sostegno al mercato secondario” (art. 18), ovvero l’acquisto di titoli del debito pubblico direttamente dallo Stato emittente, nel primo caso, o da chi li ha acquistati dallo Stato emittente, in massima parte banche e istituti di credito, nel secondo caso.

La prima possibilità è un’esclusiva del Mes, l’unica istituzione europea a cui non si applica il divieto, imposto invece alle Banche centrali europea e nazionali, di approntare qualsiasi “forma di facilitazione creditizia” a favore di istituzioni o organi dell’Unione o degli Stati membri, incluso evidentemente “l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito” (art. 123 Trattato sul funzionamento Ue). Se però il Mes può derogare a questo principio, come al principio del non salvataggio finanziario, è solo perché l’assistenza finanziaria prestata è sottoposta a rigida condizionalità: il Meccanismo può operare come acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico, ma lo può fare solo imponendo la disciplina di bilancio prevista dal Patto di stabilità.

Questi effetti non sono tenuti in debita considerazione da chi pensa di ricorrere Outright Monetary Transactions (Omt), ovvero al famoso bazooka di Draghi, predisposto nel 2012 e finora mai utilizzato. Esso prevede la possibilità per la Bce di acquistare direttamente titoli del debito, e dunque consente effettivamente agli Stati di ricevere il denaro ora indispensabile per sostenere i sistemi sanitari e alleviare le conseguenze della crisi economica. E tuttavia l’Omt viene finanziato dal Mes e per questo di prevede che lo Stato destinatario del sostegno abbia accettato di ricevere assistenza finanziaria condizionata[xvi]: come sappiamo un rimedio peggiore del male.

Si possono riscrivere i Trattati europei?

Se dunque si vuole tenere conto delle conseguenze economiche della pace, una volta vinta la guerra contro il coronavirus, e in particolare prevenire una nuova guerra o comunque nuovi insanabili conflitti, la strada da percorrere è un’altra. Bisogna cioè trasformare l’Unione europea in una comunità politica, e dotarla degli strumenti tipici delle comunità politiche: primo fra tutti un meccanismo di redistribuzione delle risorse dai territori e dalle persone ricche ai territori e alle persone povere.

Nell’immediato questo significa consentire a Bruxelles di reperire le immani risorse indispensabile a vincere la guerra. Non lo possono fare i singoli Stati, almeno non quelli le cui finanze sono in sofferenza: anche se possono spendere oltre i limiti, avrebbero difficoltà a ottenere prestiti se non a tassi svantaggiosi ed esponendosi al rischio di subire manovre speculative. Ci deve allora pensare la Banca centrale europea (Bce), tuttavia ben oltre i limiti del Quantitative easing appena varato, il Pandemic emergency purchase programme (Pepp)[xvii], che concerne l’acquisto dei titoli sul mercato secondario, ovvero principalmente dalle banche e dagli istituti di credito: sicuramente con ricadute positive sulla finanza, ma altrettanto sicuramente non anche sull’economia reale. Occorre cioè che la Bce possa operare come acquirente di ultima istanza dei titoli del debito emessi dai Paesi membri, e a monte che si modifichino i trattati per rigettare i principi del non salvataggio finanziario e il divieto di acquisto sul mercato primario dei titoli del debito sovrano.

Se poi una volta vinta la guerra si vuole vincere anche la pace, allora sono ben altre e numerose le modifiche dei Trattati indispensabili ad assicurare l’afflusso delle risorse indispensabili ad affrontare la recessione, e a monte a trasformare l’Europa in una comunità politica.

Bisognerebbe innanzi tutto riorientare la politica monetaria europea, impedendole di essere definita in vista dell’unico obiettivo di “mantenere la stabilità dei prezzi” (art. 119 Trattato sul funzionamento Ue), per valorizzare e anzi far precedere altri obiettivi: primo fra tutti la piena occupazione. E quest’ultima dovrebbe poter essere valorizzata nelle politiche economiche e di bilancio degli Stati, che sono formalmente di loro competenza e che tuttavia vengono coordinate per orientarle ai “principi di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” (art. 120 Trattato sul funzionamento Ue): i principi presidiati dal Patto di stabilità e crescita, ossessionato dal solo controllo della spesa pubblica.

Il tutto andrebbe poi tradotto in politiche direttamente finanziate dal livello europeo attraverso un proprio bilancio, ovviamente della capacità idonea a realizzare forme di incisiva redistribuzione delle risorse e finanziare vasti programmi di investimenti pubblici. A tal fine si dovrebbero però superare croniche resistenze ribadite anche di recente, quando si è rifiutata l’idea di un bilancio europeo degno di questo nome e si è voluto affermare il  principio delle condizionalità per qualsiasi trasferimento di denaro agli Stati membri: inclusi quelli concepiti inizialmente con finalità redistributive come i fondi strutturali[xviii].

I programmi di investimenti pubblici potrebbero in alternativa essere finanziati dalla Bce, ad esempio attraverso l’acquisto di titoli del debito europeo emessi da un’agenzia europea, i cui proventi potrebbero poi essere destinati ai Paesi membri[xix]. Se invece si ricorresse ai coronabond così come proposti dal governo italiano, la loro emissione genererebbe debito in capo agli Stati membri e dunque alimenterebbe la trappola destinata a sfociare prima o poi nell’assistenza finanziaria condizionata.

Si potrebbe proseguire per pagine e pagine elencando le condizioni affinché l’Europa possa davvero evitare che i sopravvissuti al coronavirus restino poi vittime della virulenza dell’ortodossia neoliberale. Le poche indicazioni fornite sono però sufficienti a documentare quanto sia irrealistico pensare che riforme di questo tipo appartengano all’orizzonte della politica europea. Tanto più che occorre a tal fine, oltre a tempi estremamente lunghi e comunque incompatibili con la drammaticità degli eventi, anche l’unanimità dei Paesi membri.

Insomma, sulla carta l’emergenza coronavirus potrebbe essere l’occasione per invertire la rotta delle politiche europee, e più in generale per riconciliare capitalismo e democrazia e smentire così le fosche previsioni di Streeck. Sono però ancora numerosi e potenti i Paesi che considerano quell’emergenza un’occasione per operazioni di altro tipo[xx]: per costringere l’Italia e i Paesi meridionali nel cappio dell’assistenza finanziaria condizionata, da stringere poi per ricondurli finalmente alla famigerata disciplina di bilancio. Per dare al capitalismo e ai suoi custodi l’illusione che sia possibile guadagnare in questo modo ancora un poco di tempo.

A queste condizioni l’abbandono della costruzione europea, o più probabilmente la sua implosione, non costituiscono certo eventi improbabili. Rifiutando di prenderli sul serio e di discuterli, si otterrebbe come unico risultato di lasciare la loro gestione alle destre, la cui volontà di combattere la normalità capitalistica è però “un’opzione soltanto teorica”[xxi]. Anzi, le destre si trasformerebbero in un formidabile presidio di quella normalità, dal momento che il loro richiamo a valori escludenti e premoderni assolve all’unica funzione di sostenere la modernità neoliberale: di consentire al capitalismo di guadagnare altro tempo, con o senza l’Unione europea.


[i]  Oecd Better Life Index for 2017 (9 marzo 2020), www.oecdbetterlifeindex.org/it.

[ii] V. i contribute raccolti in R. Baldwin e B. Weder di Mauro (a cura di), Mitigating the COVID Economic Crisis: Act Fast and Do Whatever It Takes, London, 2020, https://voxeu.org/system/files/epublication/COVIDEconomicCrisis.pdf.

[iii] Draghi: we face a war against coronavirus and must mobilise accordingly (25 marzo 2020), www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b.

[iv] Comunicazione della Commissione sull’attivazione della clausola di salvaguardia generale del patto di stabilità e crescita, Com/2020/123 fin. La sospensione è prevista, per le misure preventive, dal Regolamento Ce 7 luglio 1997 n. 1466 per il rafforzamento della sorveglianza delle posizioni di bilancio nonché della sorveglianza e del coordinamento delle politiche economiche, e per le misure repressive dal Regolamento 7 luglio 1997 n. 1467 per l’accelerazione e il chiarimento delle modalità di attuazione della procedura per i disavanzi eccessivi (entrambi modificati dal cosiddetto Six-Pack).

[v] Su questo aspetto si concentra come è noto la riflessione sul populismo: per tutti M. Baldassari e D. Melegari (a cura di), Populismo e democrazia radicale. In dialogo con Ernesto Laclau, Verona, 2012 e C. Formenti, La variante populista, Roma, 2016.

[vi] W. Streeck, How Will Capitalism End? Essays on a Failing System, London e New York, 2016.

[vii] A. Maddison, La natura e il funzionamento del capitalismo europeo, in Moneta e Credito, 1988, p. 72 ss.

[viii] W. Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Milano, 2013.

[ix] Draghi: we face a war against coronavirus and must mobilise accordingly, cit.

[x] Delibera del Consiglio dei Ministri 31 gennaio 2020, adottata ai sensi dell’art. 24 Decreto legislativo 2 gennaio 2018 n. 1 (Codice della protezione civile).

[xi] G. Preterossi, Da emergenza sanitaria a stato di eccezione politico? (25 marzo 2020), http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/03/25/da-emergenza-sanitaria-a-stato-di-eccezione-politico.

[xii] J.M. Keynes, Le conseguenze economiche della pace (1919), Milano, 2007, p. 17.

[xiii] Così come modificato dalla Decisione del Consiglio europeo 25 marzo 2011 n. 199 che modifica l’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea relativamente a un meccanismo di stabilità per gli Stati membri la cui moneta è l’Euro.

[xiv] Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità del 2 febbraio 2010, www.esm.europa.eu/sites/default/files/20150203_-_esm_treaty_-_it.pdf.

[xv] Art. 7 Regolamento Ue 21 maggio 2013 n. 472 sul rafforzamento della sorveglianza economica e di bilancio degli Stati membri nella zona euro che si trovano o rischiano di trovarsi in gravi difficoltà per quanto riguarda la loro stabilità finanziaria.

[xvi] Technical features of Outright Monetary Transactions (6 settembre 2012), www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2012/html/pr120906_1.en.html.

[xvii] V. Chr. Lagarde, La nostra risposta all’emergenza legata al coronavirus (19 marzo 2020), www.ecb.europa.eu/press/blog/date/2020/html/ecb.blog200319~11f421e25e.it.html.

[xviii] Cfr. A. Somma, Il bilancio dell’Unione europea tra riforma del sistema delle risorse proprie e regime delle condizionalità, in Diritto pubblico comparato ed europeo online, 2018, p. 873 ss., www.dpceonline.it/index.php/dpceonline/article/view/591/573.

[xix] Crisi e coronavirus: I fondi Mes rischiano di essere un boomerang. L’intervento sia in mano alla Bce, intervista a Riccardo Realfonzo, ne la Repubblica del 26 marzo 2020.

[xx] Lo si ricava dalla Dichiarazione comune dei membri del Consiglio europeo (26 marzo 2020), www.consilium.europa.eu/media/43089/26-vc-euco-statement-it.pdf.

[xxi] c. Galli, Sovranità, Bologna, 2019, p. 139.

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