Da emergenza sanitaria a stato di eccezione politico?


29 Apr , 2020|
|Visioni

L’attitudine critica non può essere quella di negare o relativizzare il problema coronavirus, ma di denunciare abusi, irrazionalità, eccessi, logiche e rischi “di fondo”. Bisognerà, poi, subito riorganizzarsi socialmente e politicamente.

Gli interventi di Giorgio Agamben sulle conseguenze politiche del coronavirus impongono alcune riflessioni. In generale, condivido la critica alla normalizzazione dell’emergenza, trasformata in “calamità” (anche quando si tratta, ed è la maggior parte dei casi, di questioni politiche, economiche, sociali e non certo di “oggettività” naturali o tecniche). Ora però il problema esiste e, soprattutto in Lombardia, ha creato una situazione drammatica dal punto di vista sanitario. Quindi una reazione mirata, ma adeguata, è necessaria. Certo, il rischio che si trasformi un’emergenza sanitaria reale in uno stato di eccezione politico c’è, è davanti ai nostri occhi. Delegare in toto agli esperti (che peraltro manifestano posizioni non sempre univoche) le scelte politiche è pericoloso: i tecnici devono fornire i dati da valutare, ma la decisione deve essere politica, perché solo così si può tenere conto della complessità dello scenario. Occorre saper distinguere, rendersi conto delle soluzioni che hanno funzionato e di quelle che non hanno funzionato, essere flessibili per aggiustare le strategie. Nessun fideismo emergenzialista, dunque. Abbiamo bisogno, piuttosto, di ragion pratica. La vita pubblica è cosa diversa da un laboratorio: altrimenti si trasforma la società intera in un “laboratorio”. Ciò, sia chiaro, non per ridimensionare il quadro, che è grave e preoccupante, ma per mantenere in funzione la capacità di valutare criticamente e deliberare di conseguenza (a proposito, siamo sicuri che le istituzioni rappresentative debbano eclissarsi, in un contesto del genere?). Inoltre, quando sarà passata questa buriana, bisognerà mettere in fila tutto: non solo errori, atteggiamenti ondivaghi e opachi, mancanze, ma la logica di fondo, i rischi politici che si corrono, le finalità perseguite dai “poteri indiretti” e il conto che verrà fatto pagare ai più deboli.

Pur avendo sbagliato la mira, soprattutto inizialmente, sembrando negare il problema, Agamben ha comunque alluso a una serie di questioni culturali e antropologiche di fondo su cui è giusto riflettere. Semmai ciò che manca, nel suo approccio, ed è invece cruciale, è un’analisi del contesto concreto, delle cause e delle conseguenze  politiche, sociali ed economiche di quanto sta accadendo, anche in un’ottica europea e geopolitica. Bisogna ricordare, infatti, che la questione coronavirus ha assunto queste dimensioni preoccupanti per il sistema sanitario perché negli ultimi decenni è stato pesantemente sottofinanziato: e questo non è avvenuto per caso, ma grazie alla “salvifica” Europa. Naturalmente non si parla qui dell’Europa dei popoli, della cultura e delle tradizioni storiche e costituzionali,  da valorizzare nelle loro differenze e intrecci, che sono una ricchezza. Ma purtroppo questa idea di Europa non ha più molto a che fare con quello che è diventata l’Unione Europea.

Il “perturbante” videomessaggio di Ursula von der Leyen non è riuscito a mascherare, dietro l’apparente, melliflua condiscendenza, il senso di una profonda alterità: in questo si è trattato di un momento “alto” nel suo genere (l’horror), un capolavoro estraniante di falsità e cinismo, che ha dispensato ferocemente una melassa di retorica vacua rilanciata a reti unificate (mentre la Cina ci mandava mascherine, ventilatori per la terapia intensiva, persino medici specializzati). Ovviamente, un problema del genere non si affronta manifestando una vicinanza di facciata agli italiani. Anche perché non è un problema “italiano”, ma riguarda tutta l’Europa (come ormai è chiaro), che sta facendo poco e per un mese ha ignorato il problema (chiedere a Speranza). Semmai, l’Italia rispetto agli altri è stata più seria, dichiarando fin da subito i contagi, facendo i tamponi, non taroccando i dati. Del resto, il reale valore del discorsetto della Presidente della Commissione europea è stato messo bene in luce dal comportamento di Christine Lagarde, che ha rilasciato dichiarazioni irresponsabili aizzando di fatto i mercati contro l’Italia: è stata incapacità, servilismo verso i suoi “domini” politici, o disegno premeditato? Sia come sia, è la conferma dell’inadeguatezza strutturale dell’Europa. Pensare che si sia trattato solo di una gaffe è risibile. Le mezze ritrattazioni del giorno dopo non mutano la sostanza. Ognuno farà sostanzialmente da sé. La Germania ha disposto uno stanziamento di fatto illimitato, utilizzando il veicolo della KfW (Kreditanstalt für Wiederaufbau), una grande banca pubblica per lo sviluppo, fondata dopo la seconda guerra mondiale con il compito di contribuire alla ricostruzione amministrando i fondi del Piano Marshall, che oggi funge da cassaforte con la quale il governo tedesco garantisce operazioni il cui costo altrimenti andrebbe contabilizzato nel bilancio statale: perché l’Italia non può fare altrettanto, magari utilizzando la Cassa Depositi e Prestiti? Quell’ingente mobilitazione di risorse da parte della Germania non ha nulla a che fare con l’immane surplus commerciale ottenuto anche alle nostre spalle, grazie al vantaggio competitivo assicurato dall’euro? E non dimostra forse che il governo tedesco dà per scontato di operare in solitaria, sulla base del criterio esclusivo dell’interesse nazionale? Per quanto riguarda gli altri Paesi europei, i francesi e qualcun altro avranno un certo margine di autonomia per reagire. All’Italia sarà concesso quel po’ che serve per fronteggiare l’emergenza immediata, ma è buio fitto sulle risorse immani che serviranno  per rispondere sul serio al disastro economico annunciato ed evitare il collasso del Paese. Le stesse modalità con le quali si è arrivati all’annuncio di un nuovo quantitative easing conferma il fatto che si naviga a vista, sotto spinte contrastanti: è stato adottato non nell’ambito di una strategia coerente, bensì per tentare di rassicurare  i mercati e cercare di comprare ancora un po’ di tempo, ma non è la soluzione, semmai ancora metadone: infatti, non prefigura quella disponibilità ad acquistare direttamente e in misura adeguata ai diversi contesti i titoli di Stato, fornendo le risorse necessarie quale prestatore di ultima istanza, che sola sarebbe in grado di tacitare una volta per tutte la speculazione e sterilizzare gli spreads, incompatibili con una moneta comune, in quanto mettono in concorrenza economie che dovrebbero convergere e ostacolano quelle politiche sociali e di investimento che oggi sono vitali per la sopravvivenza stessa dei Paesi più esposti. Che dire, poi, dell’originario OdG dell’Eurogruppo, il cui primo punto era la ratifica del MES (non l’emergenza coronavirus), ovvero la trasformazione del trattamento riservato alla Grecia in meccanismo automatico e intangibile, sottratto a qualsiasi interlocuzione (così potranno morire anche qui migliaia di bambini, ma non per il coronavirus, bensì per la distruzione dello Stato sociale e la definitiva espropriazione di ogni autonomia politica). La tardiva modifica di quell’OdG non ha prodotto nulla di rilevante nell’incontro che si è  tenuto di recente, al di là di un po’ di propaganda: a fronte di proposte ragionevoli (per quanto insufficienti) del governo italiano nel senso di una presa d’atto della necessità di una svolta, non è affatto alle viste quel cambio di paradigma di cui ci sarebbe vitale bisogno: il Patto di stabilità non è stato superato (come sarebbe necessario), ma solo sospeso (in attesa di riattivarlo), è stata accordata una maggiore flessibilità momentanea rispetto agli obblighi di consolidamento fiscale, da scontare pesantemente dopo, quando l’emergenza sarà finita (chissà chi ne pagherà il prezzo? Monti docet…), gli eurobonds per la crisi sanitaria non sono stati varati (come Angela Merkel ha tenuto subito a ribadire) e addirittura, per i paesi più in difficoltà economica, è stata ventilata la proposta di affidarsi al MES che c’è (in attesa di quello, ancora peggiore, che verrà), per finire nelle mani della Troika ed essere definitivamente strozzati. Il fatto che nel governo italiano ci sia chi spinge in questa direzione, illudendosi sull’eliminazione di condizionalità consustanziali al meccanismo, è francamente sorprendente e autolesionistico.

Di fronte a tali capolavori, ritenere che l’Europa possa essere criticata ma non troppo, perché è tutto ciò che abbiamo (convinzione invalsa tra gli acchiappafarfalle di vario genere, soprattutto tra quelli della pseudo-sinistra radical), è un’assurdità, che si scontra contro la durezza dei dati di fatto. Del resto, uno dei massimi esempi e mezzi dello stato di eccezione tecnocratico è proprio l’euro, con tutto ciò che determina come dispositivo disciplinare profondamente anti-democratico: occorre non lasciare il dibattito ai soli economisti, smetterla di considerare il tema un tabù o una questione “tecnica”, e soprattutto inscriverlo con nettezza all’interno del paradigma eccezionalista nella sua versione postmoderna. Da quell’azzardo (adottare una moneta senza Stato, cioè pretendere di aggirare il nodo della decisione politica per via tecnica) dipendono largamente molti dei problemi di ordine sociale che abbiamo di fronte, oltre che la natura dell’Europa “reale”. Va ribadito con forza che la logica dell’emergenza è innanzitutto uno strumento del neoliberismo (nelle sue varie declinazioni: nell’Europa tedesca, vige quella ordoliberale), per fronteggiare, senza riuscire a fare ordine, il caos generato dalla globalizzazione finanziaria tenacemente perseguita e difesa dall’Occidente: non si tratta di fantasmi ideologici, ma di un intreccio pervasivo di precisi interessi materiali del finanzcapitalismo e costruzioni simboliche prodotte dalla sua fabbrica, ormai sempre più virtuale, dell’immaginario di massa, all’insegna della spoliticizzazione come nuova egemonia. I contraccolpi dei fallimenti neoliberali, negati fideisticamente, vengono gestiti con le prassi emergenziali, per sterilizzare ciò che si sottrae o manifesta refrattarietà. Forse ora potremmo essere di fronte a un salto di qualità globale, che sfrutta un problema reale per altri fini.

Saremmo cioè di fronte al paradosso di uno stato di eccezione che serve a produrre spoliticizzazione. Lo stato di eccezione teorizzato da Schmitt era costituente, serviva a creare un nuovo ordine politico (o a restaurare quello vigente, ma minacciato) ad opera di un “soggetto” che così si legittimava come sovrano. Quello attuale serve a spoliticizzare l’ordine sociale, a farci transitare in una condizione nella quale a prendere tutte le decisioni che contano sono i tecnici, i politici sono maschere che veicolano quelle decisioni, e ogni conflitto su fini e mezzi è inibito. Il risultato è una contrazione pesante delle libertà e della forma di vita democratica, e mano libera ai flussi gestiti dai colossi finanziari e informatici, incontrollati, mentre sotto un controllo capillare finiscono i soggetti incarnati. Il potere non sparisce, anzi si fa ancora più pervasivo, ma si camuffa. Questa nuova forma di potere emergenzialista ma politicamente sempre più irresponsabile ha il compito di controllare la popolazione e di fare da veicolo a precisi interessi geostrategici e geoeconomici, nei quali convergono corporations finanziarie che operano su scala globale e apparati politico-militari. Questa ridislocazione della legittimità costituzionale era già partita con la crisi finanziaria, l’emergenza attuale la accelera ulteriormente. Il coronavirus ha un effetto disvelante.

Quindi, da questo punto di vista, è vero che bisogna stare in guardia, ma la premessa più efficace da cui partire, a mio avviso, non può essere quella di negare o relativizzare il problema coronavirus (giustamente non saremmo capiti), ma di denunciare abusi, irrazionalità, eccessi, logiche e rischi “di fondo”. E anche di riorganizzarci politicamente (manca un soggetto politico adeguato) e socialmente (lo scollamento dei sindacati confederali rispetto alle condizioni di vita dei ceti popolari è imbarazzante): si possono adottare comportamenti responsabili per contenere un contagio che è reale – comportamenti che non c’entrano nulla con la demonizzazione degli untori di manzoniana memoria -,  e al contempo lottare, non appena sarà possibile anche in piazza, per i diritti del lavoro negati, una sanità pubblica adeguatamente finanziata, e per non scaricare i costi della gravissima crisi economica che ci attende sui ceti popolari. E se a qualcuno verrà l’idea di utilizzare il modello della risposta all’emergenza coronavirus, stabilizzandolo per comprimere permanentemente le libertà democratiche, ci sarà da reagire con forza, perché quello allora sì sarebbe un golpe. Quindi, ribadisco, è necessario preservare una grande lucidità critica, che implica però innanzitutto operare delle distinzioni, senza farsi ”infettare” dal clima generale.  Collegata a quanto sta accadendo, c’è poi la questione più generale dello spostamento della vita, delle relazioni umane, del lavoro culturale sulle piattaforme digitali, isolandoci. Pensiamo al caso dell’università. Non tutti capiscono, anche perché c’è assopimento intellettuale, ma è una battaglia da fare martellando: l’università non è, non potrà mai essere, “on line”, virtuale: sarebbe la sua fine. L’università è una comunità di relazioni reali: quindi, passata l’emergenza, bisognerà stare molto attenti a difenderla e rilanciarla come presidio di pensiero critico e democrazia “incarnata”. Perché è sottoposta, come tutti gli altri ambiti della vita sociale,  a forti spinte addomesticanti, che si presentano non autoritariamente ma come opportunità “smart”. Purtroppo, con lo spirito profetico proprio dei poeti, Pasolini aveva visto lontano…


Articolo apparso su Micromega: http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/03/25/da-emergenza-sanitaria-a-stato-di-eccezione-politico/

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