Vicino/Medio Oriente, tra guerre indotte e privilegi di classe


11 Mag , 2020|
|Visioni

Uno sguardo realistico con finalità ermeneutiche sugli scenari che si dipanano nella regione denominata Vicino o Medio Oriente (MO) – e alla quale siamo soliti associare i paesi del Nord-Africa che si affacciano sul Mare Nostrum – è tenuto a rispettare il principio ontologico dell’inconoscenza del reale, accettando in parallelo di mettere in discussione la logica aristotelica.

Come altrove, anche in MO i fattori identitari sono costituiti dalla lingua, l’etnia, il colore della pelle, la religione (questa a sua volta suddivisa in sottofamiglie), che interagiscono in forma diversa a seconda di tempi e luoghi. La religione, messaggera di orizzonti messianici, occupa un posto centrale nelle identità di quelle popolazioni, vittima e insieme protagonista di settarismi, arretratezze socioculturali e posture antimoderne, cui si aggiunge un’endemica instabilità politica che impedisce l’affermarsi di priorità centrate sullo sviluppo umano, il controllo pubblico delle risorse e la giustizia sociale. A quanto sopra si sommano le interferenze esterne, neocoloniali e imperialiste, che soffiano sul fuoco delle diversità storiche, etniche e religiose, con la complicità delle oligarchie locali, civili o ecclesiastiche fa poca differenza.

Ma è il profilo strutturale, vale a dire l’iniqua distribuzione della ricchezza e la scarsa consapevolezza della natura sociale del conflitto tra dominati e dominanti (un analfabetismo qualitativamente non diverso da quello diffuso in Europa), sfugge sovente alle analisi, un profilo insieme fonte e prodotto di ritardo culturale, povertà e insicurezza, con poche differenze tra paese e paese, foriero di conflitti etnici/religiosi, sfruttamento migratorio e terrorismo. Quest’ultimo, le cui radici sono politiche, e con le armi della politica andrebbe affrontato, è anch’esso filiazione diretta di ingiustizie sociali e interferenze esterne: combatterlo con la repressione, come pure occorre fare, non è sufficiente.

La scena politica

Se gettiamo un rapido sguardo sulla regione mediorientale, ecco cosa vediamo:

  • la presenza militare degli Usa è di natura strategica e trova le sue ragioni nel petrolio, nella compenetrazione politico-ideologica con Israele, negli interessi delle grandi corporations e dell’industria militare, nella tutela del petrodollaro quale strumento di dominio planetario, nell’ostilità verso Russia e Cina, nella teoria del caos (dividere amici e nemici, alimentare tensioni e conflitti, neutralizzare in ogni possibile modo i paesi che oppongono resistenza alla sottomissione); l’espansionismo ipertrofico dell’impero ideocratico americano (un impero a vocazione universalista, con radici messianiche neotestamentarie, la nazione indispensabile secondo l’espressione coniata da W. Clinton) costituisce uno dei principali problemi in MO;
  • mentre è da escludersi un attacco iraniano contro Israele o gli Stati Uniti, non si può invece escludere un attacco americano/israeliano contro l’Iran;
  • Israele, innesto storico imposto dalle grandi potenze del XX secolo, è una realtà politica imprescindibile. Circondato da nazioni ostili, costituisce per gli Usa un tema di politica interna e non estera, in ragione della forza economico/mediatica delle lobby pro-israeliane. In conflitto sistemico con il mondo arabo, guarda alla questione palestinese in termini di rapporti di forza ed ha abbandonato l’opzione dei due stati. Israele è il solo paese della regione in possesso di armi nucleari e fuori dal TNP[i]; inadempiente verso innumerevoli risoluzioni del CdS, non ha nemmeno ratificato la Convenzione Internazionale sulle Armi Chimiche e quella sulle Armi Biologiche;
  • la Russia non è strategicamente nemica dell’Europa. L’attuale ostilità europea verso la Russia è imposta dagli Usa, prigionieri nell’incubo che l’avvicinamento tra Russia ed Europa renderebbe marginale il continente americano. L’iniziativa cinese Belt and Road, che ha l’obiettivo di avvicinare le estremità del continente euroasiatico infrastrutturando l’Asia Centrale, rende quell’incubo ancor più minaccioso;
  • tutti sulla carta combattono l’Isis, ma Turchia, Arabia Saudita/monarchie del Golfo e Stati Uniti mirano soprattutto all’indebolimento di al-Assad, di Hezbollah e della presenza iraniana nella regione. Le armi dell’Isis provengono dalla cosiddetta opposizione siriana moderata, fin dall’inizio armata e finanziata dagli Stati Uniti. La disfatta del Califfato prende avvio con l’arrivo delle truppe russe, legittimamente chiamate dal presidente siriano Bashar al-Assad, che altrettanto legittimamente ha chiesto aiuto a Iran ed Hezbollah;
  • anche la Turchia, sempre sulla carta, combatte l’Isis, ma soprattutto i curdi siriani percepiti come minaccia esiziale da un panturchismo neo-ottomano in ritardo con la storia, incapace di riconoscere piena rappresentanza politica al 25% dei propri cittadini di etnia curda;
  • la Siria è stata invasa da turchi e americani, in violazione del diritto internazionale. Il presidente siriano Bashar al-Assad (il giudizio etico sulla persona non ha qui alcuna rilevanza) è pienamente legittimato a recuperare il controllo del territorio nazionale contro Isis, americani e turchi, ciascuno dei quali persegue del resto una diversa agenda;
  • l’Unione Europea, costola afona dell’egemonismo colonizzatore Usa, dominata da una tecnocrazia iperliberista al servizio delle oligarchie tedesche (e relativi satelliti), è oggi un Soggetto Non-Politico e gioca un ruolo irrilevante in MO (non è nemmeno in grado di gestire un canale commerciale per prodotti medico-umanitari con l’Iran, colpito illegalmente dalle sanzioni Usa);
  • le ormai innumerabili violazioni di diritti umani da parte americana (Guantánamo, Abu Ghraib, extraordinary renditions, sostegno alle politiche repressive di Israele nei territori, guerre illegittime…) e la politica del doppio standard (Iran/Palestina/Arabia Saudita/monarchie del golfo e via dicendo) hanno tolto ogni legittimità agli Usa su questo tema;
  • alcuni popoli sono privi di patria: palestinesi, curdi, baluci (divisi tra Iran e Pakistan), lori e qashqai (entrambi in Iran) e altri: la sopravvivenza delle rispettive culture e civiltà è a rischio;
  • il fattore R-Religione (sunniti, sciiti, zaiditi, ismaeliti, alawiti, aleviti, drusi cristiani, ebrei e altri) è centrale (Libano, Siria, Iran, Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, e … Israele). Quasi ovunque contrasti e privilegi delle gerarchie religiose si sommano a quelli dei ceti laici dominanti;
  • nell’Islam resta irrisolta la cruciale questione della separazione tra Stato e Religione.

Sulla carta, gli Stati Uniti sono nemici di Isis e al-Qaeda, ma sono soprattutto nemici di Iran, Hamas ed Hezbollah, tutti non a caso avversari di Israele. Hezbollah è un gruppo terrorista per gli Stati Uniti, i quali tuttavia distinguono singolarmente il braccio militare da quello politico e mantengono un Ambasciatore accreditato in Libano, dove il Partito di Dio è al governo con Sunniti, Drusi e Cristiani. Gli Stati Uniti inoltre sostengono al-Sisi e sono alleati dell’Iraq, che è invece alleato della Siria, amica dell’Iran e di Hezbollah, tutti nemici degli Stati Uniti. Questi ultimi sono anche i principali sponsor politici e militari di Israele, ma finanziano l’ANP[ii] e sono alleati dell’Arabia Saudita, la quale è oggi un pragmatico alleato dello Stato Ebraico e ostile all’Iraq. Riad finanzia in modo più o meno occulto talebani, Al-Qaeda e Isis, che sempre sulla carta sarebbero nemici degli Stati Uniti.

Malgrado i legami commerciali, energetici e di armamenti, Ankara e Mosca si trovano su fronti opposti in Libia (la prima a fianco di Al-Sarraj, la seconda di Haftar) e in Siria (dove la strategia di Erdogan è miope e confusa).

Alla luce di tale rompicapo, l’etica politica e quel poco di diritto internazionale che si è riusciti a costruire al termine del secondo conflitto mondiale (e che gli Usa, considerandolo un ostacolo alla loro bulimia espansionistica, stanno cercando di smantellare) imporrebbero a tutte le potenze esterne di lasciare il Medio Oriente. A quel punto, senza interferenze neocoloniali, i paesi della regione potrebbero gradualmente avviarsi verso un loro naturale riequilibrio geopolitico. Solo allora, sulla base dei sempiterni principi dell’etica politica, la comunità delle nazioni potrebbe contribuire allo sviluppo di istituzioni che pongano al centro la persona umana e l’equità sociale. Non è tutto, ma sarebbe molto.

Gli sviluppi recenti

Da quando il giovane ambulante tunisino, Mohamed Bouazizi, ha innescato con il suo sacrificio la miccia della primavera araba (dicembre 2010) la scena regionale ha subito un netto peggioramento: destabilizzazione della Siria, colpo di stato in Egitto, ulteriore frantumazione dell’Iraq, nascita e declino del Califfato, forte assertività della Turchia, ingresso della Russia, frantumazione della Libia, espansione iraniana, conflitto in Yemen. Decisamente più segni meno che segni più.

Gli americani, dopo aver invaso illegalmente due paesi sovrani, l’Afghanistan (2001) e l’Iraq (2003), frantumato il diritto internazionale e provocato solo in Iraq la morte di oltre 600.000 persone (Lancet[iii]), hanno violato la sovranità siriana (2011), anche qui in barba al diritto internazionale, bombardato senza alcuna legittimità la Libia (2011), insieme a francesi, britannici e altre 16 nazioni tra cui l’Italia, causando migliaia di morti, devastando il territorio e aprendo la strada a migrazioni di massa che stanno destabilizzando l’Italia e l’Europa.

Dopo Bush e Obama, vediamo ora Donald Trump ordinare bombardamenti etici contro asseriti utilizzatori siriani di gas risultati poi inesistenti, procedere al riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele e della sovranità israeliana sulle alture del Golan (che per il diritto internazionale restano territorio siriano), imporre un piano di pace per la Palestina – concepito in verità da Israele – che legittima gli insediamenti illegittimi e cancella ogni vera prospettiva di una Palestina indipendente e infine disporre l’omicidio extragiudiziale del generale iraniano Soleimani, esponendo il mondo intero al rischio di un conflitto devastante.

Quanto all’Iran, se gettiamo uno sguardo su paesi o gruppi politici su cui Teheran può oggi ragionevolmente contare, vediamo innanzitutto la Siria, ma la logica va qui rovesciata: è Damasco ad aver bisogno di Teheran, e non l’inverso, sebbene quest’ultima mantenga un certo interesse a una presenza consolidata sul Mediterraneo e all’alleanza con il Partito di Dio in Libano, quale strumento di deterrenza in caso di aggressione americana/israeliana.

Viene poi l’Iraq, paese arabo a maggioranza sciita (nella guerra degli anni ’80, il nazionalismo etnico era prevalso sulla comune fede sciita), con una componente curda foriera di un insidioso contagio anche per Teheran. A loro volta Russia e Cina, portatrici di interessi extra-regionali, sono dall’Iran percepite nella loro storica propensione all’infedeltà (la prima) e al cinismo (la seconda). Tuttavia, se un raccordo strategico con Mosca e Pechino non è per Teheran privo di apprensioni, esso è oggi quanto mai funzionale ai suoi interessi. Sospinti dal vento della real politik, i tre paesi tendono verso una convergenza a fusione fredda ma pur sempre convergenza,alimentata da complementarità economiche e dalla comune urgenza di contenere l’espansionismo americano.

L’omicidio di Soleimani

Il 3 gennaio 2020 Trump ordina l’assassinio extragiudiziale del generale iraniano Qassem Soleimani. Con un atto di guerra e insieme di terrorismo di stato, vengono calpestati etica politica e principio di proporzionalità (per un mercenario americano colpito da milizie irachene pro-Iran – episodio sul quale la responsabilità di Teheran è tutt’altro che dimostrata – la rappresaglia di Washington aveva già fatto 25 vittime tra i Kataib Hezbollah). La condanna per questo omicidio premeditato nulla ha a che vedere con la qualità etica del personaggio, che non era certo un’anima pia. Gli americani, vale la pena ricordarlo, non difendono qui i loro confini o la loro sicurezza, ma esclusivamente i loro ipertrofici interessi imperiali, e dunque le motivazioni fornite risultano tuttora prive di razionale motivazione.

Se poi gli Stati Uniti perseguissero l’obiettivo del regime change, l’omicidio di Soleimani non avrebbe alcuna logica, poiché il presupposto principale, per di più pacifico, verso un cambiamento radicale di quel paese è costituito proprio da investimenti, commercio e scambi culturali, una strada che l’accordo nucleare voluto da Obama avrebbe potuto aprire. Una seconda decodificazione suggerisce che Soleimani sarebbe divenuto ingombrante in patria, al punto da minacciare il potere del clero sciita, e per questo sarebbe stato venduto agli statunitensi: gli eventuali ritorni restano tuttavia oscuri, senza contare che un accordo con tali caratteristiche tra due nazioni strutturalmente ostili da oltre 40 anni risulta poco plausibile.

Quell’omicidio sembra invero rientrare in una precisa strategia, dopo il ritiro americano (2018) dall’accordo nucleare voluto da Obama e firmato tra i cinque paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (più la Germania) e l’Iran.

Vediamo. All’indomani dell’operazione, Trump afferma che Soleimani si apprestava a colpire interessi americani, senza peraltro fornire prova alcuna[iv]. Secondo l’ex-Primo Ministro iracheno Adel Abdul-Mahdi (poi dimissionario), l’episodio trova invece spiegazione nell’accordo petrolifero da lui siglato nel settembre scorso con la Cina[v], a sostengo del quale Soleimani si stava prodigando. La presenza cinese in Iraq, infatti, inquieta gli americani assai di più di quella iraniana, poiché la Cina è in grado di influenzare l’impianto del petrodollaro sul quale si fonda gran parte del potere finanziario/militare americano nel mondo intero.

Il 5 gennaio scorso, Abdul-Mahdi afferma in Parlamento[vi]: “Gli Stati Uniti hanno distrutto il paese e provocato il caos. Non solo, per la realizzazione di progetti infrastrutturali (in sostanza, la ricostruzione del paese che essi stessi hanno distrutto, ndr), chiedono il 50% del petrolio iracheno”. Secondo la ricostruzione di MPN[vii], il Primo Ministro non cede al ricatto, ma si rivolge alla Cina, la quale si accontenterebbe del 20%. Gli americani allora minacciano di sobillare la piazza, giungendo persino a intimidire fisicamente Primo Ministro e Ministro della Difesa. Il quadro è dunque il seguente: Cina, Russia e Iran tentano di estromettere dall’Iraq gli Stati Uniti, i quali furiosi ricorrono a una vera e propria gangster diplomacy per costringere Bagdad ad accettare condizioni capestro e tenere lontano i cinesi.

Dopo l’omicidio di Soleimani, Trump afferma che, essendo diventati il primo produttore di petrolio e gas al mondo, gli Stati Uniti non hanno più necessità di importare petrolio e dunque la politica di Washington in MO è destinata a cambiare radicalmente. Tale affermazione, tuttavia, non risponde al vero. Sebbene meno dipendenti dall’oro nero, gli Usa devono egualmente impedire che il petrodollaro venga sostituito da altre valute, se vogliono mantenere lo status di superpotenza monetaria.

Il proposito cinese di sostituire/affiancare il petroyuan al petrodollaro costituisce una minaccia esiziale per gli Usa. Nel 2000 Saddam Hussein aveva annunciato che l’Iraq avrebbe utilizzato l’euro nelle transazioni petrolifere e non più la moneta del nemico, segnando così il suo destino.Aiutando altri paesi a utilizzare valute diverse dal dollaro, l’Iran tocca il nervo scoperto dell’impero Usa e l’omicidio di Soleimani acquista un senso preciso.

Il pericolo per la pace e la stabilità del mondo non viene oggi da una dittatura fascista o comunista, ma dal nostro principale alleato-padrone, che alimenta il mito di una nazione pacifica e rispettosa del diritto, un mito dietro al quale si nasconde invero un’oligarchia mai sazia di potere e ricchezze, che impone la propria bulimia espropriatrice attraverso 686 basi militari disseminate in 74 paesi[viii] (solo in Italia i siti militari statunitensi sono 113[ix] e le bombe nucleari tra 65 e 90[x] in violazione del Trattato di Non Proliferazione, da entrambi ratificato).

Mappa delle basi militari Usa solo in Medio Oriente

Tale ipertrofia di potere, lontana dai bisogni della stessa maggioranza di americani, non verrà contenuta dalle deboli restrizioni del diritto internazionale, ma solo da un inedito, profondo mutamento interno o da un graduale riequilibrio di forze sulla scena internazionale, in sostanza Cina, Russia e altre nazioni resistenti, le quali sono dunque chiamate a dare un contributo innovativo, anche attraverso l’evoluzione delle loro stesse istituzioni politiche, alla costruzione di un mondo più libero e più giusto.

Cenni di politica interna in Iran

Alle elezioni parlamentari del 23 febbraio scorso i conservatori ottengono 219 dei 290 seggi in palio, i riformisti 20 e gli indipendenti 35. I seggi vacanti saranno assegnati al secondo turno, il prossimo 20 aprile.

Deve premettersi che il parlamento iraniano (Majles) non dispone di potere legislativo pieno, poiché per entrare in vigore le leggi devono superare il vaglio del Consiglio dei Guardiani (12 membri, sei eletti dal potere giudiziario, saldamente controllato dalla Giuda Suprema Ali Khamenei, e sei nominati da quest’ultimo). In Iran, il potere ultimo è collocato saldamente nelle mani del clero politico affiancato dal suo braccio secolare, vale a dire il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran).

L’azione politica del presidente/governo di turno ha dunque una portata limitata, di certo non in grado di imporsi sull’agenda delle due sfere menzionate. Sia il moderato Khatami, sia il suo successore, il radicale Ahmadinejad, sia l’ex-radicale oggi moderato Rouhani hanno dovuto piegarsi alle scelte del duo Guida/Pasdaran. Assai poco sarebbe dunque cambiato nella scena politica se alle recenti elezioni fosse prevalsa una coalizione moderata invece di quella conservatrice.

Sarebbe d’altra parte un errore ritenere che, dopo il ritiro Usa dall’accordo nucleare, l’omicidio Soleimani e la tragedia dell’areo ucraino abbattuto per errore, il paese per di più in profonda crisi economica sia oggi pronto a capitolare, accettando un accordo umiliante imposto da Washington. Da una parte, il disagio popolare è tenuto a freno da un sistema repressivo spietato ed efficiente, dall’altra le proteste prendono oggi di mira soprattutto temi di carattere socio-economico, sebbene il profilo politico di tali rivendicazioni non vada mai escluso.

Davanti alla barriera eretta dagli Usa all’apertura su commercio e investimenti, e fintantoché la dirigenza del paese resterà compatta, non sembra possa aprirsi alcuno spiraglio di cambiamento politico o istituzionale. Con un nemico alle porte pronto a invadere il paese, risulta del resto più agevole reprimere il dissenso e rinviare ogni ipotesi di evoluzione. Solo una profonda frattura all’interno del sistema, che non appare tuttavia alle viste, su cui non v’è qui spazio per elaborare, potrebbe portare a una metamorfosi della Repubblica Islamica. Il regime clerico-militare dell’Iran deve d’altra parte affrontare un altro nemico, quanto mai insidioso e immateriale, la modernità, alla quale sono esposte le giovani generazioni del paese e che il regime ha enormi difficoltà a tenere a bada.

 Mentre dunque in politica interna la condotta politica della dirigenza trova poche giustificazioni, alla luce delle sistematiche violazioni dei diritti della persona umana, nella sua proiezione esterna – e a prescindere dalla qualità etico-politico delle proprie istituzioni – la Repubblica Islamica è mossa da legittime preoccupazioni di sicurezza, e come altre nazioni ha diritto di tutelare i suoi interessi senza violare il diritto internazionale.

Se la comunità delle nazioni disponesse di qualche margine concreto – ma al di fuori degli Usa (e in parte di Cina e Russia) non ne dispone – tale margine andrebbe utilizzato per favorire commerci, investimenti e dialogo culturale tra Iran e il mondo esterno, alimentando in tal modo la speranza di costruire un mondo di pace, equità e progresso in tutto il Medio Oriente.


[i] Trattato di Non Proliferazione Nucleare

[ii] Autorità Nazionale Palestinese

[iii] http://www.italnews.info/2010/10/16/i-dati-ufficiali-dei-morti-nella-guerra-in-iraq/

[iv] https://www.timesofisrael.com/soleimanis-past-actions-were-reason-enough-to-kill-him-trump-says/

[v] https://www.mintpressnews.com/

[vi] https://www.mintpressnews.com/hidden-parliamentary-session-revealed-trump-motives-iraq-china-oil/264155/

[vii] https://www.mintpressnews.com/hidden-parliamentary-session-revealed-trump-motives-iraq-china-oil/264155/

[viii] https://www.tpi.it/esteri/basi-militari-stati-uniti-2017082350311/

[ix] http://www.kelebekler.com/occ/busa.htm

[x] https://www.tpi.it/esteri/bombe-nucleari-usa-italia-dati-documenti-20190717372685/

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