L’Europa ci offre un Piano Marshall: per questo dobbiamo rifiutarlo


16 Mag , 2020|
|Sassi nello stagno

L’emergenza sanitaria ha imposto all’Europa di gettare la maschera e di mostrarsi in tutto il suo splendore neoliberale: la crisi economica che stiamo affrontando verrà utilizzata per inasprire gli attuali rapporti di forza, e il debito sarà lo strumento per ottenere il risultato.

Non è certo la prima volta, dal momento che già la crisi del 2008 fu l’occasione per reprimere la riluttanza a offrirsi anima e corpo all’unica ideologia sopravvissuta al Novecento. Proprio per questo stupisce la perseveranza di chi ancora si rifiuta di aprire gli occhi, alimentandosi di un europeismo onirico, costruito sulle sabbie mobili di un sogno irrealizzabile, o peggio di un europeismo alla San Patrignano, al grido di “solo un vincolo esterno ci salverà”.

Repubblica ci offre oggi un saggio di come entrambe le forme di europeismo possano convivere. È un illuminante contributo di Andrea Bonanni, che se non altro possiamo apprezzare per l’affaccio offerto sui punti di riferimento del suo europeismo: quel Sebastian Kurz noto per la capacità di coniugare neoliberalismo e valori premoderni tanto cara alle democrature del nostro tempo.

Proprio il Primo ministro austriaco viene scomodato per affermare che l’Italia non può vivere senza l’Europa, perché questa, bontà sua, le consente di rendere sopportabile un debito pubblico cresciuto a dismisura. Dovremmo dunque ringraziare e smetterla di storcere il naso di fronte all’offerta di attivare il Mes per fronteggiare le spese sanitarie, esultando per la futura attivazione del Recovery fund, il fondo per il sostegno alla ripresa.

È vero che l’Italia è oberata da un debito pubblico insopportabile, ma è anche vero che quel debito è il prodotto dell’appartenenza alla costruzione europea: da quasi un trentennio il bilancio viene chiuso con un saldo primario in attivo, ovvero con un deficit dovuto unicamente alla spesa per interessi. Se solo avesse la disponibilità della politica monetaria, l’Italia potrebbe togliersi da questa palude, ma non può farlo proprio grazie all’Europa: solo chi è in preda alla sindrome di Stoccolma può celebrarla come la nostra protettrice.

Puntano a schiacciare l’Italia nella posizione del debitore anche gli altri strumenti predisposti per fronteggiare l’emergenza sanitaria. Questo vale per il Mes, che presta e non regala soldi, e che dunque contribuisce a far lievitare il debito. Con l’aggravante che per ottenere quei soldi occorre accettare le famigerate condizionalità: lo prescrivono i Trattati, che nella gerarchia delle fonti del diritto europeo non sono certo secondi a qualche generico e sbrigativo impegno politico. Ma Bonanni ci passa sopra, preferendo sparare cifre fantasiose sul risparmio che deriverebbe dall’accettazione del prestito targato Mes: ben 7 miliardi di interessi, a fronte dei 4-500 milioni di cui parlano quelli che se ne intendono.

Dalla fantasia alla fiducia: è l’ingrediente richiesto per affermare che il Recovery fund rappresenterà un altro saggio della proverbiale generosità europea. Peccato che verrà agganciato al bilancio pluriennale 2021-2027, e che dunque se ne parlerà tra molti mesi. Peccato poi che per costituire un fondo cospicuo occorrono risorse di molto superiori a quelle di norma destinate al bilancio europeo: l’1% del pil europeo, in una situazione nella quale molti Paesi hanno già fatto pervenire la loro indisponibilità a incrementare la cifra.

Bonanni però non se ne cura e anzi ritiene che il Recovery fund possa assumere le proporzioni di un Piano Marshall. E qui occorre dargli ragione, anche se probabilmente per motivi che al nostro sfuggono.

Il Piano Marshall è stato un programma realizzato per favorire la ricostruzione dei Paesi devastati dal conflitto mondiale, ma anche e soprattutto un catalizzatore di riforme destinate ad ancorare saldamente i partecipanti all’occidente capitalista. A questi fini venne creata l’Organizzazione per la cooperazione economica europea, che divenne invece un vero e proprio strumento di coordinamento delle politiche di bilancio dei Paesi europei coinvolti. I quali venivano tra l’altro indotti a risanare le loro economie perseguendo il pareggio e dunque contraendo la spesa pubblica, creando nel contempo un ambiente favorevole agli investitori: a beneficio dei quali occorreva per un verso comprimere i salari e ridurre la pressione fiscale, e per un altro adottare una politica di privatizzazioni e liberalizzazioni. Il tutto presidiato da un efficace sistema sanzionatorio, comprendente la sospensione degli aiuti nel caso non si fossero seguite le indicazioni dell’amministrazione statunitense.

È dunque vero che l’Europa ha già predisposto il suo Piano Marshall, e anzi che da sempre si comporta come un dispositivo neoliberale alimentato da un odioso mercato delle riforme, e a monte dal controllo politico sui Paesi sudeuropei esercitato attraverso il loro indebitamento. Ma proprio per questo dovremmo guardare con estremo sospetto chi non perde occasione di evocarlo.

Infine Bonanni pontifica il Quantitative easing varato dalla Bce di Lagarde, che in effetti costituisce l’unico rimedio di una qualche efficacia predisposto dall’Europa. Peccato che la Corte costituzionale tedesca lo ha appena impallinato, dicendo che deve essere sostituito dall’assistenza finanziaria condizionata fornita dal Mes: aspettiamo un selfie del nostro con i giudici in toga color mattone e sorrisi smaglianti a gogò.

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