Il giorno dopo Karlsruhe


6 Mag , 2020|
| Visioni

La sentenza della Corte Costituzionale tedesca è piombata sul dibattito economico europeo con la stessa delicatezza con cui la streitkolben, la mazza ferrata dei cavalieri teutonici, si abbatteva sugli elmi degli sventurati pagani durante le Crociate del Nord. Si sa, storicamente in quelle zone non sono mai stati particolarmente noti per toccarla piano, ma stavolta si son proprio superati.
Prima di addentrarci in questa valle di lacrime, però, viene una doverosa premessa: scopo di queste righe non è tanto quello di descrivere nel dettaglio il verdetto dei giudici di Karlsruhe, quanto piuttosto quello di valutarne le conseguenze per l’eurozona e, in particolare, per il nostro sventurato Paese. Per una disamina sintetica ma esaustiva della sentenza, conviene dare un’occhiata all’ottimo spieghìno di Thomas Fazi: c’è tutto quel che volevate sapere [i].

Senza perdersi troppo in affascinanti tecnicalità giurisprudenziali, in sostanza i dati fondamentali sono due: in primo luogo, la Corte Costituzionale tedesca ha messo in discussione la legittimità del quantitative easing, quel protocollo di politica monetaria avviato da Draghi nel 2015 che ha tenuto in piedi la moneta unica; in secondo luogo, la Bundesverfassungsgericht ha fatto carta straccia del giudicato della Corte di Giustizia Europea, che invece aveva ritenuto il programma di alleggerimento quantitativo del tutto compatibile con il principio di proporzionalità sancito dai trattati europei.
Come avrete avuto modo di leggere sui giornali e sui social, molti commentatori già da ieri si sono precipitati ad annunciare clamorosi sconvolgimenti all’interno dell’eurozona. C’è persino chi ventila la possibilità di un’uscita della Germania dalla moneta unica. A mio modesto avviso, invece, il combinato disposto dei due passaggi chiave della sentenza non sconvolge minimamente l’impalcatura eurista. Anzi, di fatto, la congela quanto più a lungo possibile.

Stando alle parole della Corte, la Banca Centrale Europea con il QE avrebbe oltrepassato i confini della politica monetaria andando a influire sulle possibilità di finanziamento, e dunque sulla politica fiscale, degli Stati periferici della zona euro. Insomma, secondo i togati tedeschi, a Francoforte sarebbero stati troppo clementi con noi mediterranei spreconi e fannulloni, allungandoci furbescamente liquidità a buon mercato in barba al sacro principio della proporzionalità. ll Consiglio Direttivo della BCE ha quindi tre mesi di tempo per riformulare il proprio piano d’azione in maniera tale da dimostrare che il PSPP, il programma di acquisto di titoli di Stato, risulti effettivamente in linea con le prerogative che i trattati assegnano alla Banca Centrale. In caso contrario, la Bundesbank “non potrà più partecipare all’attuazione e all’esecuzione delle decisioni della BCE”, cosa che – capirete –  avrebbe delle grosse ripercussioni sulla permanenza della banca centrale tedesca nel SEBC.

Bene. Anzi, male. Perché le probabilità che di qui a tre mesi la Germania abbandoni quell’unione monetaria che ha permesso al mercantilismo tedesco di spiegare le ali e fare man bassa in tutti i mercati del Vecchio Continente, oggettivamente, sono bassine. Direi addirittura nulle, se si considerano le circostanze attuali che, nonostante i torrenziali aiuti di Stato di Berlino, rischiano di far saltare la già sofferente macchina dell’industria alemanna. A Francoforte lo sanno, a Berlino lo sanno e pure noi un’idea ce la siamo fatta. Quindi alla fine qualcuno alzerà il telefono e, senza neppure doversi preoccupare del prefisso, si arriverà a un accordo che salverà le apparenze lasciando tutto, nella sostanza, com’è. È quindi lecito ritenere che quest’attesa sentenza sia stata inutile? È proprio vero che alla fine la montagna ha partorito un topolino?
Assolutamente no.

Il verdetto della Corte tedesca infatti, dichiarando ultra vires il responso della Corte di Giustizia Europea, ha chiarito per l’ennesima volta quali siano i rapporti di forza nell’UE. Mentre noi in passato abbiamo permesso a una classe dirigente cronicamente subalterna di piegarsi (e quindi di piegarci) ai diktat che venivano da Bruxelles, arrivando persino allo sfregio della nostra carta costituzionale, i magistrati tedeschi hanno semplicemente fatto valere la propria sovranità nazionale. Hanno ricordato a tutti che gli Stati membri rimangono sempre e comunque “padroni dei trattati” e hanno chiarito senza mezzi termini che “per quanto riguarda la Germania, queste decisioni – quelle della CGE –  mancano del minimo di legittimazione democratica”. Insomma: meravigliose le istituzioni europee, ma che non si azzardino a scavalcare l’autorità di quelle tedesche. Se si confrontano queste parole all’assordante silenzio che ha regnato per decenni fra le alte sfere dei costituzionalisti nostrani, emerge impietosamente il ritratto di chi comanda realmente in Europa.
Ma anche questo atto di forza, di per sé, non implica grosse novità per chi ha un po’ di scienza del mondo. Come accennato prima, il vero nocciolo della questione risiede nella combinazione di questo attestato di supremazia teutonica con la difesa a spada tratta del principio di proporzionalità dei trattati. Principio ben condensato nelle regole della capital key, secondo la quale, all’interno del programma di quantitative easing, gli acquisti di titoli di Stato devono esser effettuati proporzionalmente alle quote nell’azionariato della BCE detenute dalla banca centrale di ogni Paese [ii].

Ora, si dia il caso che il vecchio PSPP, bene o male, rispettasse la capital key. O meglio: la rispettava bene secondo la CGU, male secondo la Corte Costituzionale tedesca. Certo è, però, che si prefiggeva di rispettarla. Invece la nuova tranche di QE da 750 miliardi, il cosiddetto PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme), prevede fin dalla propria genesi che gli acquisti, sebbene debbano avere come riferimento i comandamenti della capital key, possano esser condotti in maniera flessibile. Scelta del resto abbastanza forzata visto che l’obiettivo di tutta l’operazione è quello di far fronte alle conseguenze di una pandemia che non ha colpito tutti gli Stati con la stessa intensità.

Dunque il giudizio di Karlsruhe, pur non avendolo posto nero su bianco, ha letteralmente tagliato le gambe al PEPP, che a questo punto rischia di non protrarsi neppure fino a fine anno. Teniamo a mente fra l’altro che i numeri del PEPP, i famosi 750 miliardi di euro, erano già considerati insufficienti per permettere ai Paesi europei di contrastare la crisi incombente. Tanto per fare un confronto, la Federal Reserve dall’inizio dell’emergenza Covid ha stampato 400 miliardi di dollari… A settimana. E non è finita qui: la Corte ha espresso, seppur indirettamente, anche un’altra decisione. Cioè che con tutta la forza del diritto, o se preferite con tutto il diritto della forza, la Germania si opporrà a qualsiasi forma di monetizzazione da parte della BCE dei provvedimenti volti fronteggiare la crisi, in quanto operazione fisiologicamente non conforme ai criteri di proporzionalità.

Le conseguenze di tutto questo sono decisamente sconfortanti. Se già le prospettive per i prossimi anni non erano delle più rosee, un’eventuale uscita di scena del PEPP assicura un 2021 all’insegna dell’austerità più dura di sempre. E neppure di poco. Tanto per dare un’idea di quello a cui stiamo andando incontro: il crollo del PIL italiano previsto per il 2020 è dell’ordine del 9% (8 secondo l’ottimista Gualtieri). Nel 1930, dopo la crisi del ’29, il calo del PIL ful del 4,7%. Nel 2009, dopo la crisi finanziaria, è stato del 5,5%. Siamo davanti a una situazione che non ha eguali nella storia italiana, eccezion fatta per gli anni conclusivi della seconda guerra mondiale. Ed è in questo scenario apocalittico che la presa di posizione tedesca sospinge inesorabilmente i Paesi della “periferia” dell’eurozona, con l’Italia in testa, nell’abbraccio del MES. Sebbene sia noto che il Meccanismo Europeo di Stabilità non sia assolutamente uno strumento adatto ad affrontare la recessione epocale in cui ci stiamo addentrando, se non altro per la ridotta portata dei fondi a disposizione, ormai si profila sempre più nitidamente come l’unica fonte a cui gli Stati in difficoltà possano attingere liquidità a basso costo. Naturalmente, con tutte le conseguenze che implica abbeverarsi a quella fonte, Grecia docet.

E c’è dell’altro, perché il destino, oltre a esser cinico e baro, si rivela crudelmente ironico. Come è sempre più chiaro, anche in Europa prima o dopo si dovrà arrivare alla monetizzazione diretta o indiretta del debito dei Paesi. A meno che non si arrivi al punto di imporre alla popolazione sopravvissuta alla pandemia anche il fascino un po’ rétro della carestia, l’intervento massiccio della banca centrale – o delle banche centrali [iii] – sarà inevitabile. Il nodo sta tutto nella tempistica: più tardi ci si arriva, peggio sarà. Non solo per i risvolti finanziari, che per il nostro Paese si concretizzeranno nella distruzione del risparmio privato, ma proprio per quelli reali. Già oggi sono migliaia e migliaia le attività messe in ginocchio dalla crisi, con imprenditori e dipendenti completamente abbandonati al proprio destino. Domani saranno molti di più. Ma di questo se ne curano poco i togati di Karlsruhe.
La loro sentenza si inserisce in un solco che ben conosciamo e fornisce a Berlino l’ennesima legittimazione per stringere il cappio in cui abbiamo improvidamente infilato la testa ventotto anni fa. L’unica speranza è trattenere il fiato, nell’attesa di una politica degna che abbia il coraggio di tranciare la fune. Altrimenti c’è solo un blu livido. Senza stelline.


[i] Lo spieghìno: cosa ha appena deciso la corte costituzionale tedesca? https://www.lafionda.org/2020/05/05/lo-spieghino-cosa-ha-appena-deciso-la-corte-costituzionale-tedesca/

[ii] Per dirla in parole povere, la capital key impone il paletto che i finanziamenti indiretti effettuati dalla BCE vengano redistribuiti fra i Paesi in base al PIL. Se avete delle perplessità sulla ragionevolezza di un sistema che si basa sul criterio di dar di più a chi ha di più e meno a chi ha di meno, tenetele per voi e non fatevi sentire dagli europeisti.

[iii] Intelligenti pauca.

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