Parole istituzionali: il catalogo è questo


12 Mag , 2020|
|Visioni

Parole istituzionali in libertà: questa è la cifra del dibattito messo in scena dai nostri attori politici, con il contributo di esperti, uomini di cultura, intellettuali.  

Il catalogo, a ben guardare, è abbastanza contenuto: parole che fuggono e, soprattutto, sfuggono dalla bocca di decisori e/o discussori e/o consulenti; composti di slogan o slogan esse stesse; parole diffuse proprio perché ripetute senza tregua per semplificare e nascondere il reale oppure per farlo apparire quale non è. 

Un insistere obnubilante che non lascia scampo: errori semantici voluti e non voluti, però assurti, per ignoranza o impotenza di chi ascolta, a paradigmi interpretativi di assetti e situazioni istituzionali ontologicamente altre e, per questo, percepite, nel montare della confusione, deformate, diverse rispetto a quel che esse sono. Ma la mistificazione è anche in senso contrario: fatta di assenze e non più di presenze, di omissioni che assurgono a forma di azione, parole pretermesse oppure fugacemente introdotte, ma come non avessero un significato; parole destinate a divenire insignificanti, neutrali, così trattate perché esse ci potrebbero improvvisamente restituire la consapevolezza della nostra realtà istituzionale, con tutte le sue (sgradite) implicazioni e, perciò, da ignorare o, comunque, da rendere innocue; parole che finiamo quasi con il non sentire, scorrono e ci lasciano indifferenti perché così si vuole che sia.

È proprio a questa seconda categoria che ascriverei parole istituzionalmente fondanti come repubblica oppure sintagmi significanti i percorsi decisori nella (nostra) repubblica quali sovranità popolare: entrambi introdotti dall’art. 1 dalla Costituzione, con la funzione di rendere subito chiara e non negoziabile o non alterabile la nostra identità istituzionale. 

Un’ identità che ci dovrebbe ordinare e certamente vincolare al di là dell’art. 139 Cost.: l’ultimo articolo della nostra Carta che riafferma che siamo una repubblica e non potremmo mai smettere di esserlo. Il primo e l’ultimo articolo: una topografia normativa che è come una retta da cui non è possibile deflettere. Il cambiamento è così consegnato alle ipotesi estreme, e giustamente ignorate, della rivoluzione e del colpo di stato.

Ciò nonostante, nel dibattito pubblico, politico e anche tecnico tutto ciò è passato quasi sotto silenzio. La caratura costituzionale del nostro Stato e, soprattutto, quel che ne consegue per congruenza non è celebrata e illustrata nemmeno il 2 giugno, quando l’Italia festeggia la Repubblica. Tutto si esaurisce in una modesta parata militare a Roma della quale gli italiani quasi non s’accorgono perché per loro il 2 giugno è un giorno buono per fare il primo bagno. Se la repubblica «è cosa del popolo», un ‘ bene comune’ come oggi direbbe qualcuno, essa non può essere oggetto di appropriazione da parte di gruppi, fazioni, men che meno di individui. Per definizione non può esserci una repubblica di partiti. 

Ora, si può dire che in Italia ciò non sia mai accaduto? Ma se è la stessa Costituzione che, con qualche contraddizione, ha attribuito, all’art. 49, proprio ai partiti funzioni istituzionali che, nei fatti, non solo sono evidenti, ma son venute a trovarsi parecchio irrobustite? Meglio allora, per i nostri dirigenti politici (cioè di partito), non ricordarsi – e, soprattutto, ricordarci – che siamo una repubblica. Meglio astenersi dal riconoscere o, anche, solamente dal dire che «la sovranità appartiene al popolo» (art. 1 Cost.). 

Si fa uso, però, della parola democrazia: perché? Ma democrazia è una parola non cogente o non più cogente: più che una forma di governo, essa è avvertita come uno stile di vita, la cui cifra sta nell’eguale rispetto delle persone (principalmente nelle relazioni micro), nel pluralismo e, ora, nel multiculturalismo, nella promozione della solidarietà e della pace. Ecco, l’Italia e gli italiani sono ‘democratici’ in tal maniera; ma è meglio tacere che, per Costituzione, ‘democratica’ è, innanzi tutto e tutti, la res publica. Perché? Ma perché l’art. 1 è là per sciogliere la questione non del «come governare», bensì del «chi governa»: la sovranità appartiene al popolo nonostante i partiti di cui all’art. 39; e questa opzione fondante disturba, ha disturbato più di qualcuno.

Ecco allora che una parola-antidoto è stata re-inventata e, nei fatti, ha assunto una specie di dignità costituzionale: populismo, uno scudo contro i pericoli del popolo decisore; e, innanzi tutto, contro il popolo come parola, una parola da estromettere dal linguaggio politico corrente, una parola pericolosa. Operazione, tutto sommato, riuscita, che trova una sintesi perfetta nelle parole di un cantante come Roberto Vecchioni, quasi un certificato di morte: «È il popolo che è diventato populista […] È un popolo senza idealismo, che è diventato una banderuola tremenda». 

 Missione compiuta. Ma a che prezzo? Così abbiamo smarrito un’altra sequenza costituzionale fondante: repubblicademocraziasovranità popolare. Ed è evaporata l’identità istituzionale dell’Italia. Più di una deviazione ne è conseguita. Molti si sono lamentati in questi giorni dei dpcm di Giuseppe Conte. In sé il dpcm è all’evidenza una fonte incongrua rispetto alla sequenza dell’art. 1 Cost. Ma a ciò si aggiunge, nel caso, dell’altro: Conte se ne è servito per limitare diritti e libertà fondamentali; Conte non ha alcuna rappresentatività popolare; Conte si è rivolto agli italiani usando una specie di plurale maiestatis e coniugando un verbo («concediamo») che di repubblicano e democratico non ha nulla e, semmai, rimembra le ottocentesche costituzioni octroyées. Con ciò la deviazione è stata resa evidente a tutti tanto più che la Costituzione prevede, anche per le emergenze, la fonte del decreto legge che esige il passaggio in Parlamento.

Forse è, però, preoccupante in misura maggiore che, contro questa deviazione, più di qualcuno, anche fra i giuristi più autorevoli, abbia evocato il pericolo di una deriva autoritaria: lo spettro di una dittatura, un paradigma interpretativo di cui si abusa da tempo, il fascismo sempre dietro l’angolo. Parole, anche queste, in libertà, che condannano all’immobilismo il dibattito pubblico e anche la ricerca politica, almeno qui da noi. Occorreva proprio scomodare il totalitarismo novecentesco per censurare Giuseppe Conte? Anche da questa parte nessun richiamo alla repubblica e alla sovranità popolare; eppure quei dpcm hanno violato la sequenza costituzionale fondante e di questo si sarebbe dovuto, o si dovrebbe chiamare, a rispondere il Presidente del Consiglio. 

Vi è di più; vi sono insigni studiosi che sostengono il mutamento di significato di quella sequenza. La sovranità popolare non avrebbe più carattere volontaristico (la volontà popolare), ma, per così dire, contenutistico: sovranità popolare=diritti fondamentali. Un’equazione che, per i suoi fautori, implicherebbe anche il mutamento del soggetto decisore: il nuovo decisore in tema di diritti sarebbe la magistratura, educata com’è all’indipendenza e all’uso del canone della ragionevolezza, mentre un parlamento sarebbe per definizione un soggetto parziale e, in quanto tale, spesso irragionevole. Ma v’è chi è andato oltre e ha giocato con il dettato costituzionale, cioè con le parole. Per questa operazione si è preso le mosse da una constatazione non si sa come fondata: buona parte dei cittadini italiani sarebbero incolti e consegnare a loro tutto il potere sarebbe sconsiderato. Ecco allora la scoperta: noi siamo una repubblica, non una democrazia! E in una repubblica il potere è plurale e taluni detentori di esso (o di parte di esso) non sono – fortunatamente – espressione della volontà popolare: su costoro la repubblica dovrebbe far affidamento. È una prospettiva che, forse, non dispiacerebbe nemmeno a Sabino Cassese che ha auspicato la creazione di una riserva di saggi pro re publica: un insieme costituito, se non proprio una task-force, di persone accreditate e autorevoli, pronti a guidare governanti sempre più incompetenti, a cui i saggi dovrebbero fornire indicazioni di condotta, contenuti decisori, linee politiche di fondo.

Ancora, dunque, torsioni verbali, omissioni, forzature. Ma l’epidemia qualche contraddizione l’ha fatta emergere. In più ci ha avvicinato – finalmente – alla dimensione reale dell’eroe: una parola, questa, in sé non istituzionale, ma l’eroe può fare moltissimo per le istituzioni. Particolarmente in una repubblica dove i cittadini devono essere buoni cittadini, disposti a coltivare l’interesse comune; e l’eroe è quel cittadino modello che accetta di correre il rischio per la salvezza dei suoi concittadini: come Ettore alle Porte Scee. Se ci siamo dimenticati di essere una repubblica democratica, a maggior ragione avevamo perso il significato, e il valore, degli eroi repubblicani. Allora abbiamo intitolato vie, piazze e ultimamente anche aule universitarie a chi non aveva fatto veramente nulla per la nostra comunità. Covid 19 ha acceso le luci sul personale, medico e paramedico, degli ospedali: uomini e donne che non hanno esitato a dare tutto per salvarci la vita. E così la tragedia ci ha fatto improvvisamente percepire chi siano gli autentici eroi della Repubblica. La speranza è che non ce ne dimentichiamo troppo in fretta nell’ansia di riprenderci il PIL, il livello dei consumi, il campionato di calcio. 

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