Non siamo tutti sulla stessa barca! Il 1° maggio dei lavoratori in tempi di COVID-19


1 Mag , 2020|
| Visioni

Ed eccoci qui di nuovo: 1° maggio, festa internazionale dei lavoratori. Chiusi in casa e in un’atmosfera spettrale, è vero, ma anche quest’anno condivideremo con il resto del mondo la giornata dedicata a chi lavora, ai loro diritti e al loro potere.

Lo ammetto, non riesco a non pensare al 1° maggio con una sorta di meraviglia: una ricorrenza nata da un momento di lotta dei lavoratori – la giornata da otto ore – che si è imposta con una tale naturalezza in tutto il mondo e che oggi costituisce, in molti paesi, una festa nazionale imprescindibile o, ancora, un momento di conflitto per nuovi avanzamenti.

Il 1° maggio è nato ed è una festa divisiva: non festa del lavoro, considerato come una sorta di totem i cui frutti debbano essere goduti dall’intera società (il che, vale a dire, dalle classi dirigenti della società), ma festa dei lavoratori e delle lavoratrici, di chi materialmente produce ricchezza e benessere e che da questa stessa ricchezza e benessere è spesso escluso. Festa internazionale, per riconoscersi tutti parte dello stesso meccanismo di sfruttamento, come operato nei vari paesi. Ma, soprattutto, festa, giornata di libertà dal lavoro e di riappropriazione delle proprie vite, consapevoli del proprio potere, del fatto che nulla è possibile, nulla è producibile se i lavoratori si fermano.

Non è un caso se, dal momento della sua nascita nel 1890 a tutt’oggi in molti paesi, il 1° maggio sia stato impedito, sostituito con altre feste “inventate” dai vari stati, fino ad essere in molte occasioni represso nel sangue: il primo maggio è sovversivo, sta lì, placido e gioioso, a ricordare quella contraddizione che il capitalismo da sempre vorrebbe superare, ovvero l’insanabile diversità di interessi tra coloro per i quali il lavoro è qualcosa di esterno, mero strumento da acquisire e comprare (al minor prezzo possibile) per creare profitto, e tutti gli altri, la stragrande maggioranza, per la quale il lavoro coincide con la propria vita e, perciò, non la può sopraffare.

Il primo maggio i lavoratori e le lavoratrici si fermano, in tutto il mondo strappano una giornata al lavoro e, con la loro assenza, dimostrano la loro forza, il loro potere, la loro imprescindibilità.

Ed è esattamente il potere dei lavoratori, in questo secolo, il grande rimosso della nostra società: siamo ormai abituati a pensare al lavoro come qualcosa che appartiene ad altri rispetto ai lavoratori; il padrone novecentesco è oggi il moderno datore di lavoro, colui che, in un’evoluzione linguistica venduta come innovativa, dà – e, in definitiva, allora, possiede – il lavoro. Colui che, dunque, non è solo padrone del capitale ma detentore e possessore del lavoro stesso. In un quadro del genere, che potere residua allora ai lavoratori? Evidentemente nessuno, il lavoro non è loro ma appartiene ad altri; altri che possono, in ogni momento, decidere di sottrarlo e portarlo via.

Un inganno che dura ormai da decenni. Ma un inganno che, in un tempo eccezionale di pandemia che mai ci saremmo immaginati poter vivere, si disvela in tutta la sua forza.

Ed ecco che riemerge il potere di chi lavora: senza lavoro non c’è produzione. Ce lo hanno chiaramente disvelato i padroni del capitale, ce lo mostreranno ancora nei prossimi mesi: la paura, prima di ogni altra cosa e prima di ogni decreto, dei lavoratori, di quelli per cui il lavoro coincide con la vita, ha imposto un fermo impressionante alla produzione; fermo che durerà nei prossimi mesi e nei prossimi anni anni, anche in ragione delle regole di sicurezza che dovranno essere imposte.

Appare ormai chiaro: se queste non saranno prese, se i lavoratori e le lavoratrici, fosse anche per la paura di ammalarsi, si fermeranno, tutto il resto, capitale, liquidità, posti di lavoro stessi, non avrà più alcun valore, pesi morti privi della necessaria vitalità.

E’ questa, penso, la questione che dovremo avere bene in mente e ricordare nelle prossime settimane: ben consapevoli della crisi che si sta prospettando, infatti, le parassitarie classi dirigenti industriali italiane già stanno affilando le armi per scaricarne il costo su chi sta più in basso.

Il grido di battaglia è sempre lo stesso: siamo tutti sulla stessa barca! Dovremo fare sacrifici e dovremo pagarli tutti. Ora, anche a voler tralasciare quanto infame sia una tale affermazione che “dimentica” chi sono gli unici percettori di profitti quando le cose vanno invece bene, la realtà che si cela dietro una tale frase è solo una: i sacrifici saranno pagati dalla maggioranza, da quelli che devono lavorare per vivere e non hanno salvagenti di sorta per galleggiare.

Parte dell’operazione è già stato fatto: ad esempio, si è deciso di scaricare il costo delle casse integrazioni, e in particolare quello dell’attesa delle loro liquidazioni, tutto sui lavoratori. Così, se normalmente è il datore di lavoro a dover anticipare gli ammortizzatori sociali e ad attendere il rimborso dall’INPS, questa volta, con la scusa dell’emergenza, sarà l’INPS a pagare direttamente i lavoratori, e saranno questi ultimi a dover attendere mesi per avere la liquidità necessaria per vivere. Per salvare la liquidità delle imprese, si sono già condannati milioni di lavoratori.

Ancora, si è imposto, si impone e si imporrà a  milioni di lavoratori di lavorare in assenza delle migliori tecnologie di sicurezza in azienda, che pure normalmente sarebbero un obbligo in capo al datore: così, ad esempio, i datori di lavoro vengono già giustificati nel fornire mere mascherine chirurgiche e gel per le mani ai lavoratori, quando normalmente avrebbero dovuto organizzare il luogo di lavoro, anche fornendo dispositivi di protezione adeguati, in modo da evitare più possibile evitino ogni forma di infortunio/malattia: di nuovo, si regalano grossi risparmi alle imprese riguardo la sicurezza e si scaricano i costi delle malattie interamente sui lavoratori.

Ma questo non è ancora nulla: ciò che verrà sarà strutturale, e potrebbe essere il definitivo attacco al diritto del lavoro; già si parla di eliminazione dell’orario, di flessibilizzazione del lavoro nel fine settimana, di cancellazione dei – pochi – residui limiti all’utilizzo del lavoro flessibile.

Appare chiara la visione che le classi dirigenti hanno del lavoro per i prossimi anni: portare alle estreme conseguenze la concezione per cui il lavoro è solo uno strumento, flessibile, eliminabile  e sostituibile all’occorenza, per forza di cose docile e ricattabile.

La risposta non potrà che venire dalla consapevolezza del potere che, invece, il lavoro ha, dell’inutilità del resto della produzione se non viene attivata dal lavoro vivo. Su questo potere, del quale lavoratori e lavoratrici sono i primi a non avere contezza, va costruita la controffensiva per riacquistare diritti e, soprattutto, godere di una maggiore quota del profitto che si produce sotto forma di aumenti di salari. Anche, anzi soprattutto, in una fase di crisi quale quella che si appresta.

Fermarsi, magari per una festa come il 1° maggio. Con la consapevolezza, però, di quanto un tale arresto può far male a chi al lavoro continua a rubare tutta la sua ricchezza.

Di: