Dare Lavoro


1 Mag , 2020|
|Visioni

Dopo lʼemergenza sanitaria vissuta in questi mesi a causa della diffusione del coronavirus Sars-cov-2, lʼattenzione ormai è tutta puntata allʼinizio della ˮfase 2ˮ ovvero a quel periodo di transizione che, nelle migliori previsioni, ci dovrebbe riportare alla normalità nel giro di alcuni mesi.

Il Paese dopo il lockdown è attraversato da numerose polemiche legate alla ˮgeometria variabileˮ con cui è stato applicato e alle terribili conseguenze che hanno colpito alcune zone in cui si è preferito tutelare il profitto e la Milano che ˮnon si fermaˮ. La contrapposizione tra interessi collettivi e interessi particolari, tra salute e ˮdanèˮ, è destinata in queste settimane di nuovi provvedimenti a generare ulteriori conflittualità.

La fine della crisi sanitaria e lʼapprodo alla ˮfase 2ˮ sarà anche lʼinizio di un periodo di incertezza generata dallo shock economico ricevuto, shock che nelle previsioni elaborate in queste settimane potrà portare ad un taglio del  PIL per il 2020 nell’ordine dei 10 punti percentuali. In un Paese mai del tutto uscito dalla crisi del 2008, lʼinnesco di una nuova spirale recessiva porterà purtroppo alla chiusura di un numero elevato di attività, soprattutto nella PMI e alla conseguente esplosione del tasso di disoccupazione.

Le crisi economiche, lo abbiamo vissuto in Italia e lo abbiamo visto in Grecia nel 2015, sono i momenti più intensi di centralizzazione del capitale, momenti in cui chi ha disponibilità finanziaria riesce a penetrare profondamente nei contesti economici colpiti dalla recessione, speculando in ogni ambito e comprando a saldo tutto ciò che potrebbe portare a futuro profitto.

Fuori dalla narrazione mediatica, il sostanziale rifiuto da parte dellʼUE di introdurre strumenti consoni al superamento della crisi, non può stupire chi conosce bene lʼarchitettura normativa europea. Gli eurobond, la condivisione dei debiti sovrani, la BCE prestatrice di ultima istanza, sono questioni senza agibilità politica nemmeno nelle attuali condizioni di emergenza. Ci si potrebbe dilungare in tecnicismi raffinati, ma la questione è tutta politica e si può riassumere semplificando in due punti: lʼimpostazione economica ordoliberale data all’UE dai Paesi del Nord Europa, sancita a lettere di fuoco in Trattati pensati per essere di fatto immodificabili, e lʼincapacità della Germania di essere egemone senza cadere in un cieco mercantilismo asimmetricamente rivolto all’export.

I prossimi mesi, al netto di lunghi dibattiti su MES e Recovery fund, saranno contraddistinti da una grande esigenza di risorse da destinare a provvedimenti anticiclici per contrastare lʼeffetto del lockdown ed evitare una dura recessione sulla pelle di unʼeconomia esposta alla speculazione finanziaria.e ancora molto debole.

Le proposte in campo per reperire fondi portano oggi in un vicolo cieco, quantitativamente sono tutte insufficienti e qualitativamente tutte a debito, senza la possibilità di monetizzarlo da parte di una banca centrale. Le proposte di come utilizzare i pochi quattrini a disposizione, passano attraverso ˮTask Forceˮ e DPCM, modalità un poʼ troppo lontane dal Parlamento, istituzione che su queste questioni importanti dovrebbe essere maggiormente coinvolto. Ritorna in questo clima di emergenza e di tecnocrazia latente, accompagnato da un glaciale brivido lungo la schiena, il feticcio delle mai sopite ˮriformeˮ.

In un momento di veloce trasformazione del senso comune e davanti alle fosche prospettive, è necessario fare a pezzi il dogma liberista che vede lʼimpresa privata unico soggetto capace di creare lavoro.

È una falsità pensare che solo il privato sia protagonista nel generare lʼofferta di lavoro ed è opportuno finalmente immaginare, come suggerisce il filone di pensiero keynesiano, uno Stato che partecipa alla creazione di lavoro, intervenendo così anche nella regolarizzazione del ciclo economico e nella tutela dei salari con lʼobiettivo, oggi dimenticato, della piena occupazione.

È urgente rielaborare un modello di economia mista in cui lo Stato pianifica ed è capace di intervenire in ambiti ben precisi, strategici, con piani di investimenti pubblici avveduti e illuminati. Uno Stato che si assume lʼonere di diventare prestatore di ultima istanza di lavoro, dando realizzazione concreta agli Articoli 1, 3 e 4 della Costituzione che individuano proprio nel lavoro lʼelemento cardine e lo strumento principe con cui redistribuire il reddito nazionale e perseguire lʼuguaglianza sostanziale.

È necessario ribadire, perché ce nʼè sempre bisogno, che lʼArticolo 1, quello che definisce lʼItalia una ˮRepubblica democratica fondata sul lavoroˮ, non parla di reddito e che questa scelta di termini non è una questione stilistica ma di concetto. Lʼinserimento del lavoro come elemento fondante è una scelta ben precisa su quale leva debba usare la Repubblica per garantire a tutti i propri cittadini unʼesistenza dignitosa, combattendo le disuguaglianze che un capitalismo predatorio e senza freni genera in quantità insostenibile. Non cʼè democrazia che regga la disoccupazione, non cʼè nessuna libertà senza sicurezza economica e nella precarietà, se non la libertà di morire di fame.

Nel 1946, un marxista roveretano, Remo Costa, scriveva un articolo su ˮIl Proletarioˮ intitolato DARE LAVORO. Era il primo dopoguerra in Trentino, cʼera la fame, non cʼera lavoro. Un contesto che appare tanto lontano dallʼoggi ma che necessitava ugualmente di una coraggiosa presa di coscienza.

ˮSe il governo, se il partito che domina nel Trentino la stragrande maggioranza delle pubbliche amministrazioni, non si attivano, non sentono la responsabilità di DARE LAVORO ai disoccupati, se le amministrazioni pubbliche non si sforzano di risolvere con urgenza questo problema, è chiaro che lʼiniziativa deve partire dal popolo.

Non si tratta di soddisfare la coscienza eludendo la soluzione del problema con raccolte di offerte e per elemosinare presso altri affamati un pugno di fagioli.

Non si tratta solo di questo, anche se la solidarietà umana ha il suo grande valore, si tratta piuttosto di trovare il modo di DARE LAVORO. Non manca certo la necessità di lavori utili, quello che manca sono i fondi, i denari per farli eseguire. Questa sarà senzʼaltro la scusa che accamperanno i prudenti nostri amministratori, ma è una scusa riflessa da incosciente inerzia, se non maschera, in certi casi, più indegne intenzioni. E bene noi diciamo a questi prudenti amministratori che davanti alla tragedia in atto non è il caso di attuare la politica economica ˮdella lesinaˮ, ma per contro è necessario affrontare con audacia il problema di trovare i denari. Ci sono delle possibilità, ci sono molti ricchi che possono dare, cʼè il modo di formare consorzi, di esercitare pressioni sul Governo e sui signori. Si troveranno resistenze? È naturale che si troveranno. Noi pensiamo che nella vita si trovano sempre resistenze che però bisogna superare.ˮ

Quel DARE LAVORO deve tornare ad essere un fine dello Stato e bisogna prepararsi a mobilitare tutte le risorse intellettuali, economiche e manuali del nostro Paese per creare un grande PIANO DI LAVORO GARANTITO contro le conseguenze economiche della pandemia.

Cura della persone e cura del territorio. Istruzione, sanità, sovranità alimentare, sovranità energetica, economia circolare: sono tutti ambiti in cui è possibile immaginare un ritorno al lavoro di migliaia di persone.

La quarantena ha obbligato tutti ad attrezzarsi con ausili informatici prima poco utilizzati che potrebbero diventare interessanti nel pensare alcuni rapporti di lavoro garantito in cui, a fronte di un impegno in telelavoro riconosciuto verso la collettività, magari articolato a progetto, si fornisce un reddito.

Il lavoro garantito sarebbe obbligatorio per tutti? No, è universale quindi aperto a tutti, ma interesserebbe solo chi desidera avere un reddito da lavoro e si trova nella condizione di essere escluso dal mondo del lavoro. Immaginato come temporaneo sarebbe un bacino di energie a disposizione della collettività in continua dilatazione e contrazione a seconda del ciclo economico. Certamente il lavoro garantito andrebbe ad intervenire in modo salvifico sulle dinamiche di contrattazione salariale al ribasso che sono state portate avanti negli ultimi decenni e sulla precarietà, perché andrebbe a fissare uno standard minimo oltre il quale il privato non potrebbe spingersi.

A livello accademico ci sono gli studi di economisti come Randall Wray e Bill Mitchell che hanno elaborato i dettagli operativi e applicativi dei Piani di Lavoro Garantito. In Provincia di Trento un piccolo esperimento del genere, il famoso ˮProgettoneˮ, è già attivo da anni e ha permesso di assorbire durante lo scorso decennio centinaia e centinaia di lavoratori licenziati durante la crisi.

Le risorse economiche dovranno arrivare da tutti gli enti pubblici e privati che credono nel ritorno dello Stato e nella necessità di riconvertirlo rispetto allʼuso fatto fino ad ora da classi dirigenti intente ad entrare ed uscire dalle famose ˮporte girevoliˮ, metafora che descrive bene il ricambio di uomini della finanza e della politica al vertice, ma che cela il cospicuo flusso di denaro che dalle casse pubbliche si è spostato verso le tasche private attraverso queste commistioni.

È necessario ricostruire il concetto di Stato, ripartendo dallo Stato integrale gramsciano,  oltrepassando la concezione dello Stato come monopolio della sola coercizione. Lo Stato è anche il monopolio del simbolico e del senso comune e quindi è fondamentale combattere la campale disfida, guerra di posizione, per poterne disporre. Se anche i lavoratori e i ceti schiacciati dagli aridi programmi europei di austerità ringraziano i propri aguzzini è proprio perchè lo Stato ed il monopolio del simbolico è stato lasciato per molto tempo nelle mani degli avversari.

Lo Stato, come dice A.G.Linera[i], ˮè un flusso, una trama fluida di relazioni, lotte, conquiste, assedi, seduzioni, simboli e discorsi che si contendono beni, simboli, risorse e la loro gestione monopolisticaˮ.

Questa crisi sanitaria ci sta mettendo davanti agli occhi una realtà per molto tempo nascosta. Nei momenti di difficoltà generati dal coronavirus abbiamo riscoperto lʼimportanza del Servizio Sanitario Nazionale, abbiamo visto lʼincapacità del privato di essere presente quando non conviene, abbiamo visto le speculazioni che il mercato, lasciato solo ad autoregolarsi, provoca anche in una situazione di pandemia. Il ritorno dello Stato è ora evidente e ci accompagnerà nella prossima fase storica, sta a tutti noi ricostruire unʼopzione di Stato non liberista e realmente democratico.

In attesa di una nuova declinazione dello Stato nel lungo periodo, a quello di oggi, alle istituzioni, si richiede lʼimpegno concreto di DARE LAVORO, di usare tutti i mezzi a disposizione, diretti ed indiretti,  per generare lavoro, per essere pronti a fronteggiare una situazione eccezionale in cui molti cittadini potrebbero precipitare in condizioni di povertà.

Un impegno concreto per un Piano Nazionale di Lavoro Garantito, per usare il lavoro delle nostre braccia e delle nostre menti come arma di ridistribuzione e di emancipazione allʼinterno della nostra società, contro le tendenze accentratrici del capitale, contro le disuguaglianze ma anche contro la precarietà e lo sfruttamento a cui molti lavoratori sono esposti.

Oggi con la globalizzazione marcata USA in profonda crisi e le catene del valore destinate ad essere ridefinite a seguito della pandemia, è urgente riflettere su un nuovo progetto di Paese, che abbia obiettivi certi, indirizzi illuminati, concretezza e immaginazione insieme, che rimetta in circolo le energie disperse e lontane. Un Paese migliore di quello che stiamo vedendo piegarsi sotto i colpi del virus, ma che era già azzoppato dalle speculazioni della finanza internazionale, dalla corruzione delle classi dirigenti, dalle privatizzazioni e dal vincolo esterno antidemocratico dellʼUE.

Il primo maggio, festa di tutti i lavoratori, sia unʼoccasione di riflessione collettiva su questa nostra ˮPovera Patriaˮ che mai come oggi necessita di un nuovo movimento dei lavoratori che si chini a raccogliere quella bandiera, rossa e tricolore, abbandonata sul selciato.

Buon primo maggio a tutti


[i]    Alvaro Garcia Linera Democrazia,Stato, Rivoluzione, Presente e futuro del socialismo del XXI secolo, Meltemi, 2020, Milano

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