“Patria” di Fernando Aramburu


31 Mag , 2020|
|Recensioni

Due famiglie divise dal terrorismo. Detta così, saprebbe di già visto. E invece, di già visto, o meglio di già letto, c’è ben poco in “Patria” del basco Fernando Aramburu, uscito in Spagna nel 2016 e in Italia nel 2017 per i tipi di Guanda. Si tratta, ad avviso di chi scrive, di uno dei migliori romanzi scritti negli anni Duemila, che eccelle riguardo a tutti e tre i piani sui quali è lecito giudicare ogni romanzo: storia, stile, messaggio.

Riguardo alla storia, non ci sono “solo” le due famiglie divise dal terrorismo. Che, per inciso, è quello di Euskadi Ta Askatasuna, meglio nota col suo acronimo: ETA. Ovvero una delle organizzazioni terroristiche più longeve nell’Europa post-bellica, attiva per sessant’anni: dal 1958, quando ancora in Spagna c’era il dittatore Francisco Franco, al 2018, quando in Spagna come altrove c’era, e c’è ancora, l’Europa “unita” delle élite. L’ETA perseguì due obiettivi: l’indipendenza di Euskal Herria (il Paese Basco) e l’instaurazione al suo interno di una società comunista. Tanta roba, si potrebbe dire oggi. Sbagliato in ogni caso fu il metodo, senza ombra di dubbio: perché, se l’omicidio di Luis Carrero Blanco, il delfino di Franco, nel 1973, poté anche essere visto come strumento legittimo della lotta contro il dittatore, gli attentati e i morti successivi, quando la Spagna era già diventata una democrazia, per quanto fragile, finirono ben presto per assomigliare sempre di più, negli anni, a una cieca forma di reazione, fatta di odio e frustrazione, di fronte all’incapacità, o impossibilità, di affermare la propria causa, per quanto giusta. Nel romanzo di Aramburu, il motivo per cui il terrorismo dell’ETA fu un errore si coglie in modo complesso e mai banale, retorico o scontato.

Una delle due famiglie protagoniste ha il figlio ventenne che è appena entrato nell’ETA (siamo negli anni Ottanta), l’altra ha il padre, un imprenditore medio-piccolo, che dall’ETA viene preso di mira, perché si rifiuta di pagare quella sorta di pizzo che l’organizzazione terroristica impose per decenni a molte imprese basche. Le due famiglie, fino a un certo punto, si erano frequentate ed erano state grandi amiche: il padre del futuro terrorista, operaio in fonderia, la domenica andava in bici con l’imprenditore, e gli altri giorni al bar a giocare a carte; le rispettive mogli, che da giovani volevano farsi suore insieme, si erano ritrovate invece spose e madri, a passeggiare insieme per il paese, a mangiare dolci in pasticceria, a confidarsi i rispettivi ménage familiari, a volte rallegrandosi delle scelte fatte, a volte pentendosene, quasi sempre scherzandoci su. Poi, quasi di colpo, per gli scherzi non rimane più alcuno spazio, e l’amicizia fra le due famiglie si dissolve come neve al sole, trasformandosi in distacco e poi in odio profondo: in paese iniziano ad apparire, ovunque sui muri, scritte intimidatorie nei confronti dell’imprenditore, fino a quando, durante un oscuro giorno di pioggia, l’ETA lo ammazza a bruciapelo con quattro colpi di pistola, in strada, sotto casa.

Uno dei valori del romanzo sta nella sua coralità e nella molteplicità di punti di vista sfaccettati: nelle oltre seicento pagine si alternano con pari importanza, in una sorta di valzer, quelli di tutti i membri delle due famiglie: non solo delle mogli e dei mariti, ma anche dei figli, in tutto cinque, tre da una parte e due dall’altra. Così il lettore può ritrovarsi a passare, nel breve volgere di poche pagine, dal sentirsi un terrorista infervorato a vittima del terrorismo. L’effetto è potenziato da una narrazione che non è lineare, ma procede a spirale, con continui flashback e flashforward, che portano il lettore a vedere e rivedere più volte gli stessi fatti con occhi diversi, laddove il nucleo, il punto verso cui tutto converge, sia prima che dopo, è il giorno del fatale omicidio. Punto iniziale e insieme finale di tutto il romanzo.

Lo stile è, insieme alla sua coralità, il tratto più distintivo di “Patria”, che cattura e magnetizza il lettore fin dalle prime righe. Uno stile che colpisce per due motivi. Da un lato, la schiettezza semplice del linguaggio e della prosa, vicina al parlato, supportata dall’uso continuo di termini presi dall’euskera, l’antichissima lingua basca, e valorizzata dall’intelligente suddivisione del lungo romanzo in una miriade di brevi capitoli, in tutto 125, che diventano ben presto come le ciliegie: una tira l’altra, e alla fine non ti sei reso conto che sono già le due di notte, che in tre giorni hai già letto metà romanzo, che in meno di una settimana l’hai già finito e vorresti che ricominciasse di nuovo. Dall’altro lato, dello stile di Aramburu colpisce il tono incredibilmente leggero, quasi lieve, col quale lo scrittore riesce a raccontare anche le situazioni più tragiche, trovando forse in questa levità (che non è mai superficialità) l’unico atteggiamento possibile con cui oggi si può affrontare il dramma di un popolo che aveva grandiose aspirazioni e alla fine si è ritrovato per le mani insanguinate solo un mucchio di cadaveri, morti spesso di fratricidio, come nel caso raccontato da Aramburu: baschi che hanno ucciso altri baschi, patrioti che hanno ucciso altri patrioti.

E, alla fine, il messaggio di fondo è proprio questo: il terrorismo basco – e non il desiderio di una patria socialista, si badi bene – è stata una scelta da condannare proprio perché ha ucciso le stesse aspirazioni da cui prendeva piede. Ha ucciso le esistenze di chi lo ha vissuto, sia da vittima che da carnefice. Non è un caso che le vite dei cinque figli coinvolti, il terrorista, i suoi due fratelli e i due figli della vittima – inseguite dal narratore fin dentro agli anni Dieci del nuovo millennio – si rivelino tutte quante in qualche modo spezzate, incompiute, sospese e irrisolte, ciascuna – parafrasando Tolstoj – infelice a suo modo. E forse, di questo straordinario romanzo, è proprio questa la cosa meglio riuscita: la magistrale fusione tra la Storia e la storia, tra le grandi vicende e le piccole esistenze, spesso narrate nel dettaglio più insignificante e quotidiano, nel pensiero più infimo e fugace. E non è un caso, probabilmente, nemmeno il fatto che un romanzo di oltre seicento pagine si concluda con la parola “niente”. Come il valore che a quelle esistenze il terrorismo ha lasciato.

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