Due parole sulla nuova legge sul libro


21 Apr , 2020|
|Visioni

Nella comprensibile disattenzione generale, che non sia quella degli addetti ai lavori o dei lettori più accaniti, è entrata in vigore mercoledì 25 marzo la nuova legge sul libro.

Accanto a una serie di iniziative per l’incentivo alla lettura, il cuore del provvedimento è nella riduzione dello sconto massimo applicabile dalle librerie e dagli store online sul prezzo di copertina di ogni volume dal 15 al 5%, ricalcando le norme già in uso in altri paesi, come la Francia. Questo significa, in soldoni, che se in precedenza un libro dal prezzo di copertina di 10 euro poteva essere venduto, ad esempio da Amazon, a 8,50, oggi al massimo si potrà arrivare a 9,50.

La misura intende tutelare la sfibrata rete delle librerie fisiche (soprattutto indipendenti e di quartiere, ma anche di catena). Va infatti tenuto presente che i commercianti acquistano i libri da distributori e grossisti con uno sconto che oscilla fra il 30 (per i negozi più piccoli) e il 40% (librerie di catena, come Feltrinelli e Mondadori). Va da sé che maggiori sono i volumi d’acquisto da parte di un negozio, maggiore è il potere contrattuale per ottenere condizioni commerciali migliori.

Con la precedente legge, che consentiva appunto uno sconto del 15%, si mettevano le piccole librerie nelle condizioni di non poter competere con gli store online (soprattutto Amazon, ma anche Ibs o Lafeltrinelli.it), che hanno proporzionalmente dei costi di gestione molto più bassi (affitto dei magazzini, dipendenti etc.). Si immagini infatti una libreria di quartiere che avesse voluto applicare, come Amazon, il 15% su tutti i libri in commercio. Su un libro dal prezzo medio di copertina (andiamo a spanne) di 15 euro, applicando un 15% di sconto, ogni libraio avrebbe guadagnato la “bellezza” di 2,25 euro. Si faccia un rapido calcolo di quanti libri al mese un negoziante avrebbe dovuto vendere per pagare affitto, bollette, tasse fisse, contributi previdenziali (che ammontano, come minimo, a 4 mila euro l’anno, anche in caso di bilancio magro o addirittura in rosso), e procacciarsi uno stipendio. Da questo punto di vista, indubbiamente, uno sconto del 5% è più arrivabile.

Fin qui, si potrebbe pensare a un provvedimento “a misura di categoria”, quella dei librai, che andrà a sfavorire soprattutto i lettori. Ma questo è vero solo in parte. Teniamo a sottolineare, infatti due aspetti.

1. Il primo attiene al settore editoriale. L’Associazione Italiana Editori è preoccupata dal fatto che l’aumento del costo dei libri possa diminuire il numero di lettori. Preoccupazione sicuramente legittima nel breve periodo, ma che non tiene conto delle cause profonde e strutturali della poca diffusione della lettura in Italia, e che quindi rischia di fare da alibi a cause profonde che, a nostro parere, vanno cercate in due direzioni.

– Nella scuola, in primis: è noto infatti che il momento della vita in cui gli italiani si allontanano dalla lettura, spesso per non riavvicinarvisi mai, coincide con gli ultimi tre anni delle scuole superiori. Ovvero, i tre anni nei quali si studiano la letteratura italiana e quelle straniere legate alle lingue. La lettura, che fino ai 15 anni viene vissuta anche come un piacere, diventa dunque un fardello legato esclusivamente allo studio. Riteniamo sia il caso di affrontare, dunque, le metodologie didattiche che attengono alle discipline umanistiche, e che sia necessario che la lettura possa essere mostrata non solo come un momento dello studio, ma anche (certo con opere e titoli diversi) come un’attività ricreativa e di evasione, al pari (e non necessariamente in contrapposizione) della visione di film e serie TV, della fruizione dei social network o dei videogiochi, della visione e della pratica dello sport.

– E poi ci sono le colpe della filiera dell’editoria, e in particolare dei grandi editori. Sono infatti le major, che hanno pian piano incardinato un sistema basato sull’uscita di una quantità spropositata di titoli, spesso di bassa qualità, nella speranza miope che questo potesse intercettare i gusti di un numero maggiore di lettori, e invece ottenendo l’effetto contrario. In questo senso, va cambiata radicalmente la direzione di marcia: vanno pubblicati meno titoli, di maggiore qualità (che non significa necessariamente qualità “letteraria”, ma qualità “editoriale”), e soprattutto duraturi, e che non abbiano l’unico obiettivo di stare sul mercato e sugli scaffali una mesata e poi finire al macero. – E poi c’è il problema delle concentrazioni. Sappiamo infatti che una stessa società, con intrecci azionari di vario genere, oltre a pubblicare libri con vari marchi editoriali, si occupa anche di distribuirli alle librerie e di venderli attraverso gli store online e i negozi di catena. Ovvero, la stessa società che appone un prezzo di copertina a un volume, mettiamo, di 10 euro, grazie alla legge precedente lo vendeva stabilmente sul proprio store con uno sconto fisso del 15%. Il buon senso porta a dire che, evidentemente, il prezzo di copertina attribuito era gonfiato. Per un’operazione di trasparenza, è necessario d’ora in poi attribuire un prezzo di copertina giusto, e per giusto significa equo rispetto alle tasche dei lettori, e che tenga conto che su quel prezzo di copertina debbono campare la tipografia, il distributore, l’editore, il libraio e altre figure che intervengono nella filiera a vario titolo.

2. La seconda considerazione è più generale, e riguarda la vivibilità dei nostri quartieri. Con le liberalizzazioni delle licenze commerciali volute, a suo tempo, da Pierluigi Bersani, e insieme l’effetto del moltiplicarsi dei centri commerciali e l’esplosione del commercio online, abbiamo visto i nostri quartieri “svuotarsi” di tutta una serie di attività. Sono scomparsi librerie, negozi di abbigliamento o di giocattoli, sostituiti nella quasi totalità dei casi da attività di somministrazione alimentare (bar, pizzerie a taglio e simili), sicuramente più redditizie ma in perenne guerra commerciale tra loro, e quindi anch’esse ai limiti della sopravvivenza. Oppure, semplicemente, non sono stati sostituiti, e al loro posto c’è una mesta serranda abbassata. Vediamo in questi giorni, nelle nostre sporadiche sortite per la spesa, cosa significhi avere delle vie dove il commercio non esiste: l’impatto sul tessuto sociale, e in fin dei conti sulla qualità della vita, è devastante. Proviamo solo a immaginare cosa potrebbe succedere se una condizione del genere diventasse permanente.

È anche per questo che va superata la “lettura unica” di questa legge in funzione del consumatore, per allargarla al “cittadino”. Un commercio di quartiere più vivo e vitale e variegato al suo interno migliora le nostre vite, e non è riducendo o azzerando gli stipendi dei commercianti che le nostre esistenze miglioreranno, ma incrementando le possibilità economiche di tutti noi. 

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