La questione agricola è una questione politica


7 Mag , 2020|
|Visioni

La questione agricola è una questione politica

In occasione del 1° maggio, ho ricevuto diversi messaggi riferiti al mondo del lavoro e ai suoi problemi. In particolare, mi ha colpito quello dei braccianti agricoli, tra cui molti immigrati, che lavorano nelle campagne italiane. Purtroppo tante volte vengono duramente sfruttati. È vero che c’è crisi per tutti, ma la dignità delle persone va sempre rispettata. Perciò accolgo l’appello di questi lavoratori e di tutti i lavoratori sfruttati e invito a fare della crisi l’occasione per rimettere al centro la dignità della persona e del lavoro“. Così Papa Francesco in questi giorni in cui, in una recrudescenza della propria storia personale di sindacalista agricola, anche Teresa Bellanova ha detto una cosa condivisibile: serve una regolarizzazione di massa dei migranti. Qualcuno ricorderà le parole della Bonino “Se non ci fossero immigrati in Italia, nessuno raccoglierebbe pomodori e olive” nel gennaio 2018. La posizione della Bonino nella sua brutalità diceva una cosa assolutamente vera e assolutamente odiosa se si osserva la realtà della filiera agroalimentare.

In uno degli ultimi rapporti di Coldiretti [i] riferito al 2015 si parlava di 345mila addetti stranieri, pari al 15% del totale della manodopera. A questo va però aggiunto quanto stimato dal Flai-Cgil [ii] sui numeri di caporalato e agromafie e di 430 mila veri e propri schiavi per un giro di affari di circa 16 miliardi euro. Come si intuisce immediatamente i numeri sono tutti a vantaggio del nero, che vuol dire bassa retribuzione oraria, condizioni di lavoro miserabili e condizioni di servitù coatta inaccettabili. Non si può pensare di combattere il nero senza una regolarizzazione di queste persone che così sarebbero meno condizionabili. Attenzione però, perché “meno” non vuol dire “libere”, esattamente come non accade nel mercato del lavoro degli autoctoni, cioè noi italiani. Viviamo in un regime di bassi salari da anni e di continua compressione salariale per restare competitivi, questo ha innescato una spirale al ribasso anche dei prezzi dell’agroalimentare per ragioni “politiche”. I generi alimentari dell’ortofrutta hanno, in Italia, tra i prezzi più bassi d’Europa, è una delle cose belle di cui ci lamentiamo quando andiamo fuori dall’Italia: il costo relativamente alto del cibo (Il valore aggiunto dell’agricoltura italiana rappresenta il 18% del valore totale dell’Ue a 28 con 31,5 miliardi di euro. Un valore che posiziona l’Italia al primo posto in Europa davanti alla Francia con 29 miliardi e alla Spagna con 26 miliardi, con la Germania staccata di oltre 14 miliardi) [iii]

 Indubbiamente c’è una vocazione agricola del Paese che offre abbondanza, ma in un regime di bassi salari, se non vuoi le rivolte il prezzo del pane (inteso come simbolo del cibo) deve essere basso, questo costo viene scaricato sulle imprese agricole (sempre meno a conduzione familiare, sempre più industriale) che vendono la frutta e la verdura a prezzi ridicoli sotto il giogo della GDO che impone prezzi molto bassi su cui attiva un ricarico del 100% ma che mantiene comunque un prezzo competitivo per il cliente. Pensate che tipo di concorrenza i supermercati impongono ai produttori se nei discount è possibile trovare  una passata di pomodoro a 0,39 e un pacco di pasta a 0,49 centesimi [iv]. Considerate che in Italia il 75% degli acquisti di generi alimentari avvengono in un supermercato è facile capire quanto quei costi vengano scaricati sui produttori che per rientrare dei prezzi “devono” affidarsi al nero. Tuttavia è evidente che è una decisione politica che viene tollerata dai governi che al nero non hanno mai fatto una seria lotta per ragioni politiche e di consenso tra gli industriali piccoli e medi in virtù di una sorta di tacito patto: ti ammazzo di tasse e burocrazia ma guardo dall’altra parte circa le condizioni dei lavoratori (con dentro tutte le sfumature: dai falsi part time, ai contratti demansionati, alle finte partite iva fino ovviamente al nero completo).

Tutto questo per dire che sì, l’uscita della Bellanova è formalmente ineccepibile e da sostenere, ma che nei fatti, sono le parole del Papa che vanno tenute a mente e cioé che la crisi (da noi solo acuita ma non generata dal Covid) non è un motivo per mettere in discussione i diritti (“la dignità della persona” nel linguaggio ecclesiale) su cui però – da troppo tempo – non abbiamo avvocati né al Governo né fuori e la voce di Bergoglio, per quanto autorevole, è ascoltata solo quando conviene. Interessante poi è che proprio oggi 6 maggio, Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, apra la prima pagina del cartaceo con un titolone “Lavorare meno, tutti” per parlare delle trattative in corso nel Governo. Qualcosa che evidentemente si muove e sui temi sociali, la Chiesa è un interlocutore sempre più imprescindibile…


[i] https://www.ilpuntocoldiretti.it/attualita/dossier-immigrazione-cresce-il-lavoro-straniero-nei-campi/?pdf=66102

[ii] https://www.flai.it/osservatoriopr/

[iii] https://www.mbres.it/sites/default/files/resources/rs_Focus-GDO-2018.pdf

[iv] https://forbes.it/2019/05/22/gdo-chi-comanda-davvero-nella-grande-distribuzione-organizzata-in-italia/

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