La medicina come politica o la politica come medicina? A margine di Aristotele


20 Apr , 2020|
| Visioni

La crisi sanitaria in corso ci costringe a un ripensamento della vita pubblica e della coesistenza civile. Il rapporto tra politica e medicina è più vecchio del dibattito odierno, condotto a mezzo stampa, tra virologi. Richiede paradigmi più ampi di quelli offerti (si fa per dire) dalla polemica giornalistica sui metodi di prevenzione (mancati) o di soluzione (inefficaci) alla crisi. E, certamente, implica un’indagine genealogica che è coestensiva (ma per certi aspetti eccedente) a quel fenomeno di correzione sociale che Foucault, in Surveiller et punir (1975), ha descritto come “economia del potere”.

La sovraesposizione mediatica dei medici, nel ruolo di tecnici della salute, non è affatto incidentale. Seguendo l’etimologia, il medium è ciò che è posto al centro, che si interpone all’osservatore e, dunque, in senso lato, ciò che comunica con questo; l’origine della parola medicina è riposta nel verbo latino medeor, cioè nel porre rimedio, dunque nel sanare, quindi nell’interporsi tra il paziente e la malattia per restaurare uno stato fisico. Il medico è dunque il medium della salute, l’agente che consente il mutare di uno stato dal peggio al meglio. Ma questa felice sinergia tra i media dell’informazione e i media della salute rinvia ad una questione etica fondamentale. Si tratta di ripensare al ruolo di quella specifica attività che ha per scopo la salute pubblica: la politica. Sì, ancora lei.

Fin dall’antichità, l’irruzione della crisi sanitaria si manifesta sempre come un fenomeno di crisi sociale: Tucidide prima (La guerra del Peloponneso, II, 47-53), e Lucrezio poi (De rerum natura, VI, 1145-1196), rappresentarono la peste come un male di fronte al quale la medicina era impotente. Nell’opera di Platone, per converso, i problemi sociali della polis costituivano mali da classificare e descrivere in termini medici per poter invocare (e inventare) un rimedio politico: la diagnosi delle malattie della polis diventava la condizione, per così dire, di una terapeutica sanificazione della città. La polis, coi suoi suoi mali, doveva essere ripulita (Repubblica, VI, 501a), come attraverso una catarsi, da nuovi politici-medici, cioè dai ‘filosofi-re’ (o dai ‘re-filosofi’).

È questa longeva analogia tra corpo sociale e corpo politico che, ancora oggi, ci invita a riflettere sulla coestensione di responsabilità politica e responsabilità medica. O ancora, in altri termini, sulla dimensione specificamente politica del concetto di salute pubblica. In che misura, insomma, la politica può essere dettata da tecnici della salute? E ancora, in che misura la politica stessa coincide con la tecnica della salute pubblica? Nell’attuale stato d’emergenza sanitario-securitario la politica è vista ora come strumento esecutivo di tecnici della medicina, ora come strumento di tecnici dell’economia.

Entrambi questi rapporti ‘ancillari’ della politica rispetto ad altre arti, tuttavia, celano la centralità della stessa politica quale primum movens della vita umana associata, così fondamentale, invece, nelle prime opere della tradizione filosofico-politica occidentale. Già in Aristotele – figlio del medico Nicomaco – la funzione della scienza medica trova sistemazione a più riprese nel corpus di suoi scritti, e in relazione, almeno in parte, proprio alla dimensione politica. La scienza politica figura come “la più autorevole e architettonica” delle scienze pratiche, che non solo si serve delle altre, ma stabilisce anche di quali scienze pratiche vi sia bisogno nelle città (Etica nicomachea, I, 1, 1094a-b).

Indubbiamente la politica per Aristotele è sovraordinata ad ogni altra scienza pratica, come quella dell’arte militare o dell’amministrazione della casa. E indubbiamente anche a quella medica. La medicina non è – e, si aggiunga, purtroppo – infallibile: “ciò che rientra nel campo della prassi e dell’utile – osservava Aristotele – non ha nulla di stabile, come non lo ha nemmeno ciò che rientra nel campo della medicina” (II, 2, 1104a). Inoltre, condivide lo statuto epistemologico di un’arte pratica, che si deve cioè adeguare a ciascun caso: la “medicina in sé” sarà sempre da riferirsi a corpi e individui tra loro diversi (Metafisica II, 2, 997b).

Nella Politica, in particolare, il compito di analizzare le diverse costituzioni e di individuare quali siano più adatte ai diversi popoli è accostato proprio all’arte medica (IV, 1, 1288b). Il nesso tra politica e medicina è tanto centrale che per lo Stagirita la dimensione della salute pubblica, nelle sue diverse articolazioni, è sempre subordinata alla coesistenza civile: il territorio è l’unica cosa che tutti i cittadini di uno Stato abbiano in comune, e per il suo buon governo la Politica predispone l’istituto dell’‘astynomia’ al fine di regolare questioni ambientali e di salute pubblica, come la custodia dei campi e dei boschi (VI, 8, 1321b) e la disponibilità di acque potabili per la salute degli abitanti (VII, 11, 1330b). Ancora: alla politica spettava il compito di fissare il numero di funzionari incaricati di prevenire le irregolarità edilizie e di sorvegliare lo smaltimento dei rifiuti a una certa distanza dalla città (Costituzione degli Ateniesi, L).

Senza la politica, insomma, non c’è una salute pubblica. E laddove c’è una cattiva politica, c’è anche una cattiva salute pubblica. È ancora Aristotele a ricordarci che nella politica, proprio come nell’arte medica, si può sbagliare nella scelta dei mezzi rispetto al fine (Politica, VII, 13, 1331b): sia la salute del corpo pubblico che quella del corpo individuale risentono rispettivamente degli errori di politici e medici. Rientra nelle prerogative della buona politica, insomma, la cura del corpo pubblico.

Certo oggi la situazione è eccezionale. Ma più che di uno ‘stato di eccezione’ sanitario, o di una ‘polizia medica’, si deve rievocare una dimensione insopprimibile dell’eunomia, del ‘buon governo’. Solo l’abitudine a dissociare dalla stessa dimensione pubblica la cura sanitaria, e a relegare questa ad una mera responsabilità (e costo) individuale, o ai meccanismi di domanda/offerta del mercato, possono indurre a pensare che sia la medicina e non più propriamente la politica a governare la salute collettiva. La buona politica, anzi, rappresenta una medicina che è sovraordinata ad ogni altra arte pratica. Ogni disnomia, per converso, nasce dall’idea che la politica debba essere governata da arti e tecniche non politiche (siano queste dirette da militari, economisti, giuristi, oppure medici).

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