Propaganda e sfregio. Il paese tradito


27 Apr , 2020|
| Sassi nello stagno

Un ciclo unico, continuo e battente è in moto. È il ciclo di una propaganda che legge nel funzionamento democratico e costituzionale del paese un problema e un ostacolo alla tutela dei cittadini, ma ancor prima, a quella dei creditori nazionali e internazionali, ovvero a quei mercati che detengono quote del nostro debito pubblico. Ed è proprio a questi ultimi che oggi, dalle pagine de La Stampa, ci si auspica che il governo del paese venga affidato. Come? Diminuendo il livello di democrazia, allungando i tempi di una legislatura che dovrebbe durare non più cinque, ma sette anni, in modo da non costringere chi ci governa a doversi confrontare troppo spesso con i propri elettori, potendo così decidere in autonomia da questi.

E chi meglio dei mercati saprà come governare efficacemente un paese, sottraendolo alla ormai desueta, inutile e dannosa pratica del voto? Secondo un certo pensiero che si definisce liberale, ma che della libertà e della partecipazione democratica si fa sfregio, il diritto di voto costituirebbe un elemento da superare, perché vincola i politici a fare ciò che essi stessi propongono nei programmi per i quali sono stati eletti, impedendo di operare scelte impopolari. Ma perché allora non evitare del tutto il momento del voto? Perché non affidare completamente le sorti del paese a una squadra di tecnici e di competenti che, in maniera neutrale e obbiettiva, sappiano cosa è bene per tutti e possano perseguirlo a suon di sacrifici collettivi, di ulteriori tagli alla sanità pubblica e di posti letto negli ospedali, di riduzione dei salari e aumenti delle imposte, di limitazioni ai diritti costituzionali? C’è, in questa visione della politica come impedita dalla sua base democratica ed elettorale, una considerazione paternalistica ed elitaria, come se chi vota fosse necessariamente incapace di comprendere il funzionamento di processi politici ed economici che lo riguardano direttamente; e, allo stesso tempo, come se quei processi non possano essere espressi, comunicati e divulgati dalla classe politica a chi esprime un voto. Dalla “scienza non è democratica” alla politica non è democratica, poiché essa non è più materia di tutti, ma sapere tecnico, riservato a competenti, tecnici e tasks forces. 

Ecco. È questa la propaganda in cui siamo immersi e che fa da eco e sostiene un refrain che inizia a farsi sempre più abituale, dagli organi di stampa fino alle nostre coscienze: un ritornello che risuona a tambur battente e che ci obbliga a fare a meno delle nostre libertà costituzionali; a restare a casa, senza avere, però, nessuna informazione certa su quando potremo tornare a uscire liberamente, a lavorare, a vivere a riabbracciare i nostro cari e a seppellire i nostri morti; che c’invita a evitare ogni forma di analisi, di critica, di messa in discussione e di opposizione a quanto ci viene imposto, ma che taccia chi esercita questo diritto di non amare il proprio paese; che mette al bando chi avanza critiche alle scelte politiche ed economiche del governo e dell’Unione Europea, chi consiglia altre strade al di là di quelle d’indebitarsi e di consegnarsi a istituzioni non rispondenti a logiche democratiche come il MES, a cui il governo pare aver già chiesto il ricorso.

Non vorremmo che questo refrain non fosse che la preparazione di una normalizzazione dello stato d’emergenza; che l’eccezionalità della situazione, lo shock e la paura per l’epidemia e il contagio non divengano strumenti per far accettare misure socialmente inaccettabili, per chiuderci nell’agio di una casa, per chi ce l’ha; per infiacchire e assopire ogni desiderio e volontà di partecipazione democratica alla vita del paese, d’espressione della volontà popolare.          

Vogliamo tornare a decidere collettivamente e democraticamente il nostro presente, a costruire insieme il nostro futuro: non attraverso degli atti amministrativi emanati dal solo presidente del consiglio dei ministri, in sostituzione dei disegni e dei decreti legge, senza alcun confronto con i membri del suo stesso governo e con il parlamento, annunciati in tv in diretta nazionale; ma nelle forme espresse dalla Costituzione del 1948, facendo esprimere e votare il parlamento su scelte che ci riguardano e che avranno degli effetti sulle vite di tutti.

Nell’attuale crisi sanitaria ed economica, nonché nell’attuale sospensione delle libertà costituzionali, appare perciò particolarmente preoccupante l’invito espresso oggi dalle pagine de La Stampa, che si unisce a una propaganda già da tempo in corso, che legge nella democrazia un limite da superare. Occorrerebbe, piuttosto, interrogarsi sul perché l’Italia occupi il settantasettesimo posto per libertà di stampa, dietro Nicaragua, Armenia e Moldavia e seguita a ruota dal Benin. In un sistema democratico, gli organi di stampa costituiscono il fulcro di quel sistema, perché consentono ai cittadini d’informarsi e di formarsi un’opinione, proprio al fine di partecipare in maniera più consapevole alle sorti del proprio paese, non certo per delegare pieni poteri a un uomo solo al comando.

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