Perchè non ho paura del revenge porn


29 Mag , 2020|
|Visioni

N.d.R: pubblichiamo volentieri sul nostro blog questo articolo di Valeria Finocchiaro uscito il 25 maggio su “Le parole e le cose: letteratura e realtà” www.leparoleelecose.it/?p=38419

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Sul finire del giorno, una giovane donna è distesa sull’erba, immobile, e dietro di lei campi e colline deserti incontrano il lago all’orizzonte. Il sole è al tramonto, e i colori della campagna si accendono e vibrano nell’attimo prima che la luce sparisca lasciando il posto alle tenebre. In primo piano il corpo della donna è bianchissimo e nudo, e sui di lei veglia in modo minaccioso una volpe. La donna tiene in mano un fiore reciso e su tutto regna il silenzio. Si sente soltanto, in lontananza, un brusìo sommesso e forse un suono di campana: separato e distante un corteo si incammina nel sentiero sbilenco. È il modo in cui, alle soglie della modernità, Paul Gauguin dipinge la perdita della verginità.

Si tratta di un dipinto cupo e carico di rimandi simbolici, secondo il canone pittorico di Pont-Aven. La verginità perduta è il passaggio dall’innocenza infantile alla corruzione dell’età adulta, e inaugura il tramonto della vita individuale. La ragazza distesa, la cui espressione malinconica è ben lontana dalla serenità delle modelle tahitiane del pittore, ha le gambe leggermente incrociate, in un gesto di pudore che contrasta la nudità esposta conferendo all’immagine la forza dell’ossimoro.

La volpe che domina la sua figura è il simbolo della lussuria, come Gauguin stesso scrisse in una delle sue lettere, e il fiore che tiene in mano il simbolo della sua purezza ormai corrotta. Il gruppo di persone molto lontano dietro di lei ricorda una processione che celebra un rito: è il rito del passaggio all’età adulta variamente celebrato in ogni società conosciuta.

Il corpo non più vergine della donna è congiunto alla terra, secondo un topos della letteratura occidentale che associa il femminile alla forza cieca e selvaggia della natura. A questa immagine fa da contraltare quella, tipica delle rappresentazioni religiose, dell’”eterno Femminino che ci trae verso l’alto”, secondo una formula di Goethe.

In questo dipinto però la donna non è la chiave dell’ascesa dell’uomo verso una forma di spiritualità divina, tutt’altro: qui si mostra invece l’affinità primordiale tra la donna e gli elementi della natura, il legame misterioso e conturbante all’origine della sessualità. Tramite il possesso del corpo femminile l’uomo si scopre dominatore della natura, che piega al suo volere e ai suoi scopi. La donna è passiva, non mostra segni di passione o desiderio, ma sembra accettare la fine della sua giovinezza con la fatalità con cui si abbraccia una condanna.

Ne Il secondo sesso Simone de Beauvoir descrive i modi in cui la verginità femminile viene trattata in vari contesti e, in un passaggio che si adatta perfettamente al dipinto in questione, annota: “La verginità è uno dei segreti più conturbanti per gli uomini. La femmina, ancora vicina all’animale e alla pianta, già docile ai riti sociali, non è né bambina né adulta; la sua timida femminilità non ispira paura, ma una moderata inquietudine. Essa rappresenta uno degli aspetti migliori del mistero femminile. Tuttavia, mentre la vera fanciulla va scomparendo, il suo culto è un po’ tramontato”.

Eppure a quindici anni, pochi minuti dopo avere fatto l’amore per la prima volta, io mi sentivo esattamente identica al giorno precedente: ero poco più che una bambina, e il coito non aveva cambiato nulla della percezione di me stessa. La mia crescita sessuale ed emotiva sarebbe avvenuta con il tempo e dopo diversi incontri con altri uomini, non tutti piacevoli.

Dentro di me, non pensavo affatto che l’avere abbandonato per sempre la condizione di vergine avesse un significato profondo e misterioso. Non aveva modificato in nulla la mia vita, i miei gesti quotidiani, l’atteggiamento con cui avevo appena iniziato ad affacciarmi al mondo.

Rispetto agli uomini con cui ho interagito io avevo un vantaggio: conoscevo la mia sessualità dall’interno, mentre loro ne avevano un’idea molto edulcorata costruita sulla base di una narrazione patriarcale più o meno religiosa e irrealistica.

L’idea che l’ingresso della donna nella vita sessuale comporti la perdita della sua purezza è uno dei miti fondativi della nostra civiltà (cfr. Jessica Valenti, The Purity Myth). Non solo della nostra in effetti: quasi tutte le culture celebrano in modo rituale la deflorazione della vergine e, tramite essa, la celebrazione della potenza virile. La narrazione della sessualità femminile è fatta di questo e di altri miti, come quello secondo cui il piacere femminile sia legato alla magnificenza del membro maschile: tutte le donne sanno invece che altre sono le condizioni necessarie per un rapporto sessuale soddisfacente, e che il piacere non sta solo nella passività del ricevere.

La sessualità maschile, invece, è sempre stata raccontata con meno miti e meno trascendenza, il che ha evitato il proliferare di alcune illusioni sul funzionamento del loro piacere. Senza dubbio, la repressione sessuale e una rigida normatività di genere hanno imposto anche agli uomini un ventaglio di possibilità molto angusto riguardo a ciò che essi devono desiderare e riguardo al modo in cui devono apparire: dominanti, forti, attivi. Eppure, l’inibizione sessuale che colpisce più facilmente le donne è figlia di quella che Germaine Geer ha chiamato la “castrazione” del desiderio femminile, ovvero l’impossibilità delle donne, nella cultura patriarcale, di considerare legittime alcune modalità esplorative della propria sessualità che invece vengono concesse agli uomini.

Ciò implica che il nostro desiderio sia stato molto meno indagato di quello degli uomini. C’è meno letteratura, meno pubblicità, meno sicurezza nell’esprimersi su questi temi (in ciò forse noi donne eterosessuali avremmo molto da imparare dal pensiero lesbico). Molto spesso il nostro immaginario erotico, il modo in cui ci autorappresentiamo, rincorre quello maschile lasciando al maschio il ruolo esclusivo di soggetto desiderante. In effetti, sembra che le donne si esprimano perlopiù per dire cosa fa loro paura, di cosa sono spaventate, cosa non vogliono. In questo quadro, sembra che rimanga loro un unico destino: essere desiderate. Eppure, rispetto alle gioie che una sessualità libera di esprimersi offrirebbe, questo è ben poca cosa: come diceva Foucault, “il sesso non è una fatalità, ma è possibilità di una vita creativa”. Non conosciamo a fondo le gioie della predazione, mentre conosciamo fin troppo bene la condanna (e anche un po’ la comodità e le lusinghe) dell’essere preda.

Fra le cose che le donne non vogliono c’è in primo luogo lo stupro, sia che si tratti di un abuso fisico diretto o indiretto, come nel caso del revenge porn.

È di qualche giorno fa la notizia allarmante del proliferare di alcuni gruppi di uomini che su Telegram scambiavano foto più o meno erotiche di donne conosciute o appena intraviste allo scopo di condividere fra sodali il gusto dell’umiliazione esercitata attraverso immagini. Molte donne hanno espresso la loro preoccupazione per una cultura che incentiva la violenza degli uomini verso le donne, la cosiddetta “cultura dello stupro”, della quale il revenge porn (cioè la pubblicazione in rete e senza consenso di foto intime per vendetta) sarebbe un tratto caratteristico.

Ora, che cosa è uno stupro? Molte di noi, chiarito il punto che si tratta di una violenza fisica, aggiungerebbero che si tratta anche e soprattutto della violazione della nostra dignità. Questo aspetto rende le ferite delle vittime particolarmente difficili da guarire, perché si tratta di ferite profonde, che imprimono un marchio indelebile nella loro vita. Allo stesso modo, seppure in forma diversa, il revenge porn è considerato un crimine lesivo della dignità di un individuo.

Pensiamo a Tiziana Cantone, che dopo essere diventata suo malgrado una celebrità (la sua storia è fin troppo nota per essere ripresa qui), si tolse la vita ad appena trentatré anni per l’onta e l’umiliazione subita. Ricordo bene l’orrore che provavo quando tutta Italia sembrava divertirsi al grido di “bravoh”. (Ricordare questo dettaglio può fare male, oggi, conoscendo l’epilogo della vicenda. Ma fa bene ricordarlo se non altro nella speranza che molti di quelli che al tempo ridevano non usino più la stessa leggerezza in futuro).

La tragedia di Tiziana Cantone impone però non soltanto una riflessione sui colpevoli diretti o indiretti (le migliaia di persone che hanno fatto circolare il video, cfr. http://www.prismomag.com/donne-bene-donne-male/), ma anche sulla condizione di vittima.

In cosa consiste questa dignità che le donne sentono violata, nel caso estremo dello stupro come nel caso del revenge porn? Cosa è che rende i crimini di natura sessuale lesivi della dignità di una donna, a differenza delle violenze fisiche che non hanno uno sfondo sessuale? Perché dopo uno stupro subìto alcune donne ritengono di avere perduto per sempre la loro dignità?

Facciamo un passo indietro. Fabrizio Corona, fotografo pluricondannato per estorsione, ha costruito il suo impero economico sulla base dei ricatti che esercitava nei confronti di personaggi famosi, ai quali scattava delle foto private che cercava poi di rivendere alle vittime allo scopo di mantenerne segreto il contenuto. In questo caso si trattava spesso di uomini colti in flagrante di relazioni extraconiugali, o in comportamenti non esattamente leciti; il reato qui consisteva nel ricatto, non nella lesa dignità. Gli uomini vittime di Corona rischiavano di avere rovinata la vita non tanto per la propria intimità violata in quanto tale, ma perché la loro intimità rivelata avrebbe mostrato delle gigantesche incoerenze nella loro vita pubblica. O ancora pensiamo a Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, il quale, dopo avere ricevuto delle minacce circa la pubblicazione di alcune sue foto di nudo, scelse di anticipare i ricattatori rendendo lui stesso pubbliche tali immagini.

Si potrebbe dire che si tratta anche qui di una forma particolare di revenge porn (in questo caso la circolazione di foto private non ha uno scopo di vendetta privata ma è finalizzata all’estorsione di denaro). Ma a differenza delle donne, gli uomini non hanno paura della circolazione di immagini del loro corpo: essi temono in primo luogo le conseguenze della violazione della privacy. Infatti, non risulta dalle cronache alcun tipo di revenge porn da parte di donne nei confronti di uomini. In questa differenza fondamentale agisce tutto il portato di un bigottismo di cui non riusciamo ancora a liberarci: e cioè l’idea che il corpo femminile abbia un valore spirituale che viene intaccato dalla sua eccessiva esposizione o dall’uso libertino che se ne fa.

Ora, se io non credessi all’assunto che il mio corpo abbia tanto più valore quanto più rimane velato e nascosto, è evidente che il revenge porn sarebbe una minaccia meno grave di quella che molte donne percepiscono. Si tratterebbe della violazione della mia privacy e nient’altro: cioè un crimine grave e punito dalla legge ma senza troppe conseguenze sul piano emotivo.

In effetti, perché dovrei avere paura di un uomo che si masturba con una mia foto scattata (o condivisa) senza il mio consenso? La mia immagine non sono io e i lembi di pelle resi pubblici non dovrebbero intaccare in alcun modo il senso del mio onore. Ciò che davvero viene intaccato nel revenge porn è la mia autodeterminazione, cioè la mia possibilità di scelta circa i destinatari delle immagini, non la mia virtù.

In realtà, un uomo che si masturba con una foto non destinata a lui – così come l’utente medio dei gruppi Telegram – merita piuttosto la mia commiserazione, e più che temerlo compatisco la sua condizione di reietto, dietro la quale si celano indubbiamente molta sofferenza e solitudine. Dietro l’enfasi misogina che caratterizza questi gruppi c’è probabilmente una forma di piacere iconoclasta: se il corpo della donna è sacro allora la sua profanazione diventa fonte di godimento per coloro che sono stati esclusi dal banchetto. Con buona pace di Carla Lonzi, da cui ho imparato molto, ho appreso da Hegel a pensare dialetticamente, e ho scoperto che non può esserci sacrilegio senza qualcosa di sacro, “amor profano” senza “amore sacro”; e che sarebbe meglio allora lasciarci alle spalle proprio l’”amore sacro”, la santificazione della vergine, al fine di rendere innocuo a monte ogni tentativo di offendere il nostro pudore.

È possibile che, se la nostra cultura non fosse stata così pesantemente influenzata da alcune idee magiche circa il mistero della femminilità, molte donne vittime di stupro avrebbero superato con più facilità il calvario di una guarigione non soltanto fisica ma anche psicologica. Ed è possibile anche che Tiziana Cantone non sarebbe annegata nella derisione collettiva della vergogna per il suo comportamento “disonorevole”, dal momento che questo comportamento non sarebbe stato in nessun modo una colpa che macchiava la purezza del suo essere donna.

Eppure, come scriveva Monique Wittig mutuando da Marx ed Engels le parole per descrivere la lotta di classe fra i sessi, “in ogni periodo storico, le idee della classe dominante sono le idee dominanti”; e se la classe dominante è quella degli uomini è evidente che le donne non possono autorappresentarsi se non come gli uomini hanno insegnato loro. È per questo che la vergogna che le donne (e mai gli uomini) provano di fronte a un loro comportamento sessuale promiscuo venuto a galla non è altro che lo sguardo maschile interiorizzato, mentre il senso di colpa non è altro che la punizione solitaria che ogni individuo di genere femminile infligge a se stesso.

L’idea che la donna debba essere “pura”, oppure che la donna sia “vittima” e mai artefice della propria espressione sessuale, non fa altro che perpetrare la percezione della potenza maschile nei confronti di un femminile inerme. Ma se il revenge porn, in quanto esercizio di dominazione, consiste nell’intimidazione verso le donne a rimanere nei ranghi, allora l’arma di difesa migliore è quella di sabotare i cardini di una morale sessuale che vorrebbe imporre al genere femminile modestia e pudore.

Esiste un paradosso che le donne dovrebbero tenere a mente quando si parla di “cultura dello stupro”: se la cultura dello stupro esiste, allora noi dobbiamo avere paura, dobbiamo reprimere la nostra sessualità per evitare di fomentare negli uomini quegli istinti che sono all’origine delle violenze sessuali. Si tratta della ben nota e spregevole retorica del “te lo sei andata a cercare, vestita in quel modo”. Eppure, le donne nel complesso dovrebbero andare sempre verso una maggiore liberazione sessuale, non verso una nuova forma di segregazione sotto il giogo della paura. È evidente infatti che una sessualità consapevole e non timorosa, assertiva e disinibita, che non si limita ad assecondare le fantasie altrui ma ne crea di proprie, spaventa gli uomini più di quanto essi stessi non ammettano: la minaccia di Eva aleggia come rimosso del nostro mondo secolare.

Il termine “cultura dello stupro” è un conio americano di origine recente (cfr. Transforming a rape culture di Emilie Buchwald, Pamela Fletcher e Martha Roth), volto a denunciare alcuni fenomeni di violenza comuni nei college. La validità scientifica di questo concetto è stata criticata da diversi studiosi, come ad esempio lo psicologo Steven Pinker, il quale sostiene che credere a una “cultura dello stupro” – cioè all’idea che lo stupro sia una forma di coercizione tradizionalmente accettata del genere maschile su quello femminile – significa ipostatizzare il fenomeno rendendolo impossibile da combattere.

Come scrive Caroline Kitchens, “la paura della cultura dello stupro non aiuta nessuno, meno che mai le vittime di aggressioni sessuali”. Per uno strano effetto di ribaltamento infatti, l’idea di essere circondate costantemente dal pericolo concreto di essere violentate non fa altro che ritorcersi conto la nostra possibilità di autodeterminazione sessuale.

Di più: viviamo immersi in una cultura ipersessualizzata e allo stesso tempo censoria, che da un lato glorifica la figura della vergine, e dall’altro strizza l’occhio a Maddalena, alla “puttana”. In breve, alle donne viene richiesto lo sforzo di assomigliare a entrambe le figure, di essere contemporaneamente madre e amante, Beatrice e Salomè, ed è per questo che accanto alla disponibilità nel farsi filmare o nell’inviare foto erotiche troviamo anche il pudore offeso (e questo stato di cose influenza negativamente anche la capacità degli uomini di costruire rapporti equilibrati con le donne, come messo in luce già da Freud stesso).

La liberazione sessuale promessa dal ’68 non si è realizzata come avrebbero voluto le protagoniste di quella stagione di lotta: nel 1968 infatti la nudità non avrebbe potuto essere strumento di intimidazione, se non allo scopo di épater les bourgeois, dal momento che le donne e gli uomini esponevano volontariamente il loro corpo come gesto politico. Eppure la “spinta propulsiva” del ‘68 si è esaurita, al punto tale che oggi la nudità può essere strumento di ricatto. Come è potuto accadere che un rinnovato senso del peccato sia riemerso strisciando da una morale che si credeva sconfitta?

Più che di cultura dello stupro infatti, io penso che sia più corretto parlare di una cultura della vergogna e dell’umiliazione, cioè di un sistema di valori all’interno del quale convivono ancora, in un perfetto equilibrio disfunzionale, tolleranza sessuale e repressione.

Bisogna dunque negare che la violenza sessuale esiste? No. Esiste ed è necessario difendersi, ma non serve averne paura. Io credo che le donne non debbano avere paura degli uomini, cosa che le ha da sempre relegate in una posizione di sottomissione, ma dovrebbero rendersi conto che esse sono potenti, e che “quando una donna scopre il suo potere, sia sessuale che intellettuale, dà libero sfogo alla sua voce e alla sua rettitudine” (Susie Bright). La migliore difesa in questo caso non è la paura, ma la conoscenza profonda della propria forza. Se crediamo di essere costantemente sotto minaccia avremo perso in partenza; se crediamo che la nostra verginità o il nostro corpo siano qualcosa di sacro saremo le prime a non trattarlo con rispetto, cioè a non usarlo per il nostro piacere.

Lo stupro esiste, ed è qualcosa che può capitare nella vita di una donna nel mondo terreno (e in quella di un uomo, anche se è meno probabile). Ciò non significa che bisogna rassegnarsi con fatalismo all’idea che lo stupro sia una possibilità fra le altre, tutt’altro: bisogna combatterlo con ogni mezzo tranne uno, cioè la paura nei confronti degli uomini.

Ecco perché guardo con sospetto al vittimismo che caratterizza molto femminismo contemporaneo: come hanno messo in luce diverse autrici, il metoo ha avuto il merito di scoperchiare alcune dinamiche odiose ancora perfettamente funzionanti, ma allo stesso tempo ha restituito alla donna l’immagine dell’agnello sacrificale che il femminismo del secolo scorso si era scrollato di dosso con molta difficoltà, finendo in tal modo per essere paladino di una battaglia di retroguardia (cfr. Laura Kipnis, Camille Paglia, Heather MacDonald, Joyce E. Williams, Christina Hoff Sommers). Per questo motivo la narrazione secondo cui le donne sarebbero perseguitate dalla sessualità maschile, da cui dovrebbero proteggersi con ogni mezzo, mi sembra un prezzo troppo alto da pagare per la nostra sicurezza. Non si può barattare la libertà sessuale con la propria incolumità fisica, a meno di non voler ripercorrere a ritroso il cammino dell’emancipazione.

In sostanza, non è solo al tema del consenso che le donne dovrebbero guardare. Il consenso è la prima condizione di ogni rapporto umano giusto, non solo erotico e non solo fra i due sessi, e dove manca il consenso vi è abuso. Eppure, quello del consenso è un obiettivo di medio raggio che non intacca il gioco di potere: infatti, nel revenge porn gli uomini che diffondono foto private non si beffano solo del consenso mancante, ma credono di colpire là dove una donna può sentirsi massimamente vulnerabile, cioè il suo corpo e la sua nudità. Spezzare questo meccanismo, come insegnano le lotte queer, significa anche rilanciare ciò che viene comunemente accusato di immoralità; significa, in questo caso, rivendicare la propria libertà sessuale e rifuggire quanto più possibile ogni tentativo di razionalizzare un fallimento lasciandoci dipingere come “vittime” di un sistema più potente di noi.

Anche per questo, mi sembra che la progressiva sensibilizzazione degli uomini sul tema dello stupro non debba essere condotta sulla base della compassione che essi provano per la vittima. Il loro rifiuto della violenza (fisica o virtuale) non deve essere una deroga al paradigma della “cultura dello stupro”, una gentile concessione che li nobilita e che ci salva, perché un equilibrio simile ci lascerebbe nella stessa identica sottomissione di sempre. Le donne sono sufficienti a loro stesse, e non hanno bisogno della protezione maschile per difendersi da altri uomini.

Allo stesso modo, la sensibilizzazione delle donne circa i pericoli che corrono nel rapporto con gli uomini non deve passare attraverso una strategia difensiva basata sulla paura; altrimenti, rischiamo di perdere il coraggio che le nostre antenate ci hanno lasciato in eredità con le loro lotte. Piuttosto, sarebbe meglio rinunciare al privilegio scomodo che ci impone di trattare il nostro corpo come uno scrigno inviolabile i cui tesori contenuti andrebbero elargiti con parsimonia, pena il suo impoverimento; bisognerebbe condurre la battaglia contro una morale puritana e bigotta che perpetua il senso della vergogna, rivendicare la responsabilità delle nostre azioni e dei nostri istinti, e ragionare al di là del concetto di colpa.

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