Curare la bellezza è difendere la democrazia


16 Apr , 2020|
|Voci

Stabilire una gerarchia di priorità tralasciando il sentire estetico è come guardare la Luna di notte e dimenticare che essa, oltre ad essere un satellite della Terra, è stata da sempre la grande musa ispiratrice dei poeti del mondo. Il 2020 si apre con un’emergenza sanitaria mondiale che ha messo in ginocchio la globalizzazione colpendo principalmente i paesi tecnologicamente più avanzati. Per affrontare una tale emergenza la stragrande maggioranza di questi paesi ha scelto di farsi guidare dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e da vari comitati di tecnici e scienziati interni agli Stati, peraltro spesso in disaccordo tra loro, diventati presto, agli occhi della popolazione, l’unico verbo legittimo cui prestare ascolto. 

Ma siamo sicuri che le direttive da loro imposte con lo stato di emergenza saranno valide ed efficaci a metterci al riparo dalla minaccia alla salute e a salvaguardare al contempo le nostre democrazie? Affidare le scelte politiche a un comitato di scienziati, senza considerare la complessità delle questioni che riguardano la vita sociale e culturale, rischia di farci finire tutti in un baratro oscuro, dove ad annegare non saranno soltanto i diritti fondamentali garantiti dalle nostre costituzioni, ma anche e soprattutto i valori morali ed estetici che rendono una nazione viva, consapevole della propria identità, e soprattutto spiritualmente più elevata. Non è un caso infatti che ai vertici dei valori della democrazia ateniese ci fosse il teatro come luogo insostituibile di crescita, morale e spirituale, dove appunto la catarsi liberatoria veniva a rigenerare, ad ogni rappresentazione, la consapevolezza dell’appartenenza ad una comunità di valori condivisi. 

Dalle prime indiscrezioni che arrivano, sembrerebbe che nella bozza della fase 2 post-emergenza Covid-19, l’apertura dei cinema e dei teatri potrebbe arrivare con un considerevole ritardo rispetto alla ripresa delle altre attività produttive del Paese. Se tale ipotesi venisse confermata dalle scelte politiche, sarebbe  francamente sorprendente e pericoloso per varie ragioni. La prima è che non si può svalutare costantemente la cultura come qualcosa di accessorio e superfluo. La seconda, più concreta, è che con la cultura, a differenza di quello che raccontava il ministro Tremonti, si mangia, eccome! Senza il patrimonio artistico-culturale l’Italia sarebbe un paese molto più povero sotto tutti i punti di vista.  È folle pensare di prolungare a lungo il blocco di questo settore strategico. Quanti cinema e teatri potrebbero rimanere chiusi e abbandonati per sempre al loro destino? Quanti impiegati nel settore del cinema si ritroveranno senza lavoro? Quanti attori e musicisti, finora già massacrati dall’assenza di un sistema di sostegno  sociale, si ritroveranno senza nemmeno un lavoro che sia pagato in nero?  Qui non si vuole assolutamente negare l’impellenza di controllare l’epidemia; qui c’è da essere razionali e coerenti il più possibile. Che differenza c’è tra una palestra e una sala cinematografica o di teatro in termini di limitazione del contagio? Perché dare priorità a un settore piuttosto che a un altro? Con un valido piano organizzativo cinema, teatri e sale concerti possono offrire adeguate garanzie in termini di sicurezza. Basta sapersi organizzare privilegiando, ad esempio, inizialmente, le rappresentazioni teatrali con un massimo di uno o di due attori, riadattare i testi, recitare monologhi. Le sale cinematografiche, invece, potrebbero tentare di riproporre i classici del cinema d’essai, nell’attesa che l’industria cinematografica si rimetta in moto. Mai come in questo momento questi luoghi potrebbero ridiventare degli spazi di ritrovo per educare lo spirito attraverso la riprogrammazione della bellezza, così da liberarli anche dalle logiche consumistiche e omologanti degli ultimi decenni. Bisogna rilanciare il settore culturale e artistico, privilegiando soprattutto quello indipendente che mira ad una maggiore qualità del prodotto pur disponendo di esigui mezzi finanziari. Non sarà affatto impossibile gestire gli spazi in sala, piccoli o grandi che siano; si può benissimo garantire la distanza di due metri e sanificare i locali, basta organizzarsi. 

Il problema è che, forse, il potere dominante cerca di abituarci ad altro. Quell’espressione, ormai divenuta idiomatica e da hashtag – #iorestoacasa – è  tutta nella logica del neoliberismo tecnologico. Si può stare a casa, davanti al televisore a guardare quello che offre la programmazione audiovisiva mainstream, e/o nella peggiore delle ipotesi le serie plastificate dei colossi mediatici globali. “Tutti a casa”, per sempre sintonizzati davanti a uno schermo o navigando ad alta velocità sulla rete 5G. “Tutti a casa”, perché là fuori c’è  il “nemico globale”, il Covid-19, il nemico che circola per strade desolate e deserte a caccia di vita, mentre la nostra, invece, diventa una “non vita”, in quanto tutti isolati e desaturati di vera umanità. Il Dividi et impera dei latini è attuale come non mai. Un popolo che si unisce sa condividere il bello e nello stesso tempo controllare il rischio proteggendosi con intelligenza dal “nemico globale”.  Un popolo lobotomizzato, composto di atomi isolati e passivi, invece, è destinato ad essere schiavo, assoggettato al potere dei giganti globali. Quando si è preda del panico non si riesce a governare la paura e ad agire liberamente. Quindi, che fare? Dobbiamo combattere il virus, dobbiamo cercare di neutralizzarlo, è vero, ma abbiamo anche l’obbligo di mantenere accesa la fiammella del pensiero critico. Oggi più che mai occorre pensare a un progetto di rilancio dell’arte e della cultura in Italia e rifiutarci categoricamente di farci “educare” stando seduti a casa davanti ad uno schermo ad alta definizione. Un popolo, per andare avanti, deve vivere nel mondo della realtà incarnata, in comunità, e crescere insieme, condividendo valori etici ed estetici, perché lottando per la bellezza si difendono anche i propri diritti. 

Allora, ripartiamo tutti da qui.

Di: