L’Ilva come il COVID: lo Stato è col capitale


25 Mag , 2020|
|Visioni

L’emergenza Covid ha di fatto trasformato il Paese in una enorme Taranto: se ci pensate l’analogia è davvero sconcertante. Da un lato il diritto alla vita, alla stessa sopravvivenza, dall’altro quello al lavoro che dopotutto di quella stessa sopravvivenza è garanzia.

A Taranto si è consumata una tragedia storica: da un lato la necessità di puntellare uno stabilimento, architrave dell’industria italiana, e ingranaggio fondamentale del motore del lavoro di un intero territorio. Dall’altro lato, il dovere fondamentale di tutelare la salute e la vita di un popolo che continuava e continua ad ammalarsi.

Il Covid ha provocato lo stesso, soprattutto nelle regioni del nord: da un lato la necessità di tenere attiva una rete produttiva e industriale (fondamentale per il Paese e vitale per un territorio) e, dall’altro, la tutela della salute dei lavoratori e delle loro famiglie, che continuavano a esporsi al contagio, pressati sulle metropolitane e sui luoghi di lavoro.

A risolvere tensioni di questo tipo non può che essere la politica, con le sue scelte, con le sue decisioni.

Una cosa però ce la dobbiamo dire in faccia e in totale schiettezza: quella di non far nulla è una scelta a tutti gli effetti.

Appare evidente proprio questo elemento comune tra le due vicende, questo tertium comparationis: la totale astensione dello Stato dal tutelare i propri cittadini, dal proteggere chi più ne aveva e ne ha bisogno.

In entrambi i casi la politica si è limitata a fingere di arbitrare dinamiche che non ha mai voluto condizionare, proprio per avvantaggiare chi fisiologicamente in quelle tensioni sarebbe uscito vincitore, chi naturalmente ha maggior potere contrattuale e forza: il Capitale.

A soccombere, a morire letteralmente, sono stati i lavoratori, le persone comuni, i nomi che in pochi e non troppo a lungo continueranno a ricordare.

Entrambi gli scenari non avrebbero e non possono ancora oggi essere risolti felicemente (felicemente per chi vi scrive quantomeno) se non con un intervento forte e netto dello Stato, che eserciti i suoi poteri e che metta mano con forza alle proprie risorse: proprie, appunto.

Le Acciaierie di Taranto vanno nazionalizzate: solo lo Stato può di fatto impiegare fondi sufficienti a rendere “sana”, sotto il profilo delle tutele della salute pubblica, la produzione e le lavorazioni che si svolgono in quegli stabilimenti. Tali investimenti non saranno mai nella piena e totale convenienza del Capitale che, per sua stessa natura, non può che essere concentrato sui meri profitti.

Solo lo Stato può contestualmente salvare il lavoro e la vita dei tarantini: non il capitale, non il mercato, che dalla salvaguardia della vita non trae alcun diretto vantaggio

Solo lo Stato, nel pieno rispetto di quanto la Costituzione sancisce agli articoli 4 e 32, può fare la cosa giusta: lo Stato e nessun altro.

Lo Stato ne ha il dovere, come aveva il dovere di sospendere le produzioni nei territori in pandemia e al contempo sostenere chi da quelle sospensioni vedeva compromesso il proprio reddito e la propria fonte di sussistenza: ad oggi non ha adempiuto al proprio dovere.

Alla stessa identica logica astensionista risponde dopotutto la recentissima follia che parrebbe portare la firma ed essere frutto dell’ingegno di Boccia e Decaro: gli “assistenti civici”.

Ennesima prova del disastro nel quale il Paese è ormai precipitato: dopo aver scaricato sulle aziende, costringendole a fare debito privato in sostituzione a quello pubblico, la funzione di ammortizzatore sociale col Decreto Liquidità, avendo ora individuato il nuovo nemico pubblico, la movida (che si sostituisce ai runner), lo Stato pare abbia deciso di delegare ai cittadini il compito di presidiare il territorio. Al netto del fatto che un’idea del genere resterebbe malsana a prescindere, anche se finanziata e sostenuta dal pubblico potere, resta davvero stupefacente l’impudenza con cui questi signori si presentino senza la minima vergogna al cospetto del Paese, preparando un bando riservato a 60 mila persone, per chiedere di levargli le castagne dal fuoco.

Peraltro, parrebbe che questi “assistenti civici” debbano essere percettori di reddito di cittadinanza o altri ammortizzatori sociali e la retorica che si scatena attorno a questo punto è davvero pericolosa: non possiamo accettare l’idea che poche centinaia di euro al mese, che non rappresentano una retribuzione conforme all’articolo 36 della Costituzione, bensì uno strumento di sostegno al reddito e di lotta all’indigenza, possano rappresentare la “giusta paga” per chi presta la propria opera al servizio della collettività.

La schiavitù, perché così si chiama, resta biasimabile in ogni circostanza, ma assume contorni davvero foschi e inquietanti se e a foraggiarla sono le istituzioni della Repubblica e, doloroso ammetterlo, non sarebbe nemmeno la prima volta: basti pensare all’immenso mondo del finto volontariato che gira attorno ai nostri servizi pubblici, a partire proprio dalla cultura.

Lo Stato non può tirarsi indietro e nessuna giustificazione è accettabile, nessuna argomentazione è in grado di sottendere un arretramento tanto vile: nessun “vincolo”, interno o esterno, può legittimare una scelta del genere, ne risulterebbe inesorabilmente compromesso il contratto sociale a fondamento del nostro ordinamento.

La Costituzione, la nostra Legge Fondamentale, attribuisce un chiaro imperativo categorico allo Stato e chi si mette di traverso, a Roma come a Bruxelles, non può che essere considerato un nemico del Popolo italiano.

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