La sentenza


8 Mag , 2020|
|Visioni

Cominciamo dall’inizio. Il 25 settembre 2011, Andreas Voßkuhle (l’allora presidente della Consulta tedesca, tuttora in carica) rilasciava un’intervista importante alla FAZ in cui enunciava il principio “Ohne das Volk geht es nicht!”: non si può andare oltre nel processo di integrazione europea senza coinvolgere il popolo. Il 26 giugno 2016, la Consulta tedesca pubblicava la sentenza sul programma OMT della Banca Centrale Europea in cui quel principio trovava una prima, prudente, espressione: le azioni della BCE, pur essendo avvallate, venivano tuttavia vincolate introducendo una regola di legittimità condizionata. Con la sentenza del 5 maggio 2020, la Consulta ha alzato i toni, anche nei riguardi della Corte Europea (ma le tensioni con quest’ultima non sono certo una novità ed esiste una abbondante letteratura sull’argomento), riscontrando nel comportamento della BCE “parziali” violazioni del dettato costituzionale tedesco.

Data la confusione nei commenti a caldo che ne sono seguiti, vale la pena puntualizzare che:

  1. Quella del 5 maggio 2020 è una sentenza, un atto giuridico, non un provvedimento del governo tedesco: in Germania, che è forse l’unico paese in Europa in cui la democrazia ancora funziona a pieno regime, la divisione dei poteri non è venuta meno. Sono dunque fuorvianti i commenti di chi, come Jean-Luc Mélenchon, reputa la sentenza – sul suo blog, intitolato per ironia della sorte L’ère du peuple – un atto di “pressione politica” ispirato dal governo tedesco. Chi fa propria un’opinione del genere alimenta un disprezzo immotivato per le istituzioni democratiche tedesche e un sospetto più generalizzato verso le istituzioni democratiche tout court. Un simile atteggiamento, oltretutto, è improduttivo qualora lo si assuma per ragioni o finalità politiche, non facendo altro che screditare a priori il maggiore interlocutore politico in Europa.
  2. La sentenza della Consulta tedesca è, per l’appunto, una sentenza, della quale governo, parlamento e banca centrale in Germania non potranno non tener conto: non è un commento giornalistico, né l’espressione di un’opinione politica, né il flatus vocis di una voce dal web. La reazione sprezzante della Commissione Europea, guidata da una persona molto vicina all’attuale Cancelliera tedesca, è prova del grave imbarazzo in cui il personale politico della Germania versa attualmente: la rivendicata supremazia del diritto europeo sul diritto tedesco è esplicitamente messa sotto scacco dalla sentenza, che si muove in un ambito di incertezza giuridica tuttora nebuloso (si tratta, lo ripeto, di vexata quaestio e non c’è modo di dirimere la vertenza in punta di diritto).

È importante sottolineare ciò che la sentenza dice e ciò che essa non dice in merito al futuro non solo della Germania ma dell’intero continente europeo. Ciò che essa dice è che la crescente “ultra-costituzionalizzazione” (Dieter Grimm) delle istituzioni europee – portata avanti anche aggirando la mancata ratifica della Costituzione europea nel 2005 – è di fatto incompatibile con la Costituzione tedesca. Ciò che la sentenza non dice è che le istituzioni europee devono obbedire ai diktat tedeschi. I giudici hanno solo posto in evidenza forzature e frizioni evidenti tra governance europea e norme costituzionali, di cui pure nel nostro paese abbiamo fatto lungamente e duramente esperienza.

Di qui l’interrogativo che alcuni cominceranno a porsi: è forse venuto il tempo di pensare a una revisione dei Trattati europei? Di questo, ovviamente, la sentenza non fa parola. Ma il messaggio che essa manda, però, è inequivocabile: se si dovesse mettere mano ai Trattati ora, a bocce ferme, questa revisione dovrebbe andare nel senso di un indebolimento delle istituzioni europee, non di un loro rafforzamento, giacché l’estensione dei loro poteri in materia economico-finanziaria (ma anche giuridica) ha raggiunto il limite massimo di sollecitazione dei pilastri costituzionali su cui si regge lo stato tedesco.

Ergo, se si vuole proseguire sul cammino dell’integrazione e potenziare ulteriormente le istituzioni europee, occorre prima cambiare la Costituzione tedesca. Era quanto il presidente della Consulta tedesca aveva già dichiarato nove anni fa. Ed è quanto la nuova sentenza della Consulta ribadisce oggi con forza cogente.

Alla luce di tutto ciò, l’unico interrogativo che ha senso porsi nell’immediato è un interrogativo da rivolgere non a noi stessi bensì al governo e al popolo tedeschi, senza sbattere pugni sul tavolo: siete intenzionati a cambiare la vostra Costituzione? Se la sentenza del popolo tedesco – l’unica sentenza che conti per il futuro dell’unione economico-monetaria – fosse no, come i governanti tedeschi temono a ragione che sia, dal momento che in nove anni non hanno avviato un dibattito sulla questione, sarebbe opportuno prenderne atto e voltare pagina prima possibile.

È lecito ipotizzare (sulla scorta di vari episodi del passato, a cominciare dal tentativo di Wolfgang Schäuble, male interpretato dai più, di “salvare” davvero la Grecia attraverso una Grexit controllata, avviando così a ruota un processo, presumibile a quel punto, di frammentazione dell’eurozona) che un segmento della classe dirigente tedesca, espressione di una parte del mondo economico tedesco, sia consapevole dell’impasse in cui la Germania si trova e stia aspettando un’occasione per cavarsi d’impaccio senza che la responsabilità di questo delicato passaggio storico ricada sulle spalle della (sola) Germania. Più difficile capire, dall’esterno, se vi sia o meno la possibilità di ragionare con questo pezzo dell’establishment tedesco su un ritorno concordato a un assetto istituzionale meno asfissiante. Per avere una risposta, chiaramente, bisognerebbe prima porre la domanda. Credo che nessuno l’abbia fatto fin qui, e credo pure che la risposta potrebbe riservare delle sorprese per una ragione in fondo semplice: il collasso finanziario di paesi come l’Italia e/o la Francia, cui conduce inesorabilmente l’attuale configurazione dell’eurozona, avrebbe conseguenze fatali, o quantomeno difficili da prevedere e gestire, anche per l’economia (reale) tedesca.

Che in Germania ci sia o meno qualcuno disposto a ragionare su questi temi, ne usciremo alla fine comunque con una revisione dei Trattati europei – ma una revisione al ribasso, non al rialzo. Ciò significa meno Europa, ripristino delle valute nazionali e rinegoziazione del mercato unico, con ritrovati margini di sovranità fiscale per gli stati membri. È perfino superfluo rimarcare che per i politici che in Italia e altrove hanno scommesso sul “più Europa”, imponendo sacrifici gravosi ai rispettivi paesi, ciò equivarrà alla fine della loro carriera. Non sorprende dunque, anche se indigna, che costoro continuino a infangare il sogno europeo dei fondatori con pomposi e nocivi tecnicismi, utili solo a protrarre la loro augusta permanenza a palazzo. Nessuno “strumento” finanziario, per quanto sofisticato, può sostituirsi alla decisione politica. Può, tutt’al più, procrastinarla.

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