Il socialismo nordico fra contagio Covid e pestilenza ordoliberale


15 Apr , 2020|
|Visioni

La maniera in cui la Svezia ha affrontato il contagio (finora, magari si sta ricredendo) è opposta rispetto ai propri vicini nordici.

Specie con la Danimarca è possibile constatare una differenza di approccio (massima disciplina sociale da parte dello Stato in Danimarca; minimo intervento coattivo pubblico e massima fiducia nella prudenza di cittadini in Svezia), che ha risvegliato una certa rivalità.

Queste modalità riportano ai modi in cui i due Stati hanno coniugato la propria identità di democrazie nordiche a forte egemonia socialdemocratica nell’ultimo conflitto mondiale.

I danesi, in ambo le invasioni (quella del virus Covid e quella ben più pestilenziale del nazismo), adottano una strategia analoga: si utilizzano risorse del sistema politico-sociale per “congelare” il sistema socio-economico e riattivarlo dopo le due invasioni, sicuri che sia tanto radicato e saldo da attraversarle senza deteriorarsi.

La Danimarca al momento di stipulare un patto di “convivenza” coi nazisti (che si deteriorò dopo il 1943) puntò tutto su una visione strategica, non solo socialista e democratica, del modello sociale. Essendo chiaro almeno dal 1864 (disastrosa guerra patriottica contro la Prussia) che il paese era indifendibile (e al contempo molto appetibile) dalla Germania, essa adottò la condotta di potersi confermare solida (come comunità nazionale intorno al modello sociale in costruzione da qualche lustro) anche attraverso un’invasione.

In effetti fu così: i non pochi compromessi con l’invasore nazista non superarono un certo limite (nessuna pena di morte, nessuna consegna degli ebrei, emarginazione e internamento dei comunisti ma solo dopo l’operazione Barbarossa e senza deportazioni) e la democrazia danese dopo il conflitto proseguì l’opera di profonda riforma socialdemocratica del capitalismo. 

Si fece utilizzando le stesse risorse che l’avevano innescata, ovvero la consapevolezza, presente nel New Deal Usa come nel socialismo nordico, che si supera il deterioramento sociale e il pericolo totalitario ed autoritario  solo se la società liberal-parlamentare viene trasformata in social-democratica, rimediando alle derive elitistiche (e alle reazioni autoritarie) che il capitalismo inevitabilmente comporta. Ieri e oggi.

La Svezia, la cui posizione geostrategica era meno aggredibile e appetibile, ma ben più difendibile aggiungendo una potenza militare efficiente alla credibilmente praticata neutralità, fu in grado di salvaguardarsi “allontanandosi” dal conflitto anziché “congelandosi” al suo interno.

Sembra che storicamente la Svezia abbia potuto sempre adottare un proprio eccezionalismo rispetto ai popoli fratelli nordici. Questo eccezionalismo è riemerso fortemente anche oggi.

Peraltro, dopo la guerra, sia grazie alla propria neutralità, sia grazie al permanere sempre più progettuale ed egemonico del socialismo democratico al potere, la Svezia, più della Danimarca, poté costruire un proprio “nation branding” fortemente suggestivo. Si trattava di due questioni non da poco.

Da un lato rimediare alla parte meno nobile della propria neutralità: anche la Svezia (transito delle truppe di ritorno dal fronte norvegese, commercio eccetera) dovette accettare compromessi con la potenza nazista. E non soccorse, se non molto indirettamente, né Danimarca e Norvegia, invase dal nazismo, né la Finlandia alle prese con Stalin. Del resto: come poteva la Svezia schierarsi contro ambedue le alleanze in guerra contemporaneamente?

Ad ogni modo, la Svezia nel dopoguerra ritenne importante perseguire il proprio interesse nazionale ripulendo molto l’immagine un poco “egoista” che le era stata appiccicata da chi in Scandinavia le invasioni le aveva subite. Questo servì a risolvere il secondo problema: erigere una politica estera capace di “combattere sopra il proprio peso”, utilizzando per esempio il proprio modello sociale alternativo ad ambo i blocchi per inserirsi nelle opportunità aperte dalla decolonizzazione. Palme fu ad esempio il primo leader occidentale a visitare Cuba.

Adesso nel dibattito avviatosi fra colleghi ed amici studiosi dei paesi nordici, e in tutt’altra temperie, questa abitudine a “fare diversamente” dagli altri è elencata fra le risorse storiche che possono aver incoraggiato la Svezia a differenziarsi così marcatamente dalle misure prese dagli altri paesi affini. Però, come si vedrà, l’eccezionalismo nazionale svedese, a parte certe assonanze storiche, dipende oggi da un contesto politico giusto opposto al progetto socialdemocratico.

Continuiamo ad analizzare le differenze di approccio fra i due Stati.

La Danimarca ha atteso, ritardando le decisioni, per adattare le proprie misure alle esperienze disponibili e poi ha agito con grande speditezza applicando un saldo fermo sociale.

Le autorità svedesi seguono la condotta probabilmente più  blanda in assoluto: poche raccomandazioni[i]. Secondo molti si tratta di una condotta spericolata e scientificamente infondata[ii]. A queste critiche si aggiungono i  dissensi della sinistra sindacale e socialdemocratica (critica verso il governo socialdemocratico di Löfven) sulle ridotte capacità attuali della sanità pubblica: ad esempio se nel 1993 la Svezia contava 4.300 posti di terapia intensiva con respiratori, oggi ne conta solo 574[iii].

La Svezia è ormai in fondo alla classifica di posti per terapia intensiva per abitante: ancora nel 2011 erano 5,8 per centomila abitanti; nel 2019 solo 5,1, “in un periodo di crescita demografica, crescente globalizzazione e rischi pandemici”.

Lo stesso centro studi[iv] Katalys denuncia anche la notevole privatizzazione del welfare, che chiede venga ribaltata proprio ora per garantire un migliore risposta al contagio, anche per lo strategico servizio domestico agli anziani: se ogni addetto nel 2000 doveva occuparsi di un utente, oggi gliene toccano 11[v].

La statualità nordica, con le sue caratteristiche di forte legittimazione democratica al governo dei processi sociali, quindi, si comporta in modo diverso rispetto alle raccomandazioni delle figure tecnocratiche.

Nel caso svedese è più incline a utilizzare quella legittimazione come “conduttore” della decisione tecnocratica degli esperti; nella fattispecie il direttore dell’istituto superiore di sanità Anders Tegnell e i decisori economisti avversi ad interrompere del tutto le attività produttive.

In quello danese l’autorità politica eletta ascolta e poi decide con autonomia. 

Ma non è solo un problema di modelli decisionali, c’entra anche come la politica nella sua attualità permette di tradurre lo “Stato anoressico” nei due diversi paesi.

Il soggetto anoressico non si vede consumare, anzi, fino a poco prima del crollo, persegue livelli di magrezza vicini alla consunzione (metafora che ricorda i tagli sistematici).

La realtà è che vive solo perché l’organismo ha precedentemente accumulato risorse che il comportamento anoressico erode (metafora del fatto che il welfare pur tuttavia esiste).[vi]

Peraltro, anche un altro intellettuale della socialdemocrazia svedese[vii] rileva che va scongiurato il rimedio suggerito dalle associazioni padronali per cui è il momento di “riportare le risorse fiscali dallo Stato alle imprese”, cioè semplicemente attraverso sgravi fiscali. Invece, esso deve potere aiutare le imprese divenendone co-proprietario, per poi, se crede, rivendere quando ciò sarà di nuovo profittevole. E ciò appunto perché se la velocità di recupero dell’economia privata è indispensabile, la presenza di una rafforzata capacità di intervento pubblico è sempre più forte: il welfare sanitario è  strategico sia per rinnovare il rapporto Stato-cittadini di fronte a rischi globali virali, sia per convincerli più facilmente che vale la pena tornare a comportamenti normali: per esempio, con il suo intervento pubblico, mediante comportamenti di investimento e di spesa.

Senza contare una progettazione della reazione di fronte a rischi prevedibili e imprevedibili. Al contrario, le politiche ordoliberali, per poter attuare la precarizzazione e lo sfruttamento capitalistico (pur regolato) che perseguono, hanno bisogno della strategia anoressica (regolata) di un welfare che pur tuttavia esiste.

La prevalenza ordoliberale della domanda esterna globale come unico motore legittimo di crescita ha condotto ad una distorsione del modo di concepire la piena occupazione ed è proprio questa distorsione che influenza le decisione svedese. 

Nella socialdemocrazia vera la pressione sul capitale a investire in innovazione era derivata dalla forza organizzata del lavoro che il movimento operaio costruiva anche mediante la piena occupazione e la fine progressiva dello sfruttamento da bassi salari. Welfare e domanda interna erano parte paritaria (con il commercio internazionale) di questa strategia; perciò l’eguaglianza era contemporaneamente mezzo e fine della strategia competitiva democratica/socialdemocratica. Viceversa il “social investment” odierno, pur attribuendo importanza alle istituzioni sociali, lo fa in modo non democratico ed egualizzante, ma tecnocratico.

Significa eliminare tutta quella spesa pubblica che a) contraddice una strategia competitiva sbilanciatamente export led; b) contraddice le regole prefissate del progetto ordoliberale di società, a partire da un sempre meno comprensibile avanzo di bilancio dello 0,5 annuo religiosamente seguito anche se il debito pubblico svedese sta scomparendo.

In tutto ciò la piena o altissima occupazione è sempre importante, ma anch’essa va ottenuta in modo sbilanciato sull’export.

È tutto questo che fa meglio comprendere non solo la più importante influenza della “decisione tecnocratica” svedese, ma il tipo di decisione “tecnocratica” in questione.

Così, l’impegno per l’altissima occupazione rimane essenziale ma, siccome si è smesso anche solo di ipotizzare soluzioni del dopo contagio legata anche a spese per creare occupazione, l’attuale decisione tecnocratica svedese  è portata a ragionamenti di “trade off” sui decessi: si valutano i costi della disoccupazione (con tanto di relative morti da alcolismo e perfino da tumori indotti dal disagio computati in precedenti indagini) che discenderebbero da uno stop totale delle attività comparandoli a quelli che provocherebbe il contagio. La conclusione è che non vale la pena fermare la società svedese. Così le soluzioni espresse rimangono maggiormente soggette agli “esperti” come il capo dell’autorità sanitaria Tegnell.[viii]

Il raffronto fra le diverse politiche nordiche sul contagio (visto l’analogo modello sociale) avvalora l’ipotesi che attualmente la riflessione danese rispetto alla revisione delle regole di bilancio “immutabili” è più avanzata in Danimarca che in Svezia. E il governo di minoranza socialdemocratico danese, in effetti, ha saggiamente sbarcato i partner radical-liberali (iper europeisti, iper-liberisti e iper-pro-immigrazione) offrendo loro un mero sostegno esterno da condividere con quello più forte della sinistra socialista (Sf e i postcomunisti di Enhedslisten).

Questa situazione, costruita col nuovo corso della premier Mette Fredriksen assieme a parti decisive del sindacato, ha avuto un ruolo nel sospingere il patto che in occasione del contagio le parti sociali hanno offerto alla politica in senso diverso dalla Svezia.

Anche in Danimarca la “piena occupazione” è centrale come in ogni movimento operaio nordico, ma si decide di salvaguardarla mediante un forte investimento.[ix]

Lo Stato danese ha deciso di assumere il costo del 75% dei salari  minacciati da crisi, fino a oltre 3000 euro al mese (oltre 50.000 euro annui) purché le aziende non licenzino. Anche generosissime linee di credito alle aziende sono state aperte; il tutto per un ammontare eguale a circa il 13% del Pil.

Insomma, mentre la Svezia “salva” la piena occupazione non fermando l’economia per non deflettere dalle regole dello “stato anoressico”, la Danimarca la salva “congelandola” senza strage occupazionale.

L’investimento danese è concepito per prevenire non solo i rischi della futura letalità da devastazione sociale, ma anche quelli presenti della morte da contagio. Peraltro, i socialdemocratici danesi (nel sindacato e nel partito) valutano giustamente che anche quest’ultima porrebbe problemi di crescita e danni economici non da poco. C’è da credere che, includendo il piano etico –  quello della letalità immediata da contagio e quello della letalità futura da disastro occupazionale e sociale -, la soluzione danese sia apparsa talmente forte  da avere raccolto l’appoggio di tutto l’arco di forze frammentato del Folketing. 

Nei confronti della tendenza ordoliberale la Danimarca ha cominciato a compiere passi critici che la Svezia non ha ancora compiuto; lo avesse fatto, avrebbe potuto offrire una salvaguardia del lavoro salariato senza costi per le aziende. Essendo la soluzione dei conti pubblici ancora più florida in Svezia che in Danimarca, è ovvio che condizionanti siano i fattori politici (e ideologici). 

A confermare tutto ciò, la socialdemocrazia svedese è bloccata in un governo di minoranza sostenuto soprattutto dalle forze borghesi, focalizzato sulla esclusione della destra nazional-populista dal governo.

Così facendo, proprio come in gran parte del resto d’Europa, quando la lotta al nazional populismo si ferma ad un fronte che non cambia nulla delle politiche ordoliberali, le soluzioni proposte hanno minore efficacia immediata e minore profondità nel consenso sociale.

La forza del nazional populismo nei sondaggi è allarmante. E così gli effetti del Covid-19.


[i] È un’eccezione fra i paesi nordici J. E. Andelin, Så olika hanterar Norden förbud under coronakrisen https://www.hbl.fi/artikel/sa-olika-hanterar-norden-forbud-i-coronakrisen/

[ii] J. Henley, Swedish PM warned over ‘Russian roulette-style’ Covid-19 strategy, https://www.theguardian.com/world/2020/mar/23/swedish-pm-warned-russian-roulette-covid-19-strategy-herd-immunity

[iii] ”Låt inte de välbeställda köpa sig före i coronakrisens köer”, https://www.dn.se/debatt/lat-inte-de-valbestallda-kopa-sig-fore-i-coronakrisens-koer/?link_id=3&can_id=c4087f4dedeab4bd3c8d9c99f5a3f674&source=email-covid-19-satter-punkt-for-tre-decennier-av-privatiserings-och-atstramningspolitik-i-hela-vastvarlden-2&email_referrer=email_756465___subject_1012366&email_subject=covid-19-s_tter-punkt-f_r-tre-decennier-av-privatiserings-och-_tstramningspolitik-i-hela-v_stv_rlden

[iv]D.Suhonen, Socialisera all vård under Coronakrisen,   https://www.aftonbladet.se/ledare/a/awo6j2/socialisera-all-vard-under-coronakrisen?fbclid=IwAR1ygv7HwMEsp24jOEoF8TcK-Mlst1SrR1Xx0rejUNNtGYCSuA1ciyrQ7HY

[v] R. Bohlin, Kan corona få oss att vakna?, https://www.etc.se/ledare/kan-corona-fa-oss-att-vakna

[vi] Su questo concetto di stato anoressico ragiona il centro studi Katalys, vicino all’ala sinistra del sindacato e della socialdemocrazia svedese: D. Suhonen, Corona-krisen och den anorektiska statens fall, https://www.aftonbladet.se/ledare/a/kJOvGk/corona-krisen-och-den-anorektiska-statens-fall.

[vii] S. Scocco, Staten måste overleva, inte bara foretagen, https://www.aftonbladet.se/debatt/a/mRjBeq/staten-maste-overleva–inte-bara-foretagen?fbclid=IwAR2KuDu-HRp0TbQNUVzFBT4Hva8l329LDTOVviIuQJXkf1Ait34g1P9vqmU

[viii] S. Orlando, Coronavirus, la Svezia ha lasciato «tutto aperto»: «Inutile chiudere, meglio il contagio graduale», https://www.corriere.it/esteri/20_aprile_02/coronavirus-svezia-ha-lasciato-tutto-aperto-inutile-chiudere-meglio-contagio-graduale-90d2ce40-7419-11ea-b181-d5820c4838fa.shtml ; sul trade off questo Twitter dell’economista PetterLundborg https://mobile.twitter.com/PetterLundborg/status/1240937997299863552 che cita D. Sullivan,  T. von Wachter Job Displacement and Mortality: An Analysis Using Administrative Data, The Quarterly Journal of Economics, Volume 124, Issue 3, August 2009, Pages 1265–1306.

[ix] D. Thompson, Denmark’s Idea Could Help the World Avoid a Great Depression, https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2020/03/denmark-freezing-its-economy-should-us/608533/

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