La rotta dell’Interesse Nazionale


2 Mag , 2020|
|Visioni

L’interesse nazionale è come una specie in via di estinzione. Ma non è una specie protetta; è una specie al bando. Circola uno slogan – «L’Italia agli italiani» – che dovrebbe, nell’ideario politico di qualcuno, occupare lo spazio abbandonato. In effetti abbiamo avvertito le conseguenze di un’assenza che ci ha penalizzato. Ma uno slogan non è un’idea e tanto meno dietro quello slogan si intravede un valore che, invece, è parte della categoria ‘interesse nazionale’, connessa com’è a una lunga tradizione di pensiero e a conquiste fondanti gli assetti della modernità (democrazia, alfabetizzazione di massa, Welfare e sanità pubblica ecc.). E’ però vero che la nostra Costituzione non ne fa menzione. Ma in essa il sostantivo nazione ricorre più volte (e con la maiuscola: artt. 9, 67, 98), come pure il sostantivo patria (ancora con la maiuscola: artt. 52 e 59). E’ più che probabile che vi fosse qualcosa, nell’espressione ‘interesse nazionale’, che disturbasse i costituenti, anche se essi adoperarono il termine ‘interesse’, “della collettività” (art. 32) o “generale” (artt. 35, 42, 43, 82. 118): probabilmente non disturbava il materialismo o l’economicismo insiti in quel termine, ma la sua unione con l’aggettivo ‘nazionale’. Una commistione che doveva essere avvertita come particolarmente compromessa con il passato regime fascista, le cui macerie – e tragedie – erano ancor sotto gli occhi dei costituenti e riempivano la loro memoria. Ma l’espressione non era del tutto obliterata perché riesumata all’art. 117, sia pur in un circoscritto, e tutto interno, ambito territoriale: l’interesse nazionale era proposto come limite, eventualmente in opposizione, all’interesse regionale. Quindi, interesse nazionale sì, ma da far valere solo dentro i confini nazionali: troppo poco, forse, ma era comunque qualcosa (anzi, parecchio), considerato quel che si è visto durante l’emergenza epidemica, contrasti irresolubili, e pericolosi, tra Stato e Regioni che si sono accesi, e si accenderanno, in conseguenza della nota riforma del titolo V che, tra l’altro, ha espunto, con poca lungimiranza, dall’art. 117, proprio la menzione dell’interesse nazionale. A dirla tutta, occorre aggiungere che la riforma Renzi-Boschi aveva reintrodotto, nella dinamica Stato-Regioni, il criterio della prevalenza, in certe situazioni, dell’interesse nazionale sugli interessi regionali: sappiamo come poi sia andata e vi è, però, da riflettere che, sempre durante l’emergenza, si sia lamentato del prevaricare delle Regioni proprio un ministro di quella forza politica che aveva voluto la riforma del titolo V. 

 Ora, ci si dovrebbe interrogare se questa dimensione (esclusivamente) nazionale dell’interesse nazionale – poi radicalmente scomparsa in Costituzione – abbia contribuito a condizionare il linguaggio e particolarmente l’azione dei nostri attori politici. Nei fatti costoro hanno raramente argomentato a partire dall’interesse nazionale; soprattutto non l’hanno mai fatto efficacemente valere là dove esso trova la sua dimensione naturale, cioè nello scacchiere internazionale. Uno come Mazzini – che credeva e si era battuto per l’Europa – aveva più volte invitato l’Italia appena unificata a guardarsi dalle «nazioni grandi e potenti» il cui obiettivo era quello di edificare o bramare «l’altrui fiacchezza». Ma oggi chi legge Mazzini? In questi ultimi decenni non si è nemmeno cercato (e Mazzini ci avrebbe aiutato) di trovare un significato a quella Patria evocata dalla Costituzione certo non a caso. Un tentativo – non programmatico ma occasionale – fu fatto dalla presidenza Ciampi. Però, oltre l’ambito puramente celebrativo o sportivo, i nostri dirigenti hanno continuato a pensare e ad agire come se la Patria fosse morta. I cittadini – o, almeno, una loro parte cospicua – si è uniformata. Alla fine all’oblio o quasi si è finito con il consegnare anche “l’interesse della collettività”. Eppure la Costituzione – se non avrà costituzionalizzato l’interesse nazionale – ha tuttavia indicato, con una sequenza carica di ideali e intrinsecamente progettuale, un percorso: Nazione – Patria – Interesse della collettività o generale.

 Questo percorso è stato come la rotta che, consapevolmente o inconsapevolmente, gli italiani hanno cominciato a seguire, con risultati notevoli (e di cui abbiamo beneficato fino ad oggi), nei decenni seguiti alla fine della guerra. Per varie ragioni, quel percorso si è progressivamente rallentato a partire dagli anni settanta; e ora si è smarrito – e siamo smarriti – perché abbiamo dirottato verso la terra degli interessi individuali, gruppettari, corporativi. Il Paese – termine ambiguo che ha, chissà perché, preso il luogo di Patria e anche di Italia – era nato gracile e ha così perso rapidamente quel vigore, e quella fiducia, acquisiti negli anni del boom, grazie al sacrificio delle masse. Ora il Paese, la Patria, l’Italia è debole, esposta. Ma lo è da tempo: non ne avevamo una consapevolezza generalizzata, i nostri politici hanno spesso bleffato per angosce elettorali, il sistema mass-mediatico ha eluso i suoi doveri professionali; e però gli altri – i nostri competitors – erano stati i primi ad accorgersene e hanno agito di conseguenza. Questi ultimi hanno cercato di trarne vantaggio; e da noi ci hanno guadagnato gli individui più forti a livello economico e/o con meno scrupoli, approfittando della libertà dai lacci di quell’interesse comune – con cifra patriottica – di matrice rousseauiana. In questa condizione abbiamo aderito all’euro. E siamo stati sempre più organicamente inseriti nei gangli dell’UE: una struttura sovranazionale certo ispirata da nobili principii, ma che avremmo dovuto considerare con maggiore cautela secondo un protocollo additato da un ‘cosmopolita’ come Kant che aveva sottolineato il rischio che ‘leghe’ del genere potessero essere o divenire strumenti per camuffare «lo scopo di far acquistare potenza a un qualche stato».

 In questo contesto l’interesse nazionale dell’Italia è evaporato. A livello interno perché in molte Regioni – maxime nelle più ricche – è stato sostituito dall’interesse regionale; e la Regione è stata avvertita come piccola patria, Heimat in cui rinchiudersi e prosperare. Ma la nullificazione del nostro interesse nazionale si è consumata nello scacchiere internazionale e, particolarmente, entro l’UE. I nostri dirigenti hanno sempre dichiarato di credere nell’interdipendenza e nella cooperazione tra gli Stati membri. Ma questi nostri dirigenti ci hanno veramente creduto? Oppure si è trattato più che altro di dichiarazioni opportunistiche? Ci siamo proclamati astutamente solidali con l’obiettivo di ricevere noi solidarietà? La premessa, diffusa anche presso parecchi cittadini, è che l’Italia non sarebbe in grado di farcela da sola, anche in conseguenza di una certa propensione all’assistenzialismo. Ma gli altri dell’UE non se ne sarebbero accorti? E ciò avrebbe giovato alla nostra credibilità? Sono domande da mettere in serie e a cui si dovrà, prima o poi, dare risposta.

 Nel contempo i nostri dirigenti non hanno voluto – o non son stati capaci – di decifrare l’UE; e non hanno compreso – o hanno fatto finta di non comprendere – che in UE i Paesi più forti – Germania su tutti – hanno fatto valere, anche loro simulandosi solidali, il proprio interesse nazionale. Così quella struttura si è rivelata perfetta per affermare inconfessati desideri egemonici. L’Italia ha perso la partita: confidava di ricevere aiuti a buon mercato e si è trovata imbrigliata dal vincolo esterno. 

 Il virus potrebbe finalmente far emergere davanti a tutti – cittadini italiani per i primi – queste contraddizioni, costringendoci a una rapida inversione di rotta: verso l’interesse nazionale. Ovviamente ciò non implica il ripudio del metodo del confronto e della cooperazione: ci dovremmo ancora sedere insieme agli altri ben disposti e collaboranti, ma cominciando a far capire che non possiamo continuare a subire. Quel tavolo dovremmo avere il coraggio, se necessario, di abbandonarlo provando, qualche volta, a far finalmente da soli. E dovremmo recuperare una passione finora avvertita come inattuale, la passione per lo Stato, per il nostro Stato. Ci occorrerà la volontà – smarrita dai tempi di Mattei – di approntare un piano nei settori strategici, di stilare una gerarchia degli interessi, di individuare i partners europei e mondiali a noi più vicini, di andare oltre gli aspetti celebrativi, di fare uno sforzo di franchezza. E chiedendoci preventivamente, attraverso un dibattito interno autenticamente democratico, che cosa vogliamo e che cosa siamo pronti a rinunciare, cominciando finalmente a non essere – e a presentarci – semplicemente come postulanti se non proprio questuanti. Allora Morgenthau potrebbe essere, nonostante tutto, una lettura da consigliare alla nostra (futura) dirigenza. E, per favore, cessiamo di ragionare, argomentare, orientarci con il cosmopolitismo di maniera, da cui invitava a guardarsi, centocinquantanni or sono, ancora Mazzini. E’ vero che a Roma vi è una (grande) potenza universalistica che sospinge in quella direzione; ma ciò corrisponde alla missione – e, anche, all’interesse – di quella stessa potenza, mentre altri sono i fini della Repubblica italiana.  Che fare allora? Darci, tenendole ferme, alcune coordinate irrinunciabili: la sequenza costituzionale Patria – Nazione – Interesse della collettività ci può indicare una rotta; e ha il pregio dell’autorevolezza e autorità della Carta. Ma bisognerà renderla finalmente operativa. Essa è come un ponte verso il corpo dei cittadini. Troviamo il modo di percorrerlo. Vi è una pagina (da La democrazia in America) di Tocqueville da leggere a questo punto: laddove si parla di quegli Stati nei quali – come da noi ora – il patriottismo appare sopito o, anche, disprezzato, i cives non son più veramente cittadini e non riescono a vedere la patria, «non la trovano più in nessun luogo e si rinchiudono in un egoismo ristretto e cieco». Qual è l’antidoto? Far partecipare più intensamente i cittadini al governo o alle scelte determinanti della (loro) res publica. In Svezia, in Francia, in Inghilterra i cittadini hanno deciso – loro – sulla costituzione europea e/o sull’euro e/o sulla partecipazione all’UE. Da noi, mai. La brama di potere di un ceto politico ambizioso ce lo ha costantemente impedito, spesso adducendo il nostro infantilismo. Ma e’ ora che siano gli italiani ad indicare qual è il loro interesse: si consultino finalmente attraverso chiari e semplici referendum popolari e, se sarà necessario togliendo di mezzo i limiti imposti dall’art. 75 Cost.. Otteremo così una repubblica e una costituzione più repubblicane; e non avremo fatto nulla di male.   

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