Silvia Romano e il focus sbagliato


12 Mag , 2020|
|Sassi nello stagno

“Si è convertita all’islam!”, “Ha la sindrome di Stoccolma!”, “Quanto ci è costata?”, “Ma è incinta?”… E sti cazzi?

Come l’eterno ritorno dell’uguale anche questa volta l’opinione pubblica italiana viene indirizzata sui binari di un dibattito estremamente polarizzante e che francamente non serve assolutamente a nulla e a nessuno. Già, proprio a nessuno. Non a spostare gli equilibri di fiducia del governo e nemmeno a prendere qualche punto percentuale in vista di elezioni che al momento sembrano ben lontane e che quindi potrebbero vedere la situazione attuale già bella che dimenticata.

Ci sono due questioni che in realtà sarebbero interessanti dal punto di vista politico sulla vicenda di Silvia Romano, ma che – guarda caso – nessuno solleva.

Premesso che la ragazza ora dovrebbe essere lasciata assolutamente in pace e non essere oggetto di speculazioni per far vendere qualche copia in più di qualche giornale per il quale veramente si abbattono troppi alberi, partiamo con la prima questione: perché è stata rapita?

Che non significa “quali erano le intenzioni dei rapitori?”, significa “perché è stato permesso?”. 

Ecco, il nodo qua si fa squisitamente politico. Il fatto è che le nostre missioni di cooperazione internazionale sono “de facto” delegate alle ONG, che – non scordiamocelo mai – sono un soggetto di diritto privato. No, non vi state trovando davanti al solito articolo che vuole parlare male delle ONG a priori. Le ONG faranno il loro lavoro (a volte in maniera trasparente, a volte meno) e sicuramente qualche volta sopperiscono pure alle mancanze dello Stato, ma è proprio qui il punto: le mancanze dello Stato.

Ma è possibile che un paese serio non si prenda in prima persona l’incarico di portare avanti questioni di questa rilevanza sul piano internazionale? Ed è di conseguenza possibile che in questo campo le priorità di un paese non siano quelle di assumere giovani, di continuare a formarli dopo la laurea, di pagarli (soprattutto!) – perché chi fa il cooperante fa un lavoro e il lavoro non deve essere mai, in alcun modo volontario, in particolar modo se ci sono delle condizioni di rischio! – e anche di proteggerli? 

E come andrebbero protetti? Visto che i nostri soldati calcano i deserti dell’Afghanistan per controllare che nessuno faccia saltare in aria i tanto preziosi pozzi di petrolio degli americani, forse sarebbe il caso di impiegarli in qualcosa di più utile per noi. Per esempio questo! Che non significa mandare un migliaio di uomini in un villaggio kenyota di 40 abitanti a terrorizzare la popolazione locale (partiamo dal presupposto che non è mai bello vedersi piombare gente armata nella propria città, indipendentemente dalle loro intenzioni), significa prendere le giuste e proporzionate misure di sicurezza per garantire che i lavoratori non possano incorrere in pericoli, quali quello di essere rapiti da gruppi terroristici!

Ecco, indipendentemente da come si pensi che dovrebbe essere svolto, questo dovrebbe essere il vero dibattito da sollevare attorno alla vicenda: il ruolo dello Stato nella cooperazione internazionale.

Il secondo punto, invece, è di carattere più congetturale, ma del quale non si devono sottovalutare i precedenti.

Vi ricordate, per esempio, del polverone su Cesare Battisti? Dichiarazioni a destra e a manca, scontri durissimi, la ripresa televisiva del suo arrivo, l’odio sui social, Salvini che da Ministro alzava sempre di più il tiro della polemica…per almeno una settimana non si è parlato di altro. Peccato che proprio nella stessa settimana di gennaio 2019 erano usciti i dati relativi alla produzione industriale del novembre precedente che facevano segnare un drastico calo, e che se affrontati con una diversa attenzione mediatica avrebbero con ogni probabilità messo in seria difficoltà il governo. Qualcuno però ne sapeva qualcosa? Se ne è minimamente parlato nel paese? Assolutamente no. Eravamo tutti concentrati sul dirci quanto Cesare Battisti fosse un sanguinario terrorista comunista o a prendere in giro la Meloni per le sue dichiarazioni senza senso. E questo non è complottismo, sia chiaro. Non si dice che questi eventi, quali la cattura ed estradizione di Battisti o la liberazione di Silvia Romano, siano fatti in maniera artificiosa appositamente per nascondere qualcosa; si dice che questi eventi, che si realizzano su altre basi, vengono poi sfruttati a livello politico in questo modo. Si tratta soltanto di una banale, quanto efficace strategia comunicativa, che si può neutralizzare soltanto se viene riconosciuta.

Ogni volta che si solleva un dibattito pubblico estremamente polarizzante e che non interessa in alcun modo veramente la vita dei cittadini da vicino, allora bisogna tenere dritte le antenne e rimanere all’erta perché probabilmente c’è qualcosa che non va. Quando l’attenzione si alza improvvisamente su un tema, automaticamente cala su tanti altri. Bisogna dunque ricercare qual è il punto. Si vogliono far passare in sordina gli accordi europei in corso? Si vuole distogliere il pubblico dalla latitanza del famoso “decreto aprile” che dovrebbe contenere gli aiuti dello Stato e di cui ancora non si vede l’ombra dell’ufficialità? Oppure c’è altro?

Non si può, chiaramente, ad oggi avere una risposta certa a questa domanda, ma è importante porsela, perché aiuta a vedere lo scenario in maniera più ampia, distogliendo gli occhi dall’unico focus servito dai media – sul quale troviamo così bello ed eccitante dire la nostra opinione – e a prepararsi politicamente meglio a ciò che verrà.

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