Le crisi come status quo


13 Mag , 2020|
|Visioni

Nel lontano 1971 il presidente americano Richard Nixon diede il via alla “guerra alla droga” come risposta al dilagare delle sostanze stupefacenti nella propria nazione. Era il culmine di una serie di sforzi americani che si andavano sviluppando da decenni, ma anche il frutto di un’ottusità di fondo, interessi di parte e oscure manovre politiche per combattere la sinistra pacifista e le persone di colore[i]. Ad una crisi sociale e politica che peggiorava di giorno in giorno, si rispose con una manovra securitaria che avrebbe prodotto nei 49 anni successivi una lunga sequenza di fallimenti, l’uccisione di centinaia di migliaia di innocenti e l’arricchimento non solo delle organizzazioni criminali, ma anche la creazione di un’economia basata su questa lotta, fra corpi federali, apparati di controllo, centri di riabilitazione e indotto collegato. 

Nel 2001 gli attentati condotti da Al Qaeda contro gli Stati Uniti portarono alla proclamazione della “guerra al terrorismo” espandendo le precedenti modalità repressive con una magnitudo planetaria: un’impennata delle spese militari, nuove leggi invasive come il Patriot Act, nuovi apparati statali (The United States Department of Homeland Security), una serie di guerre fallimentari, di cui alcune tutt’ora in corso (Afghanistan) e la creazione di un’economia della sicurezza su scala globale. Anche in questo caso i risultati sul lungo termine sono stati disastrosi, con un aumento delle destabilizzazioni regionali, il dilagare del jihadismo e addirittura l’avvento di un califfato fra il 2014 e il 2019 in Medio Oriente. L’aspetto più importante di queste due “guerre”, seppure in modalità diverse, non è solo la mancata risoluzione del problema, ma anche la creazione di un mondo economico, politico e sociale intimamente dipendente dalle crisi in atto, tanto da portare le autorità a perseverare nel fallimento fino ad istituzionalizzare le crisi come “permanenti”. 

Esse modificano la società, favoriscono determinati gruppi di potere a scapito di altri, ma non cessano di esistere. E per quanto la dottrina della “Shock Economy” di Naomi Klein fornisca alcune parziali risposte su i motivi di questi “stati di eccezione continui” e su i suoi profittatori, la questione va ben al di là del capitalismo predatorio, fondandosi sulle complesse dinamiche del Sistema industriale-tecnologico che necessita della “instabilità come stabilità”.                                                 

Lo sviluppo del meccanismo industriale, infatti, si è sempre basato sulla “distruzione effettiva”, parafrasando Schumpeter, di qualsiasi equilibrio naturale, sfruttando il caos umano per generare un efficientamento del meccanismo stesso. Gli shock sistemici, come le crisi del capitalismo o certe problematiche sottostanti, non rappresentano quindi un declino del Sistema, ma una sua mutazione e accelerazione.                                                                                                                                 

Seguendo questo schema la pandemia in corso rappresenta l’ultimo salto prodotto dal nostro meccanismo artificiale, sfruttando abilmente un elemento naturale come il virus e l’ingranaggio “uomo”, perché se è vero che la crisi è iniziata da un’entità biologica, il suo reale e rapido dispiegamento è avvenuto grazie alla globalizzazione, alle infrastrutture costruite negli ultimi decenni e alla tecnologia che ha permesso a sette miliardi di persone di connettersi in unico villaggio globale. 

Al contrario delle speranze che vengono riposte in questo momento sul rinsavimento della nostra specie in merito al modello adottato, nel prossimo futuro si rischierà concretamente una moltiplicazione dei problemi che si sono già visti in passato con crisi minori e maggiori; quindi un peggioramento degli “stati di eccezione” in nome della sicurezza sanitaria, anche a virus sconfitto, per timore delle pandemie future. La creazione di nuovi apparati di sicurezza fondati su i Big Data, la sorveglianza di massa, l’utilizzo massiccio di droni e l’emanazione di nuove leggi emergenziali; il tutto combinato con crisi macroeconomiche, politiche e sociali, dove alcuni gruppi di potere ne approfitteranno per risaldare il loro patrimonio e dominio. La pandemia del coronavirus è quindi uno shock che genererà inevitabilmente altra instabilità utile al Sistema, andando fra l’altro a intersecarsi con alcune problematiche globali, dal cambiamento climatico al mondo multipolare competitivo-aggressivo. Non necessariamente questa strada sarà percorsa in modo uniforme da tutte le nazioni, potendo contare qua in Europa, per il momento, su una libertà decisamente maggiore rispetto al regime tecnologico cinese o altri Stati repressivi, ma l’acuirsi di queste accelerazioni destabilizzanti saranno paradossalmente il nuovo status quo con cui dovremo confrontarci nei prossimi decenni. 


[i]Harper’s Magazine “Legalize it all” di Dan Baum, aprile 2016 https://harpers.org/archive/2016/04/legalize-it-all/ 

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