I «bottegai», l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità


27 Mag , 2020| -
|Egemonia e strategia socialista|Visioni

«il partito se li [i piccolo borghesi interventisti, ndr] rese nemici gratis, invece di renderseli alleati, cioè li ributtò verso la classe dominante»

(Gramsci, Quaderno 3 (XX) § 44)

In questi giorni è impossibile per chi scrive non percepire il sentore di un disastro che si sta oramai definitivamente compiendo. L’Italia, in attesa di una misura economica tanto inadeguata quanto fuori tempo massimo come il Recovery Fund – la cui continua procrastinazione ne rileva l’essenziale inconsistenza, «fumo negli occhi»[i] di chi sarà costretto in ultimo a riconoscere il ricorso al MES come inevitabile -, si accinge a prostrarsi all’ennesima, forse ultima, richiesta di fedeltà a sua maestà l’Unione Europea, ovvero al mercato nella sua configurazione politica più propria, prima di scomparire del tutto come repubblica. Una repubblica fondata sul lavoro, dove la sovranità spettava al popolo, una repubblica mai nata, e che oggi sappiamo non nascerà. Per l’ennesima volta l’area del cosiddetto sovranismo costituzionale, democratico e socialista, sembra incassare una conferma storica e, al tempo stesso, scontare un’asfissia politica.

Il fatto è che a mobilitarsi sembrano essere ceti medi impoveriti, micro e piccoli imprenditori, commercianti, bottegai. E, a tradurre politicamente questa insofferenza, non pare disponibile altro da quella che Rolando Vitali, in un denso e argomentato articolo, definisce in termini di «intesa neocorporativa tra salariati e proprietari»[ii], fondata su un keynesismo nazionale che, mantenendo il quadro neoliberale, prevederebbe uno Stato-paracadute in difesa della media borghesia in crisi, ma, ovviamente, nessun tipo di difesa ed emancipazione del lavoro. Una volta nominate, horribile dictu, le forze che politicamente incarnano questa soluzione, Lega e Fratelli d’Italia, ma anche «alcuni segmenti dei 5 Stelle»[iii], nulla sembra più mancare per derivarne la necessità di smarcarsi da tutte le istanze, sociali e culturali, che da quella soluzione vengono ‘catturate’. Il problema posto è reale, ma, ovviamente, lo è anche il problema, non posto, relativo a ciò che resta oggi degli interessi sociali di cui si rivendica, invece, l’autonomia e, al tempo stesso, una capacità prospettica pari, se non superiore, a quella sperimentata nella crisi del compromesso keynesiano degli anni Settanta. Allora, in un contesto del tutto diverso, le sinistre occidentali finirono per gestire la crisi del capitale per conto del capitale stesso. Vedendo nel keynesismo «una forma embrionale di socialismo piuttosto che un particolare regime di accumulazione capitalistica quale effettivamente fu», e, negandosi la strada di un “riformismo radicale”, finirono per avallare il neoliberismo, l’unica possibilità che il capitalismo aveva di sopravvivere[iv]. Nell’articolo di Vitali, invece, la giusta ricerca di un «nuovo modello  sociale, basato sulla gestione democratica dei mezzi di produzione fondamentali da parte della società», inserita a sua volta in una ristrutturazione delle relazioni internazionali a partire dallo spazio mediterraneo, viene semplicemente contrapposta ad ogni ipotesi keynesiana su scala nazionale, perdendo di vista la dialettica tra questi due momenti, messa in luce proprio dalla crisi del compromesso keynesiano di fronte a decenni di rivendicazioni sociali reali e non solo evocate. Quasi che da una crisi nell’eccedenza delle domande democratiche e sociali rispetto alle compatibilità capitalistiche e da una crisi della mondializzazione neoliberale, dopo decenni di erosione dei corpi e degli spazi di intervento politico, si potesse dedurre la stessa agenda tattica e strategica.

Nel frattempo, il neoliberalismo sembra avere così tanto scompaginato il piano sociale da rendere tutt’altro che cristallina la dicotomia tra proletari da un lato e piccola borghesia dall’altro e questo, c’è da precisarlo, con modalità diverse da quelle denunciate dalle vecchie teorie sull’integrazione consumistica della classe operaia. Non solo gli strati sociali strettamente legati al campo produttivo, così come quelli più direttamente coinvolti nel funzionamento dell’amministrazione pubblica, sono stati man mano educati da rappresentanti politici e sindacali complici del più becero filisteismo, a condividere quelle che erano le conseguenze di una precisa scelta di campo, il campo avverso. Il fatto decisivo è che ciò è avvenuto non solo perché una parte della classe lavoratrice ha introiettato la sconfitta, ma anche perché ha fatto proprio il piano individualizzante della soggettivazione imprenditoriale. L’esercito proletario è stato sparpagliato per meglio disciplinarlo e, in questa operazione, le classi dirigenti nazionali hanno scelto di consegnare la soluzione del conflitto di classe «interno» alla dipendenza dal vincolo «esterno»[v], paradossalmente mostrando proprio quanto suggerito da Rolando Vitali, ovvero che tra sovranità nazionale e conflitto sociale non si può pensare ad una strategia in «due tempi». Oseremmo dire che, per queste e altre ragioni, mentre la piccola borghesia impoverita sembra effettivamente esprimersi nel registro dell’egoismo corporativo, per questi strati di lavoro dipendente la mera difesa degli interessi immediati, molti dei quali sarebbero in linea teorica facilmente collegabili ad una strategia anti-globalista e anti-unionista, appare quasi uno scenario utopico. Quando questi ceti si sono espressi in direzione della destituzione degli apparati politici e sindacali della sinistra globalista e neoliberale, lo hanno fatto generando impennate elettorali proprio di forze quali 5Stelle e, in parte, Lega, seguendo una logica in cui uno spontaneo posizionamento di classe (non a caso evitiamo termini come “coscienza”) si intreccia in modo tutt’altro che puro a istanze di protezione, di identità e di reazione al mix di cosmopolitismo ibrido delle élites e d’indigenizzazione delle classi popolari veicolato dal discorso progressista[vi].

Ovviamente non si tratta di essere accondiscendenti con queste tendenze, ma di comprendere come istanze culturali, identitarie, per molti versi pre-politiche, si diano oggi come immediato terreno del posizionamento di classe, circuitando la prospettiva di uno sviluppo incrementale delle lotte sociali a cui, in alcuni passaggi, sembra alludere Rolando Vitali. Certo, questo non può essere il nostro orizzonte strategico, ma è di fatto il nostro punto di partenza e, questa volta, non per colpa di bottegai e padroncini. Molto più pernicioso in questo senso è stato, infatti, il senso comune di un ceto medio riflessivo di fatto nemico del popolo, nemico della nazione, che, quando parla di quel popolo, lo fa per svilirlo, manifestando un’imbarazzante quanto schizofrenica estraneità, mostrandosi perfino pronto a provare ammirazione per i propri aguzzini («I tedeschi sono migliori, è una questione di mentalità!», «Gli italiani non meritano nulla», «Tanto si mangia tutto la mafia», «Siamo un paese di corrotti», etc.). La stessa riprovazione che non si può non osservare oggi in coloro che, con la fase 2 dell’emergenza Covid-19, trovano nella riapertura dei negozi e di attività rimaste chiuse negli ultimi tre mesi, la manifestazione dello spirito liberal-libertario, senza per questo, riconoscere, in alternativa, la necessità di avere uno Stato in grado di sommergere di liquidità il Paese, così come stanno facendo altre nazioni nel mondo, dagli Usa al Canada, dalla Cina all’Inghilterra. Una riprovazione che pare piuttosto funzionale ad evitare un bilancio critico sul ruolo avuto nell’appoggiare o avallare per anni politiche, queste sì riprovevoli, di privatizzazioni e di aziendalizzazione dello stato, che, però, parlavano il linguaggio del «progresso» e della «modernizzazione», ponendo al contempo al riparo le classi dirigenti italiane dalle loro responsabilità dei “mali nazionali”.

Se, come ha sottolineato Christophe Guilluy, la crisi della classe media consiste soprattutto nella perdita del suo capitale simbolico, nello sfaldarsi del legame sociale e nell’aperta scissione tra «nuove classi popolari» e «nuove classi superiori»[vii], allora ci troviamo, di fatto, di fronte a quella che Emmanuel Todd (pur con le necessarie precisazioni sia di contesto, rispetto alle differenze dal caso francese, che di analisi, concernenti il rapporto con il neoliberalismo), chiama «maggioranza atomizzata»[viii], composta da professionisti, artigiani, piccoli commercianti, strati superiori del mondo operaio e giovani precarizzati delle professioni intellettuali che, tuttavia, aderiscono all’europeismo neoliberale[ix]  – in fondo, null’altro che «pseudo-dominanti», «loosers d’en haut»[x]. Se questo è lo scenario, non è strano che il medesimo collasso tra interessi di classe immediati e questioni identitarie si esprima, da questo lato dello spettro sociale, nella forma del «corporativismo nazionale», in frizione immediata con l’europeismo, anche se non necessariamente con il neoliberalismo. A netto di un’analisi più dettagliata dei variegati interessi presenti in questa nebulosa sociale (si pensi solo alle piccole imprese legate alle filiere nordeuropee), non sarebbe a maggior ragione assolutamente strategico per una forza politica che miri a riproporre la funzione sociale e la centralità strategica dello stato provare a portare dalla propria parte quei «bottegai» storicamente nemici del proletariato organizzato? Certo, non sarà possibile, in prima istanza, fare leva sullo stato o sul servizio pubblico; occorrerà piuttosto arrivare a questi snodi strategici tematizzando il ruolo della nazione quale forma di integrazione sociale in rapporto – e certo non in coincidenza – con lo stato, oltre che come piano su cui giocare tutta una serie di rivendicazioni che hanno a che fare con il loro immiserimento. Se lo stato è il «campo» del potere[xi], è vero che gli agenti sociali lottano nel campo, ma i soggetti politici combattono per quel campo, allo scopo di orientarlo e dirigere il potere verso il proprio nemico. Non la nazione come «società civile», né tantomeno come singolarità etnica, ma certamente le diverse forme di politicizzazione della dimensione nazionale fanno parte di questa lotta per e nello Stato.  Se lo Stato è un insieme di relazioni sociali, ciò non vuol dire, infatti, che sia solo questo, trattandosi – come rileva opportunamente lo stesso Vitali – di un campo «ruvido», «opaco», e finanche «intrecciato con interessi geopolitici stratificati»[xii]: in esso vi è tanto l’«interno» quanto l’«esterno»[xiii].

Prendere sul serio la rivoluzione neoliberale e la destrutturazione dei corpi collettivi da essa promossa[xiv], implica fare i conti col fatto che la distinzione e la dialettica tra interesse corporativo e interesse generale si trovino sconvolte, così come l’articolazione tra lotta sociale e costruzione politica. Le maggioranze sociali non sono lì pronte per affermarsi politicamente, ma semmai è l’affermazione di una politica a permettere di raccogliere e formare un blocco sociale. D’altra parte, essere consapevoli dell’autonomia dei propri interessi, non vuol dire trarre la conseguenza che quegli stessi interessi possano conquistarsi autonomamente, senza doversi mescolare, sporcare e raccogliere in «catene equivalenziali»[xv]. Si può discutere se il «momento populista» si sia più o meno concluso. Certo, non si sono esaurite le condizioni strutturali e culturali della sua possibilità e, forse, una figura come quella evocata anni fa da Mimmo Porcaro del «cittadino ribelle»[xvi] (cittadino, ma ribelle perché rivendica la pienezza della cittadinanza democratica e sociale contro l’UE, ribelle perché senza dignità del lavoro la cittadinanza è vuota, ribelle perché chiede protezione dallo Stato ma anche una riforma dei suoi apparati e un superamento della loro inefficienza programmata) risulterebbe ancora oggi più egemonica dell’idea che si possa costruire blocco sociale a partire dalla sua purificazione sulla base dei soli interessi economici delle sue componenti. Bene fa Rolando Vitali a ricordare la concezione di Poulantzas dello Stato come campo e condensazione di rapporti di forza, ma a tratti sembra cadere in quella che lo stesso marxista greco criticava come presupposto infondato di «un internazionalismo-internazionalizzazione operai originari che poi rivestono forme nazionali», mentre, proprio per lo stretto rapporto con lo stato capitalistico, esiste una «materialità nazionale» (nientemeno che le forme condivise dello spazio e del tempo) che è base oggettiva di un possibile superamento storico di quel legame, «la spazialità e la storicità di ogni classe operaia sono una variante della propria nazione»[xvii]

In ogni caso, il nucleo teorico dell’articolo con cui ci confrontiamo sembra risiedere, come già accennato, nel rifiuto di ogni «strategia in due tempi – quello del ristabilimento preliminare dello spazio democratico prima, e della conflittualità tra interessi di classe» poi – in favore di «un processo unitario, complessivo e conflittuale, indirizzato a riorganizzare lo Stato, le istituzioni, il tessuto produttivo, i rapporti proprietari ecc.»[xviii]. Un rifiuto che ci sentiamo di condividere, ma che, a nostro parere, manca l’obiettivo polemico. Chi rivendica la centralità della sovranità nazionale e costituzionale, infatti, sta già facendo un’operazione politica, e quell’operazione politica è già lotta di classe. Rivendicare la sovranità nazionale come obiettivo precipuo non significa ragionare su due tempi, ma pensare semmai a una lotta che possa articolarsi con altre lotte senza per forza di cose sovra-determinarle tutte – che non vuol dire lasciarsi governare da esse. Sembra piuttosto la posizione di Vitali a tratteggiare un primato ontologico della lotta sociale su quella politica, derivandone una temporalità della lotta di classe sviluppata su un piano puramente diacronico. A quel punto, poco cambia che ai due tempi si sostituiscano «lenti processi di egemonizzazione, di riorganizzazione, di innovazione», senza individuare al loro interno soglie, cesure, punti di precipitazione (proprio le conseguenze in termini di egemonia complessiva del mancato appuntamento tra le proposte socialmente avanzate del Labour, citate dall’autore, e la questione della Brexit ci sembrano significative in questo senso). Il fatto è che la politica non è solo sviluppo diacronico, ma è anche congiuntura, non successione ma nodo di temporalità “non contemporanee”[xix].

Due tempi? E se invece quella con il ceto medio fosse un’alleanza necessaria e senza scadenza? A questa domanda è bene rispondere senza nascondersi che la mancanza di un corpo politico in grado di costruire e declinare in modo emancipativo quell’alleanza non sarebbe, a ben guardare, imputabile né ai “bottegai” né alle forze di destra. Tutti ricorderanno la scena finale del primo Fantozzi, dove alla soluzione delle ingiustizie sociali prospettata dal Megadirettore («una serie di civili e democratiche riunioni, fino a quando non saremo tutti d’accordo»), il ragioniere Ugo, ancora con parka e sciarpa rossa ma ormai sedotto dalla melliflua apertura mentale del potente, ha un ultimo dubbio: «Ma scusi Santità, ma così ci vorranno almeno mille anni». Ecco, nel vivo della crisi e di fronte ai movimenti contraddittori che essa implica, ciò che proprio non possiamo permetterci è che, in nome di una qualche assiomatica di classe, la nostra politica suoni come il “Posso aspettare, io” pronunciato da Paoloni, quando, per di più, ci troviamo in ginocchio come Villaggio.


[i] Matteo Bortolon, Il fumo negli occhi del recovery fund franco-tedesco, 19 maggio 2020 https://www.lafionda.org/2020/05/19/il-fumo-negli-occhi-del-recovery-fund-franco-tedesco/

[ii] Rolando Vitali, La necessaria ambizione. Osservazioni su Stato, egemonia e organizzazione, 21 maggio 2020,

[iii] Ivi.

[iv] Cfr. T. Fazi, Non chiamatela crisi: è una guerra: https://www.sinistrainrete.info/europa/10367-thomas-fazi-non-chiamatela-crisi-e-una-guerra.html

[v] Mimmo Porcaro, I senza patria. La solitudine degli italiani in un mondo di nazioni, Meltemi, Milano 2020.

[vi] Su questo ultimo punto, cfr. J. Friedman, Politicamente corretto. Il conformismo morale, Meltemi, Milano 218, pp. 270-272

[vii] Christophe Guilluy, La società non esiste. La fine della classe media occidentale (titolo originale: No Society. La fin de la classe moyenne occidentale, Edition Flammarion 2018), Luiss University Press, Milano 2019, p. 49.

[viii] Emmanuel Todd, Les luttes des classes en France au XXIe siècle, Édition du Seuil, Paris 2020, pp. 115-118, pp. 271-275

[ix] Robin Piazzo, Gioventù senza futuro ma europeista: qualcosa non quadra?, 14 maggio 2020,https://www.lafionda.org/2020/05/14/gioventu-senza-futuro-ma-europeista-qualcosa-non-quadra/

[x] E. Todd, Les luttes des classes en France au XXIe siècle, cit., pp. 237-241

[xi] Pierre Bourdieu, Sullo Stato. Corso al Collège de France. Volume I (1989-1990) (tit. originale: Sur l’État. Cours au Collège de France 1989-1992, Éditions Raisons d’agir/Éditions du Seuil, Paris 2012), Feltrinelli, Milano 2013; Pierre Bourdieu, Méditations pascaliennes, Éditions du Seuil, Paris 1997.

[xii] Rolando Vitali, La necessaria ambizione…, cit.

[xiii] M. Porcaro, I senza Patria…, cit.,

[xiv] Fabrizio Capoccetti, Il virus che c’era già. Neoliberalismo e pandemia, 30 aprile 2020, https://www.lafionda.org/2020/04/30/il-virus-che-cera-gia-neoliberalismo-e-pandemia/

[xv] Ernesto Laclau, La ragione populista (tit. originale: On Populist Reason, Verso, London 2005), Laterza, Roma-Bari 2008.

[xvi] M. Porcaro, Come unirsi contro l’Unione: https://appelloalpopolo.it/?p=11944

[xvii] Nicos Poulantzas, Le pouvoir, l’état, le socialisme (1978), Les Prairies Ordinaires, 2013 p. 178.

[xviii] Rolando Vitali, La necessaria ambizione…, cit.

[xix] Ernst Bloch, Eredità di questo tempo (tit. originale: Erbschaft dieser Zeit, Suhrkamp Verlag Frankfurt am Main 1973), Mimesis, Milano – Udine, 2015.

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