Tagliare la democrazia?


15 Mag , 2020|
|Visioni

Dopo più di due mesi di quarantena, si può dire che il timore che avevo manifestato all’inizio – cioè che un’emergenza reale, dalle cause e implicazioni innanzitutto politiche e sociali (la destrutturazione del Welfare e del sistema sanitario, perché “ce lo chiedeva l’Europa”) potesse scivolare, come su una sorta di piano inclinato, verso una qualche forma di stato di eccezione –  si è rivelata purtroppo abbastanza fondata. Dopo il primo impatto, traumatico, con il virus,  sono emersi progressivamente errori, omissioni, inspiegabili falle, e anche qualche scivolata (probabilmente dovuti, almeno in parte, a confusione, spiazzamento,  cattivi consiglieri,  più che a intenzioni sbagliate). E soprattutto si intravedono, oggi, i possibili effetti a lungo termine, dal punto di vista democratico.  Prima di ragionare sul futuro, però, è bene fare con franchezza un elenco delle cose che non possono passare in cavalleria:  la stigmatizzazione di Andrea Crisanti, che ha salvato il Veneto, seguita da imbarazzati silenzi e mezze ammissioni, troppo tardive ed evasive, da parte dei “tecnici di governo”. La non trasparenza dell’OMS, oggetto di molti condizionamenti e pressioni, che si è riflessa anche sulle direttive ondivaghe e opache dei consulenti cui il governo si è affidato.  Le cure snobbate o addirittura osteggiate e poi rivelatesi importanti e comunque utili (plasma, eparina ecc.). La demonizzazione di persone serie (spesso medici in prima linea), semplicemente perché non allineati a una presunta “verità” ufficiale (salvo poi ammettere a denti stretti che avevano ragione: si veda il caso di De Donno a Mantova). L’operazione di drammatizzazione mediatica (dopo una maldestra rassicurazione iniziale), per coprire una grave sottovalutazione all’inizio, che ha imposto una soluzione estrema e generalizzata dopo, la quale ha di fatto scaricato quasi integralmente sui cittadini il peso della risposta alla crisi.  L’assenza di mascherine, presidi sanitari, tamponi e  posti in terapia intensiva come vero problema, coperto maldestramente dagli “esperti”, forse anche per questo così in confusione.   Lo spettacolo oscenamente esibizionistico di  virologi mediatici e tecnici  vari che si contraddicono tra di loro e con se stessi. L’irrazionalità della scelta di non considerare il dato evidente della differenziazione territoriale, anche dopo che il periodo di rischio dell’espansione del contagio dopo la chiusura di tutto (e le molto enfatizzate “fughe di massa” dal Nord) era superato, ignorando l’evidenza di dati ormai da tempo assai  incoraggianti al Centro-Sud. La tendenza a usare l’emergenza sanitaria come occasione di uno stato giuridico derogatorio per via amministrativa: l’eccesso di DPCM, l’uso strumentale della comunicazione sull’emergenza, la delega alla tecnica e la sua conseguente politicizzazione, a fronte di una sostanziale marginalizzazione del Parlamento, durata troppo a lungo (il richiamo del Presidente della Corte costituzionale alla Costituzione come “stella polare” e all’inesistenza di un diritto speciale per l’emergenza è stato significativo e certo non casuale, al di là delle smentite di rito). Per carità, nessuno strappo violento, probabilmente una copertura formale, per quanto a mio avviso non impeccabile perché troppo inscritta nella logica della deroga esecutivo-amministrativa monocratica,  è stata assicurata nella gestione complessiva di una situazione obiettivamente complessa, ma dal punto di vista della legittimazione sostanziale e dei rischi potenziali è innegabile che sia quanto mai necessario drizzare le antenne di fronte alla facilità con la quale la logica emergenziale può insinuarsi nell’ordinamento costituzionale, manipolando (non si discute qui se a fin di bene o meno) principi e diritti fondamentali (alla faccia di chi sosteneva che lo stato di eccezione non esiste, o che basta non nominarlo o vietarlo per impedire l’irruzione della “necessità” come sfida della contingenza nel diritto; invece, ormai si è urbanizzato, e perciò può essere più subdolo, perché si infiltra nelle pieghe dell’ordinamento in modo quasi depoliticizzato). Ancora: la demonizzazione del dissenso e di comportamenti del tutto innocui (correre da soli, andare da soli a passeggiare sulla spiaggia, persino portare fuori i bambini per prendere un po’ d’aria: così si è solo sparso irrazionalismo e angoscia). Il paternalismo bacchettone sulla questione dei congiunti e degli affetti stabili (da cui incomprensibilmente sarebbero esclusi gli amici): un punto su cui c’è poco da scherzare, e se non lo si capisce è un problema di chi rivela una così ben scarsa cultura civile e critica. Gli effetti distorcenti di una comunicazione apocalittica e a senso unico: nulla sarà più come prima, l’assenza di nomos nell’emergenza è normale, abituiamoci a riadattare la nostra forma di vita (anche a liquidare  parte della nostra tradizione culturale  e costituzionale?) in nome dell’efficienza della nuova società del controllo, senza farsi troppe fisime sulla privacy, sui diritti fondamentali, sulla Costituzione. Ora, è vero che l’Italia ha avuto un problema più grande di altri, e per questo non è giusto mettere in croce chi si è trovato ad affrontare impreparato la crisi (anche se l’impreparazione non può essere un alibi), ma ciò non toglie che l’uso di una razionalità complessa non solo non è inibita di fronte alle emergenze, ma anzi sia raccomandata (e non è solo un problema di classe politica: la gran parte dei media, in primis televisivi, per settimane ha dato la prova peggiore, portando i cervelli all’ammasso). Gli effetti politici e culturali del distanziamento sociale, dello smart working e dell’home schooling, con tanto di trasferimento della funzione educativa alle famiglie, sacrificando il ruolo egualitario e socializzante della scuola, mentre nel caso dell’università evidenti sono le tentazioni di sdoganare la sua negazione (ovvero non comunità incarnata di relazioni reali, non luogo di elaborazione di un sapere critico, ma mezzo di trasferimento meccanico di nozioni standardizzate nella mente di studenti concepiti come secchi vuoti; e, si badi, questa messa in guardia non c’entra nulla con la possibilità di utilizzare temporaneamente  gli strumenti tecnologici per fare, pure nel surrogato, qualcosa di buono; qui il problema è la logica di fondo che rischia di passare). Infine, il “comando di fuga” rispetto al pericolo di cui scriveva Canetti in Massa e potere che si è tradotto nella coazione alla passività segregata: “state a casa”,  sul divano a ingozzarvi di cibo e prodotti mediatici adulterati, e non sia mai che venga in mente a qualcuno di discutere sul serio o addirittura protestare; certo, è stata una sospensione della socialità entro una certa misura necessaria, a tempo (ci mancherebbe che fosse sine die!), ma attiviamoci perché non lasci strascichi, e non venga in mente a qualcuno di rimetterla in campo intensamente, non appena c’è da tacitare qualche dissenso, magari di fronte alla crisi economica e sociale che ci aspetta.  

Insomma, non è questione di disegni oscuri. A me interessano gli effetti, che sono alla luce del sole. Ciò che conta è la chiara natura di kairos, di occasione, che la crisi sanitaria ha palesato. Per fortuna, un po’ di pensiero critico, autonomo, si è rimesso in moto.  E “La Fionda” ha cercato di dargli espressione, da subito. Ma il dato inquietante è che la quarantena ha dimostrato come anche una quarantena della democrazia non sia affatto impossibile, che può essere attivata anche in un regime di apparente normalità, anzi mediocrità politica, e  può perfino catturare una sorta di “consenso”, almeno fino a un certo punto (un consenso da “rivoluzione passiva” neoliberale). La partita ora è aperta.  Anche perché adesso arriverà, davvero, l’ora più buia. Quella dello stato di eccezione economico e sociale.

Il virus non rappresenta alcuna discontinuità epocale (sarebbe in ogni caso impossibile affermarlo oggi con assoluta certezza):  è piuttosto un grande  acceleratore di problemi e tendenze già presenti, di un caos già in atto, i cui fattori più rilevanti sono la crisi strutturale del capitalismo finanziario e la natura distruttiva e ingovernabile della globalizzazione neoliberale. Che, per quello che ci riguarda, si sommano alle contraddizioni altrettanto strutturali dell’eurozona, e alle zavorre italiche che vengono da lontano (da una transizione di sistema che non si è mai compiuta, dopo la fine della cosiddetta Prima Repubblica, la cui radice sta nella fine tragica della sua spinta propulsiva, con il delitto Moro, cui è seguito un periodo di modernizzazione deviante, fino alla stasi finale del “tirare a campare” per “non tirare le cuoia”).  Dopo il 1989, il vincolo esterno è divenuto la nuova religione delle élites italiche.  Unito all’europeismo a prescindere, difeso anche a fronte del fatto che gli altri Paesi europei usano l’UE  per coltivare i loro interessi nazionali e che l’euro è un fallimento politico che crea divergenza e non convergenza. Per inciso, il Tribunale costituzionale federale tedesco pone le domande giuste, e dà risposte giuridicamente ineccepibili, con la sua recente sentenza sul programma di QE (come peraltro ha sempre fatto dalla ratifica del Trattato di Maastricht in poi, raccogliendo la lezione della migliore dottrina costituzionale tedesca: Grimm, Böckenförde, ma è evidente che sullo sfondo c’è la grande dottrina weimariana  e la  Verfassungslehre di Schmitt). Dopo di che si può (e si deve) imputare ai tedeschi di essere “fool” (si, quello di Hobbes del Leviatano), cioè furbi, non reciproci, incoerenti, irragionevoli, perché pretendono che per loro non valgano le regole il cui rispetto impongono con  rigore inflessibile agli altri (asimmetria da cui ovviamente traggono il loro vantaggio competitivo, soprattutto nel surplus commerciale, che viola anch’esso i parametri europei, ma che nessuno sottopone a uno scrutinio severo: è anche grazie a tale vantaggio che si costruiscono in un giorno il loro paracadute per la pandemia). Anzi, a dire il vero, hanno l’aggravante di essere “strategici” fingendo la cooperazione, ma senza ammetterlo neppure a se stessi (questa è in effetti una differenza – in peggio – rispetto al fool hobbesiano). I tedeschi pretendono cioè che gli altri sottostiano a un “patto iniquo” (Rousseau), oltretutto senza un effettivo “terzo” imparziale garante, in virtù della superiorità morale che si auto-attribuiscono (che evidentemente ai loro occhi li redime dalla parzialità del loro interesse).  Ma, come Hobbes insegna, patti del genere sono invalidi, ed è grave errore di chi ammette al patto coloro che si comportano da fool, se questi non vengono neutralizzati, o il patto considerato dissolto, recuperando ciascuno il proprio diritto all’autodifesa. Come giustamente ricorda la Corte di Karlsrühe, l’UE non è uno Stato federale, ma un’unione di Stati regolata da trattati, i cui “signori” rimangono ovviamente gli Stati. Non c’è alcuna sovranità originaria europea (salvo intendere, capziosamente, tale il potere assoluto e anticostituzionale dei mercati). Sta a noi, insomma, reagire (e se serve trovare alleanze).    

Nell’UE (che non è l’Europa, non lo si ribadirà mai abbastanza), com’era del tutto prevedibile, non si è determinata in queste settimane nessuna effettiva novità né salto di paradigma, semmai la conferma definitiva della sua inemendabilità:  i tedeschi (e i loro sodali) ritengono di essere i signori, mentre i Paesi del Sud sono destinati a servire.  I mirabolanti strumenti straordinari per affrontare la crisi pandemica si riducono a prestiti, peraltro di dimensione del tutto inadeguata (e sottoposti a condizionalità: mai eliminate formalmente, ma al limite alleggerite momentaneamente). Alla fine, di riffa o di raffa, entreremo nel MES. Perché tutto l’establishment italico lo vuole. E in particolar modo lo vuole la post-sinistra, sia quella, subalterna all’ordoliberalismo, di governo, sia quella, tristemente residuale, finto-radicale. I Cinque Stelle non si capisce cosa vogliano, ma alla fine temo che, raccontando di aver ottenuto chissà quali garanzie e miglioramenti, piegheranno il capo. Perché questa volontà inscalfibile, questo blocco granitico,  solo superficialmente increspata dal conflitto  interno al governo e alla maggioranza, animato da lobbies e poteri più o meno forti, che a un certo punto rivendicheranno il timone, da affidare a qualche loro esponente di totale fiducia? Oltre al divieto “religioso” di pensare un’alternativa, e al netto del calcolo cinico e carrieristico di molti (che drammaticamente operano con ruoli rilevanti negli apparati di governo dello Stato italiano  ma non sono al servizio del nostro  Paese), c’è l’idea della necessaria stabilizzazione del cappio (e del cilicio), così da impedire alla sovranità popolare di sottrarsi in futuro, l’odio elitista e di classe verso il “popolo”, la politica punitiva verso quei ceti un tempo rappresentati proprio dalla “sinistra di popolo” (e anche verso i ceti medi produttivi, peraltro sempre più sospinti in basso).  Alla fine, è come se la politica post-Ottantanove, soprattutto a sinistra, avesse sviluppato una malattia auto-immune, che la porta ad attaccare l’organismo di cui non si riconosce più come parte.  Per questo, starei molto attento ad accettare come  schema politico agibile la contrapposizione tra  la coalizione della (mera) sopravvivenza sanitaria e la coalizione degli spiriti animali, cioè della vitalità di chi, animato da pulsioni varie, stigmatizzabili come populistiche, confusamente non si rassegna a piegare il capo, vuole la briglia sciolta, ma anche rischia la morte economica (la cattura neoliberista, anti-statualista e magari neo-autoritaria di tali istanze non è un destino: ma innanzitutto bisogna pazientemente accettarne il terreno e distinguere tra esse, comprendendo anche le ragioni di quel mondo sociale). Non è lasciando alla destra il monopolio della libertà che si trova  una nuova energia politica, né tantomeno un supplemento d’anima che copra quella subalternità al vincolo esterno, il quale renderà impossibile la stessa protezione sociale. Quando il velo dell’emergenza sarà caduto, l’accelerazione polemica potrebbe essere repentina e imprevedibile, travolgendo l’insidiosa retorica paternalistica del “protettore” (che non protegge). Per evitare di essere vittime di tale schema manicheo, bisogna puntare a una nuova alleanza trasversale del mondo del lavoro.  Recuperando egemonicamente allo Stato, la cui funzione insostituibile oggi è più facilmente riconoscibile, tanto il bisogno di sicurezza sociale quanto quello di libertà e di ripresa economica di un tessuto produttivo e artigianale di piccole e medie imprese, che costituiscono una ricchezza, anche culturale, dell’Italia.

Che cosa ci aspetta, dunque, nei prossimi mesi, con il viatico della pandemia, si spera non troppo fiaccati moralmente da essa? Questa è la grande questione, oggi. Se non si mette in questione il paradigma delle compatibilità europee, cioè se non si prepara un piano B, considerato il quadro economico e di finanza pubblica “eccezionale” che si prospetta, le ipotesi all’orizzonte sono tutte drammatiche: un default controllato di fatto dalla Germania, con tanto di ristrutturazione del debito, oltretutto mantenendoci dentro la gabbia dell’euro, con la troika in casa (stile Grecia)? Debito che, si badi, non è una nostra “colpa”, anche considerando i vent’anni di avanzo primario che abbiamo alle spalle, ma il frutto per gran parte delle politiche pro-cicliche di Monti & Co. in tempi di recessione, della bufala dell’austerità espansiva, e prima ancora del divorzio Tesoro-Banca d’Italia (non era questione di comari, tra Andreatta e Formica…). Ci attende una mega-patrimoniale sulla ricchezza degli italiani medi impoveriti (mentre i ricconi portano i loro immani patrimoni in qualche paradiso fiscale, magari europeo)? Ci si rende conto di quale rischio esiziale uno scenario del genere prefigurerebbe? Senza inclusione sociale dei ceti popolari e senza ceto medio la democrazia non tiene. Tali scenari sono da incubo non solo perché significherebbero l’assoggettamento definitivo del Paese a forze straniere e una pesantissima macelleria sociale, con relativo drammatico impoverimento di massa (così che le misure, abbastanza apprezzabili per quanto insufficienti rispetto all’enormità della crisi, del recente Decreto Rilancio, si perderebbero nel nulla). Ma anche perché, prima o poi, la sovranità popolare, principio fondante del nostro ordinamento costituzionale, tornerà a bussare alla porta: cosa risponderà l’establishment? Che è venuto il momento di ristrutturare non solo il debito, ma anche la democrazia?

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