Nazionalismo dei furbetti e patriottismo costituzionale


10 Apr , 2020|
| Visioni

L’epidemia e la stentatissima “risposta” europea stanno facendo sorgere in Italia due tipi di discorso nazionale. Uno esplicito, netto e aggressivo, ma potenzialmente conservatore; l’altro implicito, più diffuso e (per ora) meno battagliero, ma potenzialmente innovativo. Il primo si riassume in poche parole: “Colpa dei crucchi, sciacalli, avari, supponenti. Nazisti”. Così, il “servo encomio” di pochi mesi fa si è rapidamente mutato in “codardo oltraggio”. Codardo e sospetto non tanto perché sia alimentato soprattutto dal risentimento e dall’odio: piaccia o meno, nessun grande rivolgimento ha potuto fare a meno di questi pessimi sentimenti e, semmai, ha dovuto “civilizzarli”, trasformando l’odio in energia secondo l’efficace detto dei vietnamiti. Codardo e sospetto soprattutto perché tutto questo prendersela con Berlino ha uno scopo o comunque un risultato ben preciso. Infatti, come l’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli, così l’antigermanesimo è il nazionalismo dei furbetti, furbetti che latrano contro la Germania per nascondere le tare dell’Italia e le vere responsabilità del disastro. Nascondere tare che non sono quelle indicate dall’Ue “teutonica”, né possono essere curate (anzi!) con la medicina europea, tare che vengono dal passato e che l’ingresso nell’eurozona ha aggravato: un capitalismo rentier e sparagnino, bande di evasori senza controllo, un’impresa pubblica incapace di strategia e privatizzata, nella sua ultima fase, da manager avidi e da partiti voraci, e poi sconsideratamente svenduta invece di essere trasformata. Tutte cose che non possono farci accettare il pendant del discorso antigermanico, ossia l’esaltazione dell’Italia “che non è seconda a nessuno” e l’idea che basterebbe tornare a prima dell’euro e tutto si rimetterebbe in moto, senza una profonda trasformazione dei rapporti sociali e degli assetti produttivi. Nascondere responsabilità che non devono essere cercate oltre il Brennero, ma a casa nostra. Già, perché i tedeschi fanno legittimamente i loro interessi nazionali e, se è vero che questi interessi li hanno portati a disegnare un’Ue che va a pennello al loro capitalismo mercantilista (e che attraverso l’euro, il deflazionismo strutturale e gli spread riproduce costantemente le divaricazioni tra i diversi paesi membri), è altrettanto vero che nessuno ci ha imposto di assecondarli. Nessuno se non i nostri gruppi dirigenti politico-imprenditoriali, che hanno volontariamente messo il (nostro) collo nel cappio, un po’ per superficialità, un po’ per la presunzione di poter gestire tutto col politicismo di sempre, un po’ perché puntavano sul “dinamico” capitalismo post ’89, un po’ perché l’europeismo “fa fine”, ma soprattutto perché la linea di Bruxelles consentiva loro di risolvere con l’autoritarismo impersonale delle leggi del mercato quella (tuttora) irrisolta questione di classe che non potevano affrontare coi soli metodi polizieschi e non sapevano gestire con progetti egemonici e inclusivi. L’antigermanesimo di oggi serve, come sempre fa il peggiore nazionalismo, a sviare l’attenzione dai veri e peggiori nemici del paese e a deviarla verso chi non c’entra, o è responsabile solo in seconda battuta. E i veri e peggiori nemici sono coloro che non vogliono definire e perseguire un sobrio interesse nazionale, per poi mediarlo con quello altrui, semplicemente perché ciò mostrerebbe come finora abbiano agito contro questo interesse (almeno dalla sottoscrizione dell’Atto Unico Europeo fino alla guerra di Libia ed al governo Monti e oltre…), e come in ogni caso non siano in grado di tutelarlo. Discorso che vale sia per la sinistra globalista che per la destra nazionalista, che si è differenziata solo per qualche labile e inefficace protesta, e che ora, per non smentirsi, accoppia a una durezza verbale antieuropeista prudentissimi elogi dell’euro e del suo salvatore, Mario Draghi. Per fortuna, oltre al nazionalismo dei furbetti comincia a condensarsi un altro sentimento collettivo. Da quando la percezione del rischio si è fatta più acuta e l’idea del “distanziamento sociale” è stata assunta dalla maggioranza della popolazione, paradossalmente ma giustamente, come una sorta di azione collettiva, bandiere hanno sobriamente iniziato ad essere esposte dalle finestre e dai balconi. Non le bandiere blustellate dell’Ue, ma i tricolori. Chissà perché, nel momento di più acuta difficoltà non è alla “progressiva e moderna” Europa pseudo-unita che si fa appello, ma alla vecchia e, sì, malandata nazione italiana. Malandata, ma capace di risvegliare un sentimento nazionale che non è soltanto trasposizione del tifo sportivo o rito collettivo di rassicurazione, bensì soprattutto identificazione con quel tanto di apparato pubblico che, nonostante tutto, riesce ancora a funzionare e in particolare col sistema sanitario: ossia con tutto ciò che garantisce quell’essenziale diritto all’eguaglianza di fronte alla malattia e alla morte che è uno dei più importanti depositi culturali generati dalla nostra Costituzione e, per chi si sforza di leggere la prospettiva storica, il più solido effetto nel nostro paese dell’onda lunga di quella Rivoluzione d’ottobre che della diffusione mondiale dell’eguaglianza è stata profonda concausa. E, fra tutto ciò che garantisce quell’essenziale diritto (e per la verità molti altri diritti ancora), spicca chiarissimo come protagonista, nella percezione degli italiani, il lavoro. Il lavoro pubblico (che finora, nella classifica del vituperio giornalistico, era secondo solo ai politici e agli immigrati), che ha mostrato oggi in maniera eclatante quelle capacità che da lunghissimo tempo gli consentono di far comunque funzionare una macchina sfiancata e resa quasi ingestibile da decenni di liberismo; il lavoro privato che ha mostrato non solo la sua durezza e la sua difficoltà, ma anche quanto la precarizzazione, le basse remunerazioni, le assurdità delle lunghe catene del valore volute dalla globalizzazione abbiano disorganizzato la produzione e quanto sia necessario anche qui  por mano ad una radicale riforma. Ecco, attorno all’eguaglianza e al lavoro si sta lentamente formando un patriottismo costituzionale che è esattamente ciò che serve per far affrontare al paese la sfida di una ricostruzione che non può essere restaurazione del passato e la sfida dell’uscita dai vincoli impostigli dalle classi dirigenti europeiste. La difesa e lo sviluppo di quel settore pubblico che è garanzia di eguaglianza, il rispetto, la remunerazione e la riorganizzazione del lavoro pubblico e privato sono due linee d’azione che, se sviluppate con coerenza, offrono al paese una base per ripartire e conducono inevitabilmente alla rottura della forma attuale, ormai insostenibile, dei rapporti fra nazioni europee. Un patriottismo costituzionale grazie al quale i cittadini non costruiscono la propria identità collettiva ergendosi contro altri popoli ma agendo contro le diseguaglianze interne, e che costruisce le basi di una nazione che non è la ripetizione dell’imperialismo straccione di un tempo, ma la necessaria base di partenza della riscossa del lavoro contro il capitale. Contro il capitale e non contro i proletari tedeschi, che hanno già i loro guai. Contro il liberismo interno ed esterno, non contro Berlino che, così splendida e così malinconica, così ordinata e così terrona, così divertita e così gentile, è pur sempre una delle più belle città del mondo.

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