È possibile parlare di europeismo?


2 Mag , 2020|
|Visioni

Quando parliamo di europeismo, di solito, intendiamo una posizione politica percepita come progressista poiché guarda con favore al processo di integrazione europea, soprattutto nella speranza che questo processo possa portare un giorno ad una vera unione politica, addirittura a degli Stati Uniti d’Europa.

Ma è possibile pensare oggigiorno questo orizzonte? Questa prospettiva, spesso propagandata da alcune dirigenze politiche – in Italia possiamo pensare a +Europa, ad Italia Viva o anche allo stesso PD è prevalentemente abbracciata dal “ceto”, per così dire, universitario o post-universitario.

Basti pensare ad esperimenti politici come quello di Volt Europa, che guarda proprio ad una prospettiva federalista su scala europea ed è animato da una forte componente giovanile; sugli oltre 10mila iscritti, si stima un’età media di 35 anni[i].

Parliamo dunque della cosiddetta generazione dei millenials, nata a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90 e cresciuta nel contesto dell’integrazione europea.

Questo progetto però, si scontra con almeno due ostacoli, non insormontabili per principio, ma ad oggi difficilmente aggirabili: quello politico e quello culturale. Partiamo dal primo.

Senza timore di smentita, possiamo dire che oltre una certa rappresentanza per lo più testimoniale, come può essere appunto quella di Volt, non esiste nelle dirigenze politiche dei vari stati membri dell’Unione Europea una vera volontà politica nei confronti di questa prospettiva, a partire dagli stati più grandi ed importanti da un punto di vista politico ed economico.

La Germania, ad esempio, non ha alcun interesse a spingere nel senso di un’unione federale, che di fatto andrebbe ad intaccare il primato economico costruitosi a partire dall’adozione della moneta unica fino ad oggi.

La Germania, infatti, registra un surplus commerciale impressionante (parliamo di quasi 300 miliardi alla fine del 2019[ii]), raggiunto proprio grazie all’UE.

Le merci tedesche, di fatto, vengono preferite a tutte le altre merci europee, non soltanto per la qualità, ma anche perché gli altri paesi non possono competere con la Germania sul prezzo in assenza di proprie monete.

Prima della moneta unica, a fronte delle esportazioni tedesche, per un altro stato europeo sarebbe stato possibile competere ad esempio tramite il meccanismo della svalutazione, rendendo cioè più conveniente ad un paese importatore pagare nella valuta di quello stato (franchi, lire, pesete ecc.) piuttosto che in marchi, in rapporto qualità-prezzo.

Dinnanzi alla moneta unica, invece, gli stati extra europei preferiscono naturalmente acquistare le merci tedesche, piuttosto che quelle degli altri paesi, poiché non ci sono più differenze tra valute e conta unicamente la qualità del prodotto.

Certo, la Germania esporta qualità ma a quale prezzo? Comprimendo il costo del lavoro.

I salari tedeschi, infatti, tendono a crescere meno della produttività; nel decennio tra il 1996 e il 2007, ad esempio, sono cresciuti soltanto dello 0,8% circa rispetto ad una crescita della produttività dell’1,8%[iii].

Nonostante salari bassi rispetto al volume economico, tuttavia, la Germania mantiene intatto il proprio “patto sociale”, poiché tutto sommato l’occupazione è garantita (il tasso di disoccupazione dell’economia tedesca è tra i più bassi d’Europa) e i salari restano migliori del resto del continente.

Questo, naturalmente, può funzionare per la Germania, ma non per gli altri paesi europei.

Nel resto d’Europa, non a caso, i salari hanno continuato a decrescere, senza però ottenere i vantaggi tedeschi[iv], ed anche la disoccupazione ha continuato ad essere elevata: la media nell’Unione Europea è doppia rispetto a quella tedesca, fino a raggiungere nei maggiori paesi picchi come l’8% francese o la doppia cifra in Italia o in Spagna[v].

Per quale motivo, dunque, il capitalismo tedesco dovrebbe favorire la trasformazione di una struttura che così com’è favorisce la propria economia?

La Francia, analogamente alla Germania, non ha interesse nello spingere in direzione federalista, poiché, pur non godendo degli stessi vantaggi economici della Germania, guida assieme a quest’ultima l’UE, forte soprattutto del suo peso geopolitico e militare.

Si pensi, ad esempio, al desiderio francese di creare un esercito europeo (in realtà per l’appunto franco-tedesco), a capo del quale vi si porrebbe in maniera naturale la stessa Francia, forte del suo sviluppo militare, decisamente maggiore rispetto a quello tedesco, a lungo ostacolato dalla divisione del paese fino all’inizio degli anni ’90.

D’altro canto, la Germania potrebbe riconoscere il primato militare francese in virtù dell’egemonia che già esercita economicamente.

Tale esercito, quindi, s’inserirebbe nel panorama geopolitico, specialmente secondo i desiderata francesi, come un’alternativa alla NATO a guida americana, rinnovando la vocazione imperiale francese[vi].

D’altronde, la Francia ha sempre mantenuto certe aspirazioni militari; si pensi agli interventi diretti del paese nel conflitto siriano, oppure semplicemente all’enorme influenza economica e commerciale che ancora esercita in vaste aree del continente africano grazie al franco CFA, un’influenza non di rado esercitata proprio con le armi[vii].

Lo stesso Trattato di Aquisgrana del gennaio dello scorso anno rafforza l’idea dell’asse franco-tedesco a discapito di un reale progetto d’integrazione europea.

Il Trattato, infatti, tocca appunto questioni militari: si promuove la cooperazione tra le forze armate dei due paesi e tra le industrie belliche; si promuovono logiche di difesa comuni e di comune sviluppo militare (si parlava addirittura di una comune unità d’intervento in paesi terzi).

Nel Trattato si esorta poi allo sviluppo di numerosi altri punti comuni ai due paesi.

Non sappiamo la vita che avrà questo accordo e se l’asse reggerà, ma anche nella classe dirigente francese possiamo notare tutto fuorché una volontà di sciogliere il proprio paese in un’unione federale.

C’è poi il Regno Unito… che è semplicemente uscito da questa Unione, a riprova di un altro grande paese che non ha mai avuto veramente interessi federali; d’altronde, il Regno Unito, all’atto di adozione della moneta unica, fu l’unico, tra i paesi più grandi, a mantenere la propria valuta.

Infine, abbiamo l’Italia, paese fondatore che, a differenza di Germania e Francia, è a capo di un altro gruppo di paesi, cioè quelli che invece hanno raccolto soltanto le briciole da questo processo d’integrazione, cioè i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna).

Con Germania, Francia e Regno Unito abbiamo visto paesi che si sono impegnati nel processo d’integrazione europea alla costante ricerca di un vantaggio prima di tutto nazionale.

Al contrario, in Italia possiamo parlare piuttosto di una classe dirigente che ha finito, proprio a cavallo tra gli ’80 e i ’90, per scollarsi completamente dall’interesse nazionale per preservare unicamente sé stessa.

A tal proposito si pensi all’ideologia del vincolo esterno di cui parlava Guida Carli all’interno dei suoi Cinquant’anni di vita italiana.

Da questo testo emerge un quadro sostanzialmente pessimistico della classe politica italiana, dalla quale l’ex governatore della Banca d’Italia si aspettava un’incapacità di restare aggrappati ad un modello di sviluppo capitalistico (basti pensare all’economia mista sancita dalla Costituzione italiana); pertanto, Guido Carli ci parla dell’ideologia del vincolo esterno, che vincola appunto il paese essenzialmente a decisori esterni, nella fattispecie alle istituzioni sovranazionali europee.

Carli scrive questo testo nel 1993, quando oramai si è compiuto il processo d’integrazione europea, a partire dal divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981 – cioè a quell’idea di indipendenza della banca centrale che è poi il principio fondante dell’attuale Unione Europea – fino ad arrivare alla fatidica firma del Trattato di Maastricht nel 1992.

Ciò che vediamo in Italia, dunque, è una classe politica che si è imbarcata in un progetto europeo senza portare avanti alcun reale progetto di respiro nazionale; al contrario, il nostro paese si è consegnato mani e piedi all’integrazione europea.

Non è un caso, ad esempio, che imprese tedesche e francesi abbiano spesso fatto compere del nostro patrimonio industriale[viii].

Insomma, per concludere la nostra analisi sulla volontà politica di un’unione federale europea, quello che emerge è che da un lato abbiamo modelli nazional-capitalistici, come quello tedesco, francese o inglese, mentre dall’altro abbiamo un modello capitalistico-europeista, quello dell’Italia,

l’unico tra i grandi paesi ad avere larga parte della propria classe dirigente favorevole ad un’unione altrimenti osteggiata da tutti gli altri.

Di fronte all’enorme difetto di volontà politica, però, c’è anche un altro ostacolo difficilmente aggirabile, cioè quello culturale.

Immaginando che i futuri USE (Stati Uniti d’Europa)  debbano essere formati dagli attuali stati membri – e già qui sorgono le difficoltà, poiché sarebbe impensabile fare un’Europa in assenza del Regno Unito, ad esempio -, ci ritroveremmo con un’entità statale con più di venti lingue diverse.

L’ostacolo linguistico viene spesso percepito come un ostacolo gretto e reazionario, per così dire, poiché nel mondo della globalizzazione è un attimo imparare una nuova lingua.

Il problema, però, non è la nostra inclinazione o meno al poliglottismo.

Innanzitutto, avremmo letteralmente decine di lingue diverse e come si può definire Stato un luogo in cui i cittadini si ritroverebbero a non capire letteralmente i loro concittadini spostandosi da uno stato federale all’altro?

Se proprio vogliamo guardare agli Stati Uniti d’America, al netto di tutte le differenze, un abitante del Michigan capisce uno dell’Oklahoma, così come un cittadino dell’Illinois capisce uno della Pennsylvania.

Anche negli USA, naturalmente, esistono differenze culturali, dal momento che non mancano certamente differenze tra lo stile di vita californiano e quello texano o quello newyorkese, ad esempio, ma il sostrato culturale su cui su basano gli USA è il medesimo.

Negli USA possiamo parlare di una popolazione statunitense.

Negli USE potremmo parlare di una popolazione europea?

Si potrebbe pensare all’inglese come lingua comune – sarebbe paradossale adottare la lingua di uno stato che non fa più parte dell’UE -, ma non sarebbe la stessa cosa.

L’inglese rappresenterebbe pur sempre una seconda lingua e non la lingua madre, quella che si apprende nella culla.

Dante nel De vulgari eloquentia definiva “volgare” la lingua che si apprende dalla propria nutrice, mentre definiva “grammatica” quella che si apprende dopo lungo studio e dedizione; al tempo, naturalmente, Dante pensava al latino come lingua “grammaticale”, in opposizione al fiorentino “volgare” che aveva appreso dalla sua nutrice.

Ecco, l’inglese o qualsiasi altra lingua che impariamo resta lingua grammaticale per noi, mentre il nostro volgare, oltre naturalmente ai dialetti, è l’italiano.

Si dirà che, in fondo, anche la lingua italiana è stata costruita.

Questo è vero, ma la lingua italiana nasceva con lo scopo di unire una penisola all’interno della quale, al netto di tutte le differenze, anche politiche, vi era una cultura più o meno comune.

C’era sicuramente differenza, anche linguistica, tra un siciliano del ‘300 ed un bolognese, ma non le stesse differenze che passerebbero oggi tra un tedesco e un italiano, tra un polacco e un greco.

D’altronde, lo stesso Dante, ancora nel De vulgari eloquentia, avvertiva quell’affinità culturale all’interno della penisola che permetteva di giustificare un’idea d’italiano e d’Italia, un’idea che verrà nutrita nei secoli successivi da Francesco Guicciardini, con la sua Storia d’Italia, o dallo stesso Alessandro Manzoni, il quale per I promessi sposi compirà un lavorio linguistico proprio nel senso di una lingua unitaria italiana.

Un’idea di Europa oggi c’è, ma ci sono i presupposti culturali affinché quest’idea diventi concreta?

Forse un giorno, ma oggi  è verosimilmente troppo presto per tutto ciò.

Alla luce di questi due enormi problemi, ci sembra difficilmente giustificabile la perorazione di una prospettiva europeista.

La realtà, specialmente se guardiamo ai problemi politici succitati, ci dice un’altra cosa:

l’UE è stata configurata come un’arena all’interno della quale gli Stati nazionali esistono, sono vivi e vegeti ed ancora si sbranano; un’arena, all’interno della quale, negli ultimi trent’anni, si sono instaurati anche specifici rapporti di forza.

L’UE voleva essere un sogno di pace, ma non si è rivelata molto altro al di fuori di una riproposizione di quei conflitti che hanno sempre dilaniato l’Europa intesa come continente.

Oggi, dunque, dopo anni di sogni, è forse il caso di pensare ad un ritorno allo Stato nazionale, stracciando il velo di Maya dell’integrazione e del federalismo europeo, e soprattutto è il caso di pensare a riaffermare l’autonomia e le capacità di questo paese, da trent’anni vittima di un razzismo praticato dalle sue stesse classi dirigenti e di riflesso dal suo stesso popolo, prima ancora che da qualsiasi altro popolo straniero.


[i]Cosa è Volt, il partito dei Millennials che credono nell’Europa, https://www.agi.it/politica/volt_partito_europeo-4748156/news/2018-12-17/

[ii] C. VOLPE, Germania: le esportazioni che violano le regole https://www.startingfinance.com/news/germania-esportazioni-2019/

[iii] A. BAGNAI, L’Italia può farcela, il Saggiatore, 2014.

[iv] Ibidem.

[v] https://appsso.eurostat.ec.europa.eu/nui/show.do?dataset=une_rt_a&lang=en

[vi] B. LE MAIRE, Le Nouvel Empire. L’Europe du vingt-et-unième siècle, Gallimard, 2019.

[vii] T. FAZI, Franco CFA Tutto quello che avreste sempre voluto sapere e non avete mai osato chiedere, https://www.sinistrainrete.info/geopolitica/14999-thomas-fazi-franco-cfa.html

[viii]M. MONTI, C’era una volta il Made in Italy – Tutte le aziende italiane controllate da stranieri, https://newsmondo.it/aziende-italiane-controllate-da-stranieri/economia/?fbclid=IwAR2aS2hVG5bfO12gBoJHmgEDMlaBSXf1sQdcKJy1u0QpJJ_9CmxI9b_XaBE

Di: