Il tallone di ferro


3 Mag , 2020|
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Ho letto “Il tallone di ferro” (1908) di Jack London.

Romanzo che trabocca di energia vitalistica e passione sociale, tuttora attualissimo nelle tematiche, pur col centinaio e passa di anni ormai adagiati sopra le sue gloriose pagine.

La struttura narrativa è un vero gioco di specchi temporale.

Il racconto viene affidato alle parole dell’immaginifico diario scritto agli inizi del ‘900 dalla moglie di Ernest Everhard, eroe di un movimento di pensiero e azione di stampo socialista.

Gli eventi cruciali sviluppati attorno a tali protagonisti di fantasia sono ipotetici, ma precisamente situati in un contesto storico del tutto verosimile e congruente con l’epoca in oggetto.

La curiosità cronologica sta poi nel modo in cui London “media” il contatto fra il lettore e la storia, ossia tramite i commenti in nota di un altrettanto ipotetico osservatore, posizionato nel tempo circa sette secoli dopo i fatti esposti, nel 2600 circa dunque.

Il risultato, straniante ed efficace insieme, è in grado di rimarcare in maniera ancor più decisa l’attualità della questione principale affrontata: lo sfruttamento di una minoranza privilegiata di umanità ai danni della maggioranza di esclusi dal privilegio.

Essendo la problematica considerata col distacco di un lontano futuro (il 2600 d.C. appunto) in cui è ormai stata largamente risolta (lo si evince dal tono delle chiose in nota), ecco l’effetto particolare che ne consegue: anche noi lettori del terzo millennio, ancora pienamente e dolorosamente alle prese con una “oligarchizzazione” del mondo molto netta, ci sentiamo di colpo calati in un clima di arretratezza sociale rimarcata.

La nostra modernità rimane prepotentemente il medioevo di altri, che ci guardano da un migliore, lontano domani.

Al di là di questo, “Il tallone di ferro” è un romanzo che sorprende per quanto sia anticipatore o, se si vuole, per le influenze che possiamo vederci rispetto a tante espressioni artistiche posteriori.

Ci potrete ritrovare tanto Hemingway e per certi versi anche Fitzgerald. Ci sono le atmosfere dei film di Fritz Lang, “Metropolis” in primis, e più in generale i ritmi espressionisti del grande cinema muto dei primi decenni del ‘900.

Escludendo l’effetto risibile, personalmente ci ho assaporato in modo curioso anche i tempi di racconto delle comiche di Chaplin, Buster Keaton, Harold Lloyd, volti qui in chiave drammatica.

D’altra parte, se mi è concesso di chiudere con una battuta (che pur non c’entra nulla), il nome stesso del protagonista, Ernest Everhard, se considerato nel dettaglio, sortisce due risultati opposti.

Il primo, serio, ci ricorda che il nome di battesimo dell’eroe rivoluzionario per eccellenza, il “Che” Guevara, venne tratto dai suoi genitori proprio da quello del personaggio di London: Ernest, e dunque Ernesto.

Il secondo, più buffo, si verifica con la traduzione alla lettera del cognome, dove Everhard diventa un improbabile “Sempre duro”, anch’esso espressione, nella sua stranezza, del clima energetico e positivistico di cui sono spesso intrise le opere di Jack London.

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