La necessaria ambizione. Osservazioni su Stato, egemonia e organizzazione


21 Mag , 2020|
|Egemonia e strategia socialista|Visioni

“…quando tutto sembra perduto bisogna mettersi tranquillamente all’opera ricominciando dall’inizio.” Antonio Gramsci

“La Germania […] non potrà abbattere le proprie barriere senza abbattere le barriere generali del presente politico. Non la rivoluzione radicale è per la Germania un sogno utopistico, non la universale emancipazione umana, ma piuttosto la rivoluzione parziale, la rivoluzione soltanto politica, la rivoluzione che lascia in piedi i pilastri della casa.” Karl Marx

Per affrontare la difficile costruzione di una prospettiva socialista e democratica davanti al disastro ambientale, sociale e politico del capitalismo contemporaneo è necessario intraprendere un serio e lungo lavoro di chiarificazione, iniziando da alcuni snodi fondamentali: in questa situazione di crisi e di confusione, la mancanza di chiarezza sui punti di partenza può infatti facilmente portare all’impotenza e alla subalternità. Ma questa fase può anche permetterci di chiarire meglio quali siano i punti necessari da cui partire.

La crisi iniziata nel 2008 e l’attuale epidemia da Covid-19 hanno reso definitivamente evidente l’inadeguatezza del concetto di “globalizzazione” proprio dalle ipotesi altermondialiste e liberali :  l’ideale di uno spazio globale di integrazione tra diritti, democrazia e sviluppo economico si scontra con la realtà di un campo instabile e conflittuale, dominato dai capitali internazionali e reso geopoliticamente coeso  anzitutto dall’egemonia militare statunitense[1]. In questo contesto, ogni ipotesi di piegare le vigenti istituzioni internazionali in senso democratico e solidale appare del tutto velleitaria e subalterna: queste istituzioni, infatti, dimostrano tanta capacità di indirizzo quanta è quella delle nazioni che se ne servono per portare avanti la propria agenda. Né è di più né di meno. Non solo quindi non è mai esistita la globalizzazione immaginaria (o ideologica) dei diritti e dei popoli, ma anche quella reale caratterizzata dall’integrazione economica dei capitali e dalla libera circolazione delle merci sta andando incontro ad una decisa rimodulazione. Come già aveva mostrato Polanyi, è chiaro che la globalizzazione dei capitali e il protezionismo nazionale sono processi tutt’altro che incompatibili tra loro: piuttosto sono strutturalmente correlati. Smentendo le favole sulla loro prossima estinzione, gli stati nazionali restano i punti di riferimento politici fondamentali per comprendere un contesto mondiale nel quale aumentano i conflitti e le incertezze per comunità sempre più esposte agli effetti disgreganti del capitalismo internazionale: la loro relativa impotenza nell’indirizzare i processi complessivi – tanto del capitalismo globale, quanto del cambiamento climatico – non li rende per questo meno protagonisti nella fase attuale e futura.

Un altro processo, essenzialmente correlato all’attuale crisi della globalizzazione, è la caduta tendenziale dei margini di profittabilità degli investimenti e il conseguente aumento della competizione intercapitalistica: la bassa crescita mondiale, l’accentramento dei capitali e l’aumento delle operazioni di valorizzazione finanziaria sono alcuni degli effetti più evidenti di questa tendenza di lungo periodo. In questo contesto la piccola e la media impresa manifatturiera si trova no a fronteggiare un aumento significativo della competizione e vedono messa seriamente a rischio la loro stessa  possibilità di esistenza: acquisizioni, fusioni, fallimenti e delocalizzazioni sono le conseguenze più frequenti di questa debolezza . L’aumento della competizione tra capitali – che comporta il progressivo assorbimento di quelli più piccoli da parte di quelli più grandi o la loro scomparsa – ha portato all’emersione di quel fenomeno politico trasversale che va sotto l’etichetta giornalistica di “sovranismo” ma che, più correttamente, andrebbe chiamato nazionalismo neo-corporativo. Dopo aver acconsentito, se non promosso, le deregolamentazioni anni ’90 – che hanno imposto bassi salari e favorito l’elusione fiscale – come compensazione per unificazione del mercato unico sotto una moneta unica sopravvalutata rispetto alla Lira, i settori sociali legati alla piccola e media impresa si trovano adesso nella condizione di dover ricorrere alla protezione e alle sovvenzioni dello Stato nazionale se vogliono sperare di sopravvivere in questo contesto di accresciuta competizione. Solo se si individua correttamente il riferimento sociale e produttivo di queste formazioni politiche è possibile capire la loro peculiare combinazione di liberismo e pseudo-keynesismo nazionalista. È infatti a partire da questa ibridazione che nel nostro Paese Lega e Fratelli d’Italia sono riusciti a cooptare gli interessi della piccola media industria con quelli di ampi settori di lavoratori autonomi e di salariati impoveriti, promettendo una miscela di rilancio protezionista della domanda interna, compiacenza fiscale e tutela di alcuni segmenti della forza lavoro autoctona.

In questa situazione di decomposizione del capitalismo nazionale e internazionale, quale deve essere il compito di chi voglia costruire un’alternativa democratica, socialista ed ecologista, anzitutto in Italia? Si dovrà evitare ogni subalternità alla dinamica del capitalismo finanziario internazionale, per non cadere, ancora una volta, nell’illusione di implausibili ipotesi di costituzionalismo globale o di superamento dello Stato nazione. Ma altrettanto ci si dovrà guardare dal riproporre una variante del modello neocorporativo e protezionista portato avanti dai partiti nazionalisti contemporanei. Bisogna insomma aver ben chiaro che non sarà possibile ricomporre gli interessi del lavoro e dei settori della piccola e media industria proponendo una rimodulazione a parti inverse dello stesso compromesso pseudo-keynesiano nazionale portato avanti, pur con tutte le ambiguità, dalle destre social-nazionaliste, basato su una protezione del mercato interno, che lascia invariati i rapporti proprietari. Bisogna essere ben consapevoli che ogni prospettiva “in due tempi” è destinata al fallimento e alla subalternità: non sarà possibile riaccentrare preliminarmente il baricentro politico-economico sulla nazione, per poi riattivare successivamente l’esercizio della conflittualità democratica tra classi all’interno dello spazio nazionale. Il compromesso politico che sta a fondamento della Costituzione italiana deve essere compreso correttamente per quello che è sempre stato: un compromesso appunto, ottenuto attraverso la mobilitazione e il conflitto, anche molto aspro, tra potenze politiche radicalmente alternative tra loro – quella liberale, quella cattolica e quella comunista – cui corrispondevano altrettanti segmenti reali della società italiana del dopoguerra. Non solo: quella costituzione rifletteva anche un ordine internazionale nel quale la posizione specifica dell’Italia, a cavallo dei due blocchi, le permetteva di giocare una funzione geopolitica non irrilevante. La Costituzione italiana, come ogni costruzione giuridica, riceve la propria effettualità solo dalle fondamenta materiali che ne sostengono la cornice formale: come ben sapeva Mortati, non esiste effettività giuridica senza costituzione materiale. Per questo, in assenza di reali alternative politiche e di una chiara composizione di classe, pensare che sia semplicemente possibile riattivare le garanzie costituzionali, e di rendere così effettiva la tutela nazionale di uno spazio democratico protetto dalle dinamiche globali, rischia di essere fuorviante. In questo senso, le ipotesi che individuano nella sovranità costituzionale il momento preliminare, imprescindibile e quindi pressoché esclusivo di ogni operazione politica, rischiano di diventare di fatto subalterne alle opzioni nazional-corporative già esistenti. Entrambe, infatti, tendono a considerare lo spazio sovrano della nazione come uno spazio eventualmente anche giuridicamente costruito, ma comunque protetto e sostanzialmente neutrale all’interno del quale i diversi interessi sociali possono trovare una composizione democratica più o meno armonica. Ma questo spazio, costruito dalle istituzioni dello Stato nazionale, non è né neutrale, né statico, né omogeneo: piuttosto è un campo ruvido, opaco, attraversato da conflitti tra classi, e intrecciato con interessi geopolitici stratificati. Per questo la battaglia delle classi subalterne per «farsi Stato» è un conflitto nello Stato, più che un conflitto per lo Stato. Anche lo Stato infatti – come la Costituzione – andrebbe assunto, sulla scorta di Poulantzas, come un campo di conflittualità tra diversi interessi sociali: in questo senso non ci si “impossessa” dello Stato – nemmeno in caso di rivoluzione! – ma lo si conquista e lo si trasforma passo passo, attraverso lenti processi di egemonizzazione, di riorganizzazione, di innovazione. Lo Stato non è un’entità, uno strumento , ma un insieme di relazioni sociali. Per queste ragioni, non si può pensare ad una strategia in due tempi – quello del ristabilimento preliminare dello spazio democratico prima, e della conflittualità tra interessi di classe contrapposti poi – ma solo ad un processo unitario, complessivo e conflittuale, indirizzato a riorganizzare lo Stato, le istituzioni, il tessuto produttivo, i rapporti proprietari ecc. Un lavoro sistematico di costruzione egemonica e di affermazione politica delle maggioranze sociali, che può partire soltanto dalla consapevolezza dell’autonomia dei loro interessi sociali anche e soprattutto all’interno della nazione.

In questo senso, è necessario prima di ogni altra cosa elaborare una posizione precisa e autonoma che ricomponga gli interessi delle classi lavoratrici e subalterne della società italiana, così da metterle in condizione di mobilitarsi in direzione di un nuovo assetto della società, democratico e socialista. Una prospettiva di ampio respiro quindi, che deve essere capace di fornire soluzioni concrete per l’Italia nel suo complesso e quindi anche per i settori produttivi manifatturieri, ma che deve aver ben presente il proprio riferimento di classe. Essa poi deve saper ricostruire una prospettiva di emancipazione che vada al di là delle particolarità nazionali. Il che, ovviamente, non significa dimenticare la centralità dello Stato nazionale, l’importanza di istituzioni strategiche come la banca centrale, o rimuovere le problematiche legate all’integrazione nelle istituzioni internazionali: significa però essere all’altezza di un’elaborazione teorica che deve sapere che il proprio compito è la trasformazione del modo di vita della società di mercato. Una trasformazione che deve quindi individuare i presupposti sistemici di questa crisi e costruire un nuovo ordine di relazioni internazionali. Sarà quindi necessario adottare un’ambiziosa agenda di riforma democratica dello Stato e delle sue istituzioni, ma anche dello spazio euro-mediterraneo nel quale l’Italia si trova integrata, creando alleanze e costruendo nuove prospettive di cooperazione.

Per rendere concreta questa prospettiva generale, il primo obiettivo politico immediato deve essere quello di organizzare e mobilitare le maggioranze sociali del Paese; e per farlo è necessario incalzare partiti, organizzazioni sindacali, movimenti sociali, associazioni ecc. a partire da un punto di vista autonomo, capace di offrire una prospettiva politica sistemica alle singole lotte e ai singoli bisogni sociali che in esse si esprimono. Per questo non è immaginabile alcun compromesso non solo con i partiti, ma nemmeno con le opzioni teoriche nazional-keynesiane che oggi riscoprono l’importanza dello Stato nazione – dopo averne per anni inibito ogni intervento in campo economico. Gli interessi immediati della piccola-media impresa hanno infatti, come quest’ultima, una dimensione particolaristica, tutto schiacciata su breve termine. La gravità della crisi sociale, ambientale e politica che ci attende, ma anche la crisi del tessuto produttivo italiano, rende l’adesione alle richieste della piccola impresa non solo facilmente cooptabili a destra, ma soprattutto velleitarie anche rispetto al loro futuro. Non saranno sufficienti timide politiche keynesiane di redistribuzione fiscale all’interno della nazione e nemmeno sarà possibile un vero rilancio della manifattura italiana partendo dalle richieste immediate di protezione particolaristica e di deregolamentazione che vengono dal mondo dell’impresa. Il che non significa rimuovere la loro importanza e la gravità della loro crisi, ma adottare uno sguardo di lungo periodo, consapevole degli interessi sociali dai quali partire. Men che meno, infine, sarà possibile restituire diritti e potere ai lavoratori insistendo sul conflitto tra forza lavoro autoctona e migrante, come prevede l’intesa neocorporativa tra salariati e proprietari portata avanti da Lega e Fratelli d’Italia – e purtroppo anche da parte di alcuni segmenti dei 5 Stelle . Al contrario, è necessario e ineludibile iniziare a mettere le basi, perlomeno teoriche, per un nuovo modello produttivo, basato sì sui bisogni della società – e quindi, se si vuole, soprattutto sul mercato interno – ma orientato alla pianificazione democratica, all’uguaglianza sostanziale tra uomini e donne, alla conversione ecologica, all’innovazione produttiva, ad un consumo responsabile delle risorse, all’uniformazione e all’innalzamento delle condizioni di tutti i lavoratori e lavoratrici, ma non in seguito alla loro integrazione corporativa con gli interessi del piccolo o grande capitale, bensì al loro coinvolgimento diretto nel processo produttivo attraverso nuove forme di proprietà collettiva[2]. Quello che serve, insomma, non è una riedizione del keynesismo su base nazionale, ma un nuovo modello  sociale, basato sulla gestione democratica dei mezzi di produzione fondamentali da parte della società. Se per molto, troppo tempo un certo tipo di problemi – e di soluzioni – non potevano nemmeno esser nominate, in questo momento di crisi e di confusione ideologica bisogna cogliere l’occasione per rimettere in questione le strutture fondamentali del nostro vivere collettivo: mai come oggi, davanti a questa nuova catastrofe sanitaria, davanti alla possibilità di un collasso ambientale, molti tabù del dibattito pubblico economico e politico stanno cadendo: per questo bisogna essere pronti a impostare il discorso pubblico su basi nuove, autonome e coraggiose. Inutile dire che il lavoro da fare è e sarà lungo e faticoso, tanto sul piano dell’elaborazione teorica, quanto su quello dell’organizzazione: ma è bene sapere però che senza chiarezza e solidità teorica, senza la necessaria ambizione di quella che Goethe chiamava la “fantasia esatta”, non potrà esservi alcuna mobilitazione politica all’altezza delle sfide che abbiamo davanti. Sembra impossibile, ma per quanto possa apparire paradossale, è questa la meno velleitaria tra le opzioni disponibili.


[1] Cfr. Dario Fabbri, La sensibilità imperiale degli Stati Uniti, «Limes» 2017 (2): »Con l’implosione dell’Unione Sovietica, nemico strategico e secondariamente ideologico, nel 1991 gli Stati Uniti si trasformarono nell’unica superpotenza superstite. Improvvisamente poterono estendere all’intero globo il proprio potere militare, commerciale e culturale. Attuando i tratti distintivi della supremazia, ancora in vigore. Dal controllo delle vie navali, all’assorbimento pressoché illimitato di merci straniere, fino all’assimilazione sul territorio nazionale di un numero crescente di immigrati. L’impero statunitense ribattezzato globalizzazione.«

[2] Confronta ad esempio le proposte sviluppate in questo senso dal Labour britannico: https://labour.org.uk/wp-content/uploads/2017/10/Alternative-Models-of-Ownership.pdf


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