Il nemico non è il lavoratore tedesco


7 Apr , 2020|
| Visioni

La Germania è senza ombra di dubbio il Paese che più ha beneficiato dell’unione monetaria europea. I meccanismi sono ormai noti e si fondano su un modello di crescita basato sulle esportazioni. Ma non è giusto prendersela genericamente con “i tedeschi”.

Innanzitutto, la nostra classe dirigente ha responsabilità storiche pesanti per la situazione in cui ci troviamo. Oltre ad averci portato nell’euro (decisione definita un errore anche da premi Nobel per l’economia come Paul Krugman e Amartya Sen), il ceto politico italiano non si è mai mostrato negli ultimi 25 anni all’altezza delle sfide del tempo. Anzi, proprio l’aver delegato ad altri la gestione delle leve di politica economica ha deresponsabilizzato la classe dirigente italiana, che ha potuto attribuire all’Europa le scelte più impopolari.

Quante volte abbiamo sentito il mantra “ce lo chiede l’Europa”? Una litania utilizzata per tagliare pensioni e sanità e imporre programmi di austerità mascherati da revisioni della spesa. Senza portarne alcuna responsabilità, perché era l’Europa che ce lo chiedeva.

Parallelamente si è andata affermando una retorica di segno opposto, che ha disegnato la Germania come principale responsabile dei mali dell’Italia e dell’Unione europea. Qualcosa di vero in questa semplificazione c’è: la Germania senz’altro ha saputo disegnare e sfruttare i meccanismi europei a suo beneficio. Ma non tutta la sua popolazione ne ha tratto vantaggio allo stesso modo. Anzi, proprio i ceti popolari tedeschi sono stati l’offerta sacrificale che la Germania ha dovuto compiere per uscire vincitrice dalla competizione europea.

La classe lavoratrice tedesca è stata sacrificata sull’altare della deflazione salariale e della compressione della domanda interna. Lo strumento principale di questo perverso rituale economico sono state le riforme Hartz del mercato del lavoro attuate fra il 2003 e il 2005. Un colpo durissimo alle condizioni di vita dei lavoratori.

Tutto ciò si è andato ad aggiungere alle asimmetrie interne mai risolte derivanti dalla riunificazione tedesca. Il suo principale effetto economico è stato un vero e proprio saccheggio dell’Est da parte dell’Ovest, di cui ancora oggi vediamo le ripercussioni.

Una conseguenza tangibile di questi processi è l’ascesa politica del partito di destra AfD (Alternativa per la Germania), che non a caso ottiene i risultati migliori proprio nell’ex Germania dell’Est. Il proletario tedesco, impoverito e umiliato, vede nelle promesse dell’AfD un riscatto possibile. Ma, aggiungiamo noi, illusorio.

Tuttavia, la colpa non è del lavoratore tedesco. La colpa è della classe dirigente e della borghesia esportatrice, che hanno creato un sistema distorto che ora si sta ritorcendo contro di loro. Negli anni i governanti hanno alimentato la retorica dei mediterranei spreconi e scialacquatori. Una retorica che ha avuto gioco facile a far breccia nelle menti dei cittadini e ha contaminato anche le classi popolari, nonostante sia nel loro interesse solidarizzare con gli altri lavoratori europei.

Ora dunque Merkel e colleghi sono obbligati a mantenere la linea. Se aprissero a una mutualizzazione del debito o a una riforma solidale delle istituzioni europee, dovrebbero infatti fronteggiare una fiera opposizione interna che essi stessi hanno creato negli anni. Se invece difendono le loro posizioni, preserveranno la coesione interna ma metteranno a rischio la tenuta delle istituzioni europee. Entrambe le strategie rivelano il fallimento storico della classe dirigente tedesca. Il mercantilismo tedesco è stato il grande vincitore dell’eurozona, ma potrebbe rivelarsi il maggiore sconfitto del coronavirus. Dove esporterà la Germania se crollerà la domanda per i suoi beni nei Paesi mediterranei?

Quindi, è chiaro che non possiamo prendercela con il lavoratore tedesco. Lui è vittima di un sistema e di una retorica costruiti per decenni. Ora è prigioniero della scelta fra la conservazione dello status quo a lui inviso e un’involuzione nazionalistica: le due principali opzioni che la classe politica del suo Paese gli offre. Non è lui il nemico: dobbiamo arrabbiarci con chi lo inganna.

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