Foucault, fase 2. Pandemia e crisi di governamentalità


27 Apr , 2020|
|Visioni

Quasi fossero le prime risorse teoriche disponibili a fronte di una situazione imprevista, le categorie di “biopotere” e di “biopolitica”, ormai associate al nome di Michel Foucault[i], non potevano non essere chiamate in causa nei dibattiti sulle riposte politiche mobilitate nella pandemia. A fronte dell’inflessione data da Giorgio Agamben a questi concetti foucaultiani, a vantaggio del nesso tra “nuda vita” e “sovranità” e sbilanciandoli verso il versante “tanatopolitico”[ii], non sono mancati inventari dei diversi luoghi in cui il filosofo francese avrebbe fornito strumenti utili alla comprensione di un presente così sospeso. In questi giorni, quindi, si sono a giusto titolo ricordate le pagine di Sorvegliare e punire sulla “città appestata”[iii], quelle di La volontà di sapere sull’attraversamento della «soglia della modernità biologica», quando la vita stessa sarebbe diventata posta in gioco di strategie politiche (anche se minore attenzione è stata riservata alla loro connessione con lo sviluppo del capitalismo)[iv], fino all’articolarsi dell’«irrompere della naturalità della specie nell’artificialità politica»[v] con i concetti di ambiente («ciò che serve a piegare l’azione a distanza di un corpo su un altro»), di popolazione («quell’insieme che si estende dal radicamento biologico della specie fino alla superficie di presa offerta dal pubblico»[vi]), di sicurezza e di governo (arte di «strutturare l’eventuale campo di azione possibile degli altri»[vii]). In questa sede sarebbe ridondante soffermarsi sulla genealogia di quest’ultima modulazione del potere, dal “pastorato” cristiano, alla “ragion di stato”, fino al «raddoppiamento» di quest’ultima, al suo «punto di inflessione», nell’arte di “non governare troppo” del liberalismo. Può, invece, non essere inutile riprendere la nozione foucaultiana di governamentalità: «insieme di istituzioni, procedure, analisi e riflessioni, calcoli e tattiche» che ha «nella popolazione il bersaglio principale, nell’economia politica la forma privilegiata di sapere e nei dispositivi di sicurezza lo strumento tecnico essenziale» e, al tempo stesso, tendenza per cui «in tutto l’Occidente e per lungo tempo» il governo si è affermato su sovranità e disciplina[viii]. Da questo punto di vista è sensato dire che, almeno in certa misura, la griglia concettuale della governamentalità ha sussunto quella della biopolitica, anche se, precisa Foucault, non si è mai trattato di pensare “sovranità”, “disciplina” e “governo” come termini sostitutivi uno dell’altro. Proprio le misure adottate di fronte alla pandemia mettono del resto bene in luce come ci si trovi sempre di fronte ad una triangolazione, variamente bilanciata, tra questi aspetti[ix]. A parte i limiti mostrati, salvo eccezioni, dagli “studi foucaultiani” nell’oltrepassare la mera esposizione del proprio medagliere concettuale per confrontarsi con più puntuali analisi sulle implicazioni antropologiche, economiche geopolitiche e istituzionali di quanto sta avvenendo[x], alcuni quadri interpretativi possono considerarsi acquisiti. Il minimo che si può dire è che, negli scritti di Foucault il concetto di biopolitica non è in se stesso né positivo né negativo (semmai “pericoloso”, ovvero problematizzabile[xi]), dal momento che, insieme ad altri, indica limiti e forme storiche della nostra attualità[xii]. In questo senso, per quanto alcune tecniche di investimento politico del bios possano essere legate a momenti eccezionali, l’attenzione dovrebbe essere portata soprattutto alla razionalità di governo che le coagula in tecnologie per tempi ordinari, il che rende quasi contraddittorio parlare, come pure è stato fatto, di “momento foucaultiano”[xiii].

Ma a che scopo queste precisazioni, che, certo, non allevieranno le ansie della quarantena o i danni di un’economia ormai disarticolata, più di quanto gli scritti di Agamben non spingano alla disobbedienza delle ordinanze? Credo che alcune cornici foucaultiane possano comunque servire a quanti, come chi scrive, ritengono che la crisi innescata dalla pandemia abbia funzionato da cartina di tornasole di alcune incrinature nella relazione tra la governamentalità neoliberale e la sua proiezione globalista, per interrogarne la razionalità senza con questo dedurne l’automatico esaurimento. Occorre prima di tutto sottolineare come, a netto di una non indifferente distinzione metodologica tra i due concetti, Foucault proponga di «studiare il liberalismo come quadro generale della biopolitica»[xiv], dal momento che esso si costituisce sull’idea di  assumere a principio di limitazione dell’azione di governo una specifica “naturalità” della società, dell’economia e della razionalità dei governati, considerati in quanto portatori di interessi. Ora, da un lato, proprio quest’arte liberale di governare conduce gli individui a «provare la loro situazione, la loro vita, il loro presente e il loro futuro come gravidi di pericolo», a prescindere da un particolare “stato di emergenza”. D’altra parte, Il liberalismo si accompagna a una «formidabile estensione delle procedure di controllo, di costrizione e coercizione, destinate a costituire una sorta di contropartita e contrappeso delle libertà», a prescindere dalla dichiarazione di uno “stato di eccezione”[xv]. Infine, senza potere riassumere potenzialità e limiti della ricostruzione foucaultiana del neoliberalismo[xvi], possiamo però sottolineare come in esso l’azione governamentale si declini soprattutto come ottimizzazione delle differenze e delle libertà nel quadro di un interventismo di tipo “ambientale”, costruzione artificiale della “naturalità” economica, grazie alla quale l’homo oeconomicus da limite intangibile al governo si rivela essere «colui che è eminentemente governabile»[xvii]. Arriviamo, così, alla nozione foucaultiana forse più utile per comprendere cosa sia oggi in gioco nell’intrecciarsi di misure di controllo sugli individui-cittadini e di ritardi o mancanze nella tutela di molti individui-lavoratori, di ruolo esercitato dal settore pubblico e di affidamento acritico ai “tecnici”, di protagonismo del governo e di impossibilità di disambiguare la sua risposta dal sostanziale stallo della multilevel governance europea, se paragonata a un qualunque corpo statale dotato di sovranità monetaria. Foucault, infatti, introduce la propria riflessione sul neoliberalismo parlando di “crisi di governamentalità”, in particolare di diverse “crisi del liberalismo”, distinte dalle crisi economiche capitalistiche. La crisi del dispositivo liberale si declina, infatti, non solo come «costo economico dell’esercizio della libertà» (la via indicata dal famoso rapporto della Trilaterale sui rischi della democrazia), ma anche come «inflazione dei meccanismi compensatori della libertà», dunque come equivoco interno, costitutivo, agli stessi meccanismi “liberogeni”, «tutti quei sistemi il cui scopo sarebbe produrre libertà, che in determinate circostanze producono esattamente il contrario»[xviii]. È, ad esempio, intorno alla necessità di certo interventismo economico per evitare che gli stati scivolassero nel fascismo o nel socialismo, oltre che intorno all’uso politico di Keynes, che si sarebbero prodotte forme di ingerenza e di controllo in attrito con l’arte liberale di governo e, successivamente, le varie controffensive neoliberali. Usando il lessico foucaultiano potremmo, dunque, descrivere la situazione presente nei termini di una crisi della governamentalità neoliberale, in atto soprattutto nella discrasia tra il campo di visibilità e programmazione delle istanze di governo e l’interconnessione complessa e segmentata di “ambienti”, naturali, tecnici e geopolitici, finora al tempo stesso evocata e coperta dal termine “globalizzazione”.

Non solo. Foucault ci dice che tutta la modernità è caratterizzata dall’accavallarsi e dallo scontrarsi tra una governamentalità regolata sulla razionalità dei soggetti economici e altre arti di governo, centrate sulla sovranità statale o sulla “verità” (della storia, ad esempio, nel caso del marxismo): «che cos’è in fondo la politica se non il gioco di queste diverse arti di governo, con i loro criteri diversi, e al tempo stesso il dibattito che esse suscitano?»[xix]. Ora, come una parte sempre più larga della critica sta riconoscendo[xx], se la mossa teorica foucaultiana di «sbarazzarsi del modello del Leviatano” o di «tagliare la testa al re»[xxi], ha significato in primo luogo concentrarsi su pratiche molteplici di disciplinamento e di governo, di cui lo Stato sarebbe “effetto”, «peripezia del governo»[xxii], è anche vero che esso acquisisce importanza proprio come condensazione di rapporti di potere, atta a garantirne, in qualche modo, l’accettabilità. La modernità si configura, insomma, come ciclo instabile tra statalizzazione dei rapporti di potere e governamentalizzazione dello Stato. Quest’ultimo appare, a partire dal XVII secolo, come un «prisma pratico-riflessivo», che funziona da «codificazione di relazioni di potere multiple» e da «principio di intelligibilità del reale»[xxiii]. Ciò significa che nell’intrecciarsi, anche conflittuale, tra diverse pratiche di governo prende sempre forma una qualche immagine dello Stato, attraverso la quale le prime vengono pensate, accettate o contestate[xxiv]. Ora, la situazione attuale ha reso visibili a molti alcune crepe del neoliberalismo proprio sul piano del suo dispositivo “governamentale”, facendo emergere, pur in maniera contraddittoria, istanze di intervento, di protezione e, in certa misura, di programmazione che ancora oggi appaiono pensabili solo tramite il prisma dello Stato. Alcune alternative si potrebbero aprire non solo a partire dalla rottura di dogmi economici finora inviolabili e dall’investimento su settori strategici, da individuare e riorganizzare, ma anche sugli stessi criteri e protocolli di riapertura e di de-confinamento, con ogni probabilità graduali, selettivi, non esenti da possibili marce indietro, così come sulle forme di controllo e di gestione dei processi di digitalizzazione e sull’accumulazione di dati, aspetti che a stretto rigore potrebbero persino portare a una ridefinizione del concetto di pianificazione[xxv]. D’altra parte, in mancanza di un’effettiva ripoliticizzazione del quadro generale, nulla esclude che le risposte a tali questioni vadano, invece, nella direzione di una rifunzionalizzazione dello Stato alla competitività neoliberale[xxvi], con conseguente scarico di contraddizioni sociali in colpevolizzazione individuale e ulteriori sacrifici per i subordinati, magari nel nome della “ricostruzione”. Come è noto Foucault ritiene che non si sia mai prodotta una «governamentalità socialista autonoma», rispetto allo stato di polizia da un lato e alla razionalità neoliberale dall’altro[xxvii]. Ancora più radicalmente, i pregevoli tentativi di pensare una “biopolitica dal basso”[xxviii] si scontrano con l’inquadramento di questa dimensione all’interno della razionalità liberale e, attraverso di essa, con quella che Foucault definisce la «maledizione» dell’economia politica, l’impossibilità cioè di una sovranità economica, problema che, sostiene l’autore, è stato sollevato da socialismo, pianificazione ed economia del benessere e a cui hanno risposto tutti i «ricorsi del pensiero liberale e neoliberale»[xxix]. Il paradosso, allora, è che oggi il tema non solo della possibilità, ma dell’efficacia di un’alternativa alle pratiche di governo liberali e neoliberali, diciamo di una “governamentalità socialista” (in termini non solo di giustizia sociale, ma soprattutto di capacità di gestione, programmazione e strategia) si pone nel momento in cui è forse più debole la capacità di produrre rappresentazioni e rappresentanza politiche ad essa corrispondenti. Non si tratta, del resto, solo dell’effetto di innegabili sconfitte storiche, ma proprio dell’erosione di ambiti di riconoscimento collettivo prodotta dal neoliberalismo, con un effetto di disciplinamento sociale che si manifesta, quindi, al contempo come depoliticizzazione del sociale e come crisi reiterata della sua consistenza, come “no society”[xxx]. Certo, per porsi all’altezza di questa sfida bisogna probabilmente porsi oltre non solo alla lettera ma anche allo spirito di Foucault e, a maggior ragione, alla loro riduzione a quella «fobia di Stato»[xxxi] testimoniata da tanti interpreti e militanti che si richiamano al suo pensiero. Una strada, per la verità, si intravede tra le sue pagine, ma volutamente sbarrata, poiché essa imporrebbe di rifiutare il dissolversi del “popolo” nella popolazione come correlato della governamentalità. La stessa genealogia foucaultiana del liberalismo, infatti, porta con sé alcune biforcazioni poco indagate e per noi incoraggianti: nel momento in cui si tratteggiava il profilo dell’homo oeconomicus e della necessità di un’autolimitazione del governo rispetto all’economia, altri prendevano la strada “giuridico-rivoluzionaria” di «interrogare i diritti fondamentali, farli valere tutti e nella loro intierezza»[xxxii]. La domanda se l’homo oeconomicus neoliberale abbia davvero definitivamente disinnescato la possibilità di uno sdoppiamento analogo, ad esso antagonista, tornerà ad apparirci quella essenziale, anche quando la biopolitica avrà lasciato le pagine dei quotidiani.


[i] Sulle origini del termine L. Paltrinieri, L’équivoque biopolitique, «Chimères», 3, n. 74, 2010, pp. 153-166; per una panoramica sulle principali declinazioni del concetto L. Bazzicalupo, Biopolitica. Una mappa concettuale, Carocci, Roma 2010

[ii] Concetto, del resto, non alieno a Foucault: «La popolazione non è mai altro che ciò su cui veglia lo Stato nel proprio interesse, certamente lo Stato può, al bisogno, massacrarla. La tanatopolitica è così il rovescio della biopolitica»; La technologie politique des individus, in M. Foucault, La technologie politique des individus, in Dits et écrits, vol. IV, Gallimard, Paris 1994,p. 826.Tra i numerosi studi del rapporto tra i due autori segnaliamo, per il suo carattere riassuntivo, A. Snoek, Agamben’s Foucault. An overview, in “Foucault Studies”, n, 10, novembre 2010, pp. 44-67

[iii] M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione (1975), Einaudi, Torino 1993, pp. 211-218

[iv] M. Foucault, La volontà di sapere (1976), Feltrinelli, Milano 1996, pp. 122-134

[v] M. Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978), Feltrinelli, Milano 2005, pp. 29-30

[vi] Ivi, p. 66.

[vii] M. Foucault, Il soggetto e il potere (1982), in H. L. Dreyfus- P. Rabinow, La ricerca di Michel Foucault, Ponte alle Grazie. Firenze 1989, p. 249

[viii] M. Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione, cit., p. 88

[ix] Ivi, p. 17 e p. 87

[x] Per una rassegna del dibattito: https://sxpolitics.org/biopolitics-and-coronavirus-compilation/20581

[xi] Cfr. M. Foucault, À propos de la généalogie de l’éthique, in Dits et écrits, vol. IV,cit., p. 386

[xii] Cfr. D. Lorenzini, Biopolitics in the Time of Coronavirus: https://critinq.wordpress.com/2020/04/02/biopolitics-in-the-time-of-coronavirus/ ; F. Demetri, Biopolitics and Coronavirus, or don’t forget Foucault: http://www.nakedpunch.com/articles/306

[xiii] Di “momento foucaultiano” ha parlato Annie Cot, Quand Michel Foucault décrivait “l’étatisation du biologique”, in “Le Monde”, 20 aprile 2020. Sull’articolazione di “governo”, “disciplina” e “sovranità” nella crisi attuale, cfr. M. Hannah, J.S. Hutta, C. Schemann, Thinking Corona measures with Foucault, 12/4/2020: https://michel-foucault.com/2020/04/12/thinking-corona-measures-with-foucault-2020

[xiv] M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, Milano 2004,p. 33

[xv] Ivi, p. 69

[xvi] Cfr. P. Dardot, C. Laval, La nuova ragione del mondo: critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi, Roma 2019; S. Audier, Penser le “néoliberalisme”. Le moment néolibéral, Foucault et la crise du socialisme, Le Bord de l’Eau, Lormont 2015

[xvii] M. Foucault, Nascita della biopolitica, cit., p. 220; cfr. F Taylan, L’interventionnisme environnemental,une stratégie néolibérale, in “Raisons Politiques”, n. 52, 2013/14, pp. 77-87, https://www.cairn.info/revue-raisons-politiques-2013-4-page-77.htm

[xviii] Sulla nozione di “crisi di governamentalità”, cfr. J. Monod, L’art de ne pas être trop gouverné, Seuil, Paris 2019

[xix] M. Foucault, Nascita della biopolitica, cit.,p. 258

[xx] Cfr. B. Jessop, Costituting another Foucault effect: Foucault on states and statecraft, in U. Bröckling, S. Krasmann, T. Lemke (a cura di), Governmentality: Current Issues and Future Challenges, Routledge, New York 2011, pp. 56-73; A. Skornicki, La grande soif de l’État, Michel Foucault avec les sciences sociales, Les Prairies Ordinaires, Paris 2015; M. H. Jessen, N.von Eggers, Governmentality and Statification: Towards a Foucauldian Theory of the State, in “Theory, Culture & Society”, vol 37 (1), 2020, pp. 53-72

[xxi] Cfr. M. Foucault, La volontà di sapere, cit. p.37; M. Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli, Milano 1998, p. 57

[xxii] M. Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione, cit., p. 183.

[xxiii] Cfr. Intervista a Michel Foucault, in A. Fontana, P. Pasquino (a cura di), Microfisica deI potere, Einaudi, 1977, p. 16; Id., Sicurezza, territorio, popolazione, cit., p. 294.

[xxiv] Da questo punto di vista non è del tutto corretto sostenere che la netta distinzione foucaultiana tra razionalità economica e sovranità escluda l’articolazione tra le due in congiunture concrete,  né che una “solidarietà del Comune” che si ponesse come forma governamentale (in qualche modo anch’essa “arte di governo della verità”, questa volta di un sociale depurato da ogni perturbante verticalità politica) potrebbe fare del tutto a meno di un riferimento al prisma pratico-riflessivo, come è ovvio trasformato, della statualità. Queste, invece, le posizioni espresse in P. Dardot, C. Laval, Sovranità di Stato o solidarietà comune, 24 aprile 2020: https://operavivamagazine.org/sovranita-di-stato-o-solidarieta-comune/

[xxv] Solo a titolo di esempio, cfr. C. Durand, R. Keucheyan, Planifier à l’âge des algorithmes, in La planification aujourd’hui, “Actuel Marx”, n. 65, 2019, pp. 81-102

[xxvi] Cfr. D. Giannone, In perfetto stato. Indicatori globali e politiche di valutazione dello Stato neoliberale, Mimesis, Milano 2019.

[xxvii] M. Foucault, Nascita della biopolitica, cit.,p. 91

[xxviii] Cfr. P. Sotiris, In risposta ad Agamben, una biopolitica dal basso, http://www.euronomade.info/?p=13095

[xxix] M. Foucault, Nascita della biopolitica, cit. p. 233

[xxx] Utilizzo, estendendone il significato, il titolo originale del libro di C. Guilluy, No Society. La fin de la classe moyenne, Flammarion, Paris 2018

[xxxi] M. Foucault, Nascita della biopolitica, cit., p. 159

[xxxii] Ivi, p. 32, pp. 229-230

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