Lenin


23 Apr , 2020|
|Visioni

Il 22 aprile 1870, esattamente centocinquanta anni fa, nasceva Lenin. Il suo nome si lega alla storia tumultuosa del novecento e oggi, soprattutto, ai presunti crimini di un’ideologia che si vorrebbe sconfitta. Su Lenin si è già scritto tutto e il contrario di tutto, e non occorre aggiungere altro.

Ma chi era Lenin? Per ricordarlo vorrei prendere in prestito le parole di Bertolt Brecht che, nel suo libretto allegorico Me-ti, scrive: Mi-en-Leh [pseudonimo di Lenin] aveva bisogno soltanto di una cameretta, di un tavolo, di una seggiola, una ciotola e un giaciglio. Mangiava patate e beveva tè leggero. Ma aveva bisogno di tutto il cibo del mondo per i lavoratori, di tutte le case, di tutto il potere e di tutte le libertà per i lavoratori; insomma, di una completa trasformazione del mondo

Eppure, per la maggior parte dei commentatori, analisti, opinionisti, politologi, Lenin è soprattutto colui che ha impresso una svolta autoritaria a una rivolta democratica, quella russa, e a un pensiero, quello comunista, che senza di lui avrebbe certamente guadagnato un posto nel paradiso del pacifismo. Come scrisse alcuni anni fa Franco Berardi nelle pagine del quotidiano comunista Liberazione, “il ventesimo secolo sarebbe stato un secolo migliore se Lenin non fosse esistito”.

Chi conosce la storia del novecento sa invece che nessun movimento di emancipazione sarebbe avvenuto senza l’insegnamento di Lenin e che la più grande svolta politica della storia, rappresentata dai processi di decolonizzazione in giro per il mondo, si è svolta perlopiù sotto l’influenza della lezione politica che il leninismo aveva impresso alle lotte di liberazione.

Tre anni fa cadeva il centesimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre. È stata un’occasione, anche quella, per dare libero sfogo a molti animi risentiti desiderosi di marcare la propria distanza emotiva dagli errori del comunismo e di accusare l’esperienza sovietica di ogni crimine commesso non soltanto in Russia, ma in tutto il mondo sotto la sua influenza. In barba alla legge aurea di non-contraddizione, si è persino accusata la prima esperienza vittoriosa della storia dei movimenti operai di essere stata la causa della sconfitta della causa degli oppressi.

In un libretto singolare per l’audacia con cui gli autori hanno sfidato le regole della logica argomentativa, si è sostenuto perfino che fu a causa di Lenin e della sua frangia bolscevica che la Rivoluzione d’ottobre è fallita. All’inizio i soviet, sostengono i due autori, Dardot e Laval, erano organismi consiliari in cui si esercitava la democrazia diretta, ma la svolta autoritaria impressa dal bolscevismo stroncò sul nascere ogni speranza di governo da parte del popolo.

In realtà il leninismo fu soprattutto una lezione di realismo politico: il colpo di mano con cui Lenin e i suoi riuscirono a capovolgere a loro favore in breve tempo una situazione incerta e a siglare l’unica pace possibile per la Russia stremata dalla guerra era frutto del rifiuto della fiducia in un evoluzionismo semplicistico che caratterizzava l’attendismo dei menscevichi. Lenin seppe cogliere un’occasione che, probabilmente, non si sarebbe più presentata: l’occasione di rovesciare per sempre i rapporti di forza della Russia zarista.

Ciò non poteva avvenire con garbo e senza offendere nessuno, come vorrebbero oggi i cantori dei crimini del leninismo, e l’ingresso della Russia nella modernità fu certamente un passaggio doloroso, ma Mi-en-Leh rise di tutti coloro che credevano che in un sol giorno si potesse porre fine con dei decreti ad una miseria millenaria, e proseguì nel suo cammino.

Lenin fu anche un uomo con la passione per la lotta anche nel campo delle idee, e la sua opera di filosofo della politica è un esempio ambizioso di come il terreno rarefatto dello spirito non sia affatto irraggiungibile per l’uomo d’azione. Infatti, Mi-en-Leh si occupava delle opinioni per amore della vita, tanto che nel suo esilio in Svizzera, quando infuriava nel 1915 la guerra, si immerse a capofitto nella lettura della Scienza della logica di Hegel: cercava una risposta al fallimento della Seconda Internazionale e una teoria che fosse al passo con il precipitare degli eventi.

La cattiva fama di cui gode oggi Lenin deriva anche dal fatto che Mi-en-Leh non era compassionevole. Quando vedeva la miseria degli sfruttati e degli oppressi, nasceva in lui un sentimento che si tramutava subito in collera. Lo stesso sentimento, in animi sprovveduti, si tramutava in compassione. E questa è una cupa malinconia, simile alla disperazione. La compassione, diceva Mi-en-Leh è ciò che non si nega a coloro a cui si nega l’aiuto. Ma io non mi metto nei panni di chi soffre per soffrire, bensì per porre fine alle loro sofferenze.

Lenin non fu né un vinto né un martire. E questo rende la sua figura difficile da piegare alle logiche del piagnisteo di sinistra tradizionale, che glorifica le vittime e i perdenti, mentre nutre per i vincitori una repulsione ossessiva. Si vorrebbe condannare la sua vittoria alla damnatio memoriae,non soltanto da parte dei suoi avversari politici ma anche da parte di quelli che avrebbero voluto condividere la sua lotta, ma solo a patto di perderla.

Quello edificato da Lenin non era un paradiso da costruire nella dimensione utopica del futuro ipotetico, ma era il tentativo di avvicinarsi al migliore dei mondi possibile nelle condizioni storiche concrete: certamente non perfetto ma almeno reale.

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