La libertà d’informazione e il coronavirus: tra istituzioni di vigilanza e scienza cosa resta?


29 Apr , 2020|
|Visioni

Lo stato di emergenza dichiarato dal Governo non riguarda in maniera diretta e immediata la libertà di informazione. Tuttavia, le libertà costituzionali oltre ad entrare in conflitto tra loro assumono anche una dimensione di cooperazione, per cui quando il sistema delle garanzie subisce degli smottamenti questi si riflettono anche sui diritti non direttamente oggetto di provvedimenti restrittivi. L’eccezionalità del momento presenta così dei risvolti importanti anche sul sistema dell’informazione e della comunicazione, il quale ha visto crescere sia le competenze che il numero dei suoi tanti custodi.

L’Agcom c’è… (in prorogatio)

Occorre segnalare subito il ruolo svolto dalla Autorità garante per le comunicazioni, che non ha mancato di attivarsi. Sia aggiunto, tra l’altro, che il mandato dell’Autorità è già scaduto e che essa opera in virtù di una proroga contenuta nel decreto legge n. 104 del 2019; disposizione che è stata modificata proprio da decreto legge n. 18, del 17 marzo 2020, noto come “Cura Italia”, che ha stabilito, all’art. 117, che gli organi dell’Agcom continuano a esercitare le proprie funzioni, limitatamente agli atti di ordinaria amministrazione e a quelli indifferibili e urgenti, fino all’insediamento del nuovo Consiglio e comunque fino a non oltre i 60 giorni successivi alla data di cessazione dello stato di emergenza sul territorio nazionale relativo al rischio sanitario. Quindi l’Autorità opera in un regime di proroga, per gli affari ordinari, con la prospettiva di essere rinnovata solo alla conclusione della fase di eccezionalità. Anche questo è un elemento da considerare.

Rispetto alla fase iniziale dei primi provvedimenti governativi straordinari, l’Agcom è intervenuta solo a metà marzo, forse perché stimolata da un caso concreto. Infatti, il 18 marzo 2020, con la delibera del Consiglio n. 129, l’Autorità ha stabilito, visto l’aumento dell’audience dei programmi radiotelevisivi, e poiché l’attività di informazione televisiva costituisce servizio di interesse generale e che gli argomenti trattati nei programmi diffusi dai servizi di media audiovisivi costituiscono con sempre maggiore frequenza oggetto di attenzione, discussione, polarizzazione nei social media, che: «i fornitori di servizi di media audiovisivi e radiofonici sono invitati ad assicurare una adeguata e completa copertura informativa sul tema del ‘coronavirus covid-19’, effettuando ogni sforzo per garantire la testimonianza di autorevoli esperti del mondo della scienza e della medicina allo scopo di fornire ai cittadini utenti informazioni verificate e fondate». E fin qui nulla di troppo invasivo, un atto di indirizzo.

Sanzioni a Panzironi…

Il giorno seguente (19 marzo) è stato diffuso un comunicato stampa che annunciava l’apertura da parte dell’Autorità di una procedura sanzionatoria nei confronti delle emittenti che editano i canali 61 DTT e 880 della piattaforma satellitare i quali diffondono il programma di Adriano Panzironi, “Il Cerca Salute – LIFE 120”. Tali società, con una condotta reiterata perché già sanzionata in passato, diffondono infatti  «contenuti, commerciali e non, potenzialmente suscettibili di porre in pericolo la salute degli utenti in quanto induttivi di una sottovalutazione dei rischi potenziali del virus Covid-19 e dell’erroneo convincimento che lo stesso possa essere trattato con misure non terapeutiche ma alimentari o di mera integrazione, e conseguentemente idonei a ridurre il senso di vigilanza e di responsabilità verso i rischi sanitari e quindi tali da risultare pregiudizievoli per la salute dei consumatori/utenti». Nello stesso comunicato stampa, l’Agcom informa anche di avere inviato una lettera di richiamo alla emittente La7 per avere invitato più volte Panzironi nel mese di marzo, nella trasmissione “Non è l’Arena”, sia pure in contraddittorio con esperti, ignorando le precedenti sanzioni della stessa Autorità e le proteste dell’ordine dei giornalisti.

Il duplice procedimento sanzionatorio si è concluso con le delibere della Autorità nn. 152 e 153 del 7 aprile 2020, con un esito negativo per le due società interessate, alle quali è stata sospesa la programmazione per il periodo di sei mesi (il massimo della sanzione).

Certo, non si vuole difendere lo stile alimentare proposto dalle emittenti, però giustificare la chiusura di due voci sulla base della non conformità a parametri scientifici rischia di mettere in discussione la libertà di ricerca e di espressione del pensiero.

L’informazione sui social vigilata speciale….

Ma l’oggetto di attenzione privilegiato è l’informazione che corre sulla Rete. Così l’Agcom istituisce il Tavolo piattaforme digitali e Big data che, in raccordo con il Tavolo per la garanzia del pluralismo e della correttezza dell’informazione sulle piattaforme digitali vuole contrastare la disinformazione online su temi medico-sanitari e relativi alla epidemia.

Il 2 aprile 2020 l’Osservatorio sulla disinformazione online della medesima Agcom ha pubblicato un primo report sulla situazione durante la fase della emergenza Covid-19. Si tratta di un documento di una ventina di cartelle, ricche di grafici e dati, che mostrano l’incidenza della ‘cattiva’ informazione online rilevata secondo i parametri adottati dall’Osservatorio della medesima Autorità. Le tabelle mostrano come le notizie medico-sanitarie legate al coronavirus abbiano subito una impennata rapida e quantitativamente imponente nel mese di marzo. Il rapporto smonta anche le principali bufale che sono corse sulla rete, ma i dati più interessanti sono proprio quelli che misurano la circolazione delle fake news. Ebbene, il valore complessivo della disinformazione online ha registrato nel mese di marzo una lieve flessione rispetto a febbraio, nonostante le notizie siano cresciute in termini assoluti, attestandosi attorno al 6,1% del totale della informazione prodotta ogni giorno. Se si analizza poi la percentuale di contenuti falsi in relazione alla sola informazione sul coronavirus, si nota che i mesi di gennaio e febbraio, quando cioè il contagio era contenuto, sono quelli con i valori più alti: nonostante la quantità delle notizie sul tema fosse decisamente ridotta. A fine febbraio si verifica un fatto interessante: aumentano le informazioni sul Covid-19, si triplicano persino, ma si abbassa la percentuale di bufale, a livelli addirittura inferiori rispetto alla media generale di tutte notizie (intorno al 4,5% di media per tutto marzo, contro il 6,1% prima citato). Questi dati, che lasciamo agli studiosi di comunicazione, sembrano non scoraggianti, anzi, paiono indicare che con il crescere dell’attenzione informativa la qualità delle notizie migliora.

Occhio a WhatsApp

L’azione di contrasto alla non corretta e pericolosa informazione in materia di emergenza sanitaria non si è però concentrata solo sulle piattaforme online pubbliche. Si è infatti notata una sorta di osmosi tra la comunicazione rivolta al pubblico e quella riservata e personale, passata attraverso i canali digitali di messaggistica privata. Tramite il telefono cellulare si può esprimere il proprio pensiero rivolgendosi ad una collettività (art. 21 Cost.) oppure si può comunicare in forma strettamente personale e segreta (art. 15 Cost.), il tutto nella più totale facilità di accesso all’una o all’altra forma di espressione (con il rischio di commettere fatali errori). Sotto l’attenzione dell’Agcom è pertanto ricaduta la piattaforma per la messaggistica più usata al mondo, cioè Whatsapp, ove si è osservata anche da parte degli utenti la circolazione di notizie poco attendibili sul Covid-19. Per questo, in data 2 aprile 2020, l’Agcom ha inserito nelle attività di monitoraggio di auto-regolamentazione un progetto avanzato da Facebbok per una innovativa procedura di fact-checking su informazioni relative alla emergenza sanitaria.

Il progetto, presentato al Tavolo Piattaforme Digitali e Big data, si basa su un autonomo accordo tra Facebook e un fact-checker indipendente, selezionato dalla piattaforma e già partner del Facebook Third-Party Fact-Checking Program e membro dell’International Fact Checking Network di Poynter (un celebre istituto di formazione al giornalismo della Florida). Il fact-checker selezionato da Facebook è Pagella Politica, che opererà attraverso un progetto denominato ‘Facta’. Fornito di un profilo WhatsApp e di una numerazione apposita, Pagella politica/Facta riceverà le segnalazioni da parte di quegli utenti della piattaforma che vorranno sottoporre contenuti alla verifica di autenticità, assumendosi la responsabilità sulla valutazione del contenuto e sui criteri adottati a tal fine. In pratica, ogni utente che riceve un contenuto dedicato al Covid-19 potrà inoltrarlo per una verifica al numero WhatsApp: il fact-checker invierà una notifica all’utente richiedente e, in caso si tratti di una notizia falsa, pubblicherà il risultato dell’analisi sul sito web. Trattasi di un passo inedito, cioè l’introduzione di forme di controllo private su messaggi destinati anche alla comunicazione privata, cioè sulla corrispondenza secondo il dettato dell’art. 15 della Costituzione. Il tutto secondo un modello di autoregolamentazione piuttosto sbilanciato verso la società privata incaricata dalla piattaforma digitale: che ha praticamente scelto il controllore e le modalità di controllo senza concordarlo con l’Autorità pubblica.

Anche il Governo…

Nonostante i dati non allarmanti sulla disinformazione online e nonostante l’attività di auto-regolamentazione delle piattaforme social, si deve registrare in materia di contrasto alla cattiva informazione anche una iniziativa diretta del Governo. In data 4 aprile 2020 il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, con delega alla Informazione e editoria (Andrea Martella), con un decreto ha istituito una ”Unità di monitoraggio per il contrasto della diffusione di fake news relative al Covid-19 sul web e sui social network”, con compiti di analisi e monitoraggio dell’informazione diffusa relativamente al coronavirus e di individuazione di specifiche misure di contrasto alla diffusione di fake news, anche tramite il coinvolgimento dei principali motori di ricerca e piattaforme social. Il gruppo di lavoro sarà composto di 11 membri, di cui tre in rappresentanza del Governo (uno per il Dipartimento editoria, uno per il Dipartimento Protezione civile ed uno per il Ministero della Salute) e otto provenienti dal mondo accademico, del giornalismo e delle professioni.

Rispetto alle competenze dell’Agcom e dei suoi organismi interni, vi è però una novità, rappresentata dal ruolo propositivo che l’Unità di monitoraggio dovrebbe assumere. Infatti, tra le attività a cui si dovrà dedicare l’organo figura la individuazione di «modalità idonee a potenziare e rendere più visibile ed accessibile l’informazione generata dalle fonti istituzionali, anche attraverso un migliore posizionamento sui motori di ricerca e sui social media». Si esce dalla mera logica del controllo e della verifica delle fonti per approdare ad una posizione decisamente più propositiva nella sfera pubblica. Si tratta di assegnare nel dibattito pubblico corsie preferenziali sulle piattaforme online alle comunicazioni che provengono dalle istituzioni? Attraverso quali strumenti sarà possibile ottenere una promozione delle fonti istituzionali senza determinare una indebita inferenza nella sfera pubblica?

Breve conclusione

Che cosa tiene insieme questi piccoli fatti istituzionali che ruotano attorno alla libertà di espressione? In primo luogo, emerge come le piattaforme online siano delle vere e proprie osservate speciali, quasi che la disinformazione fosse prerogativa dei social e non anche dei media tradizionali (stampa e radiotv). Sarà forse perché sulla Rete circolano quelle opinioni politiche, specie di natura economica, che sono sgradite ed emarginate dai media mainstream? In secondo luogo, il proliferare di custodi alla libertà di espressione tradisce una vocazione del nostro tempo a neutralizzare il conflitto e la dialettica politica. Si tecnicizza la politica e si politicizza l’apparato tecnico. Questo combinato disposto è funzionale a mettere fuori dalla sfera pubblica le posizioni politiche scomode al pensiero mainstream. Il tutto avviene però mediante il ricorso a categorie scientifiche o morali spacciate per neutrali, senza che lo scontro politico sia esplicitato. Lo “scientificamente corretto”, l’”economicamente corretto” ed il “politicamente corretto” sono i nuovi censori del discorso pubblico e politico. Ma in questa maniera si tradisce la radice ultima della libertà di espressione rinvenibile nel pensiero europeo, cioè quella di essere un’arma dell’individuo contro ogni verità prestabilita.

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