Serve un’alternativa


1 Giu , 2020|
|Visioni

Da più parti, si sottolineano gli errori e i limiti strategici dell’attuale governo e della classe dirigente che esprime. I motivi di critica non mancano. Ma il tono complessivo appare​ spesso forzato. Soprattutto, evidenti sono i presupposti e le finalità di tale campagna trasversale (che coinvolge intellettuali à la page, grandi giornali, esponenti del mondo economico): la matrice è confindustriale. Paradossalmente, cavalca anche umori e​ rimostranze (legittime) di matrice​ “populista”, rispetto ai gravi ritardi (reali!) del sostegno ai lavoratori non garantiti e all’indecisione politica che ha portato a una delega esorbitante ai tecnici. Credo che sia necessario sottrarsi a questa tenaglia – governo Conte si o no – per sottolineare con forza un dato politico lampante ed urgente: occorre costruire un’alternativa. Entrambe le proposte politiche che si delineano (quella di centro-destra e quella di centro-sinistra) sono gravemente deficitarie​ e portatrici di guasti, e il punto non può essere quello di pesare al bilancino il meno peggio. Anche perché NON è più tempo di mali minori, di bicchieri mezzo pieni, di turarsi il naso. Basta porre delle questioni chiare, per capire che la risposta non può venire né dall’attuale maggioranza né dall’attuale opposizione. Ad esempio: qual è la posizione rispetto alla persistente radicale inadeguatezza dell’UE di fronte a una crisi che sarà peggiore di quella del 2008? Nel governo, almeno per quanto appare, sembrano esserci posizioni in parte diverse sul vincolo esterno (ad esempio sul MES), ma non sembra esservi la consapevolezza della necessità di un’analisi strategica chiara. Di piano B è vietato parlare: meglio andare a sbattere contro l’iceberg che si annuncia per l’autunno? È accettabile che apparati dello Stato sabotino ogni tentativo (anche parziale) di sviluppare proposte economiche alternative, con l’intento di imporre, senza scrutinio pubblico né legittimazione democratica, un esito punitivo verso il popolo italiano (la stabilizzazione di un giogo eterodiretto?). Ci si rende conto dell’azzardo politico che ciò rappresenta? E com’è possibile che chi dice di richiamarsi a valori democratici sia totalmente catturato da tale schema profondamente elitista e contrario all’interesse del Paese? Non vorremmo che, politicamente (soprattutto tra i 5 Stelle, per attaccamento al potere o inadeguatezza), la prospettiva del tirare a campare prevalesse, generando già a cavallo dell’estate una situazione insostenibile, da cui il governo sarebbe giustamente travolto.

La destra è un crogiuolo di contraddizioni: critica l’UE, ma svicola sull’euro, richiama alla legittima difesa dell’interesse nazionale, ma alimenta e cavalca una retorica anti-statalista che è ancora figlia dello schema neoliberista. Rivendica protezione sociale, ma manifesta subalternità alle ricette liberiste sul lavoro e sulle tasse. Si badi: del tema fiscale sarebbe giusto ragionare con attenzione (è indubbio che esista una questione fiscale che riguarda il ceto medio, sempre più inferiorizzato), ma le proposte e i toni propagandistici che si sentono sono ambigui e regressivi (una generica crociata anti-tasse e pro-evasione). D’altra parte, sul fronte “riformista” (dal PD a Italia Viva a Più Europa) l’ostilità verso i ceti popolari e il mondo del lavoro, da disciplinare con il vincolo esterno, è evidente. La tentazione della patrimoniale che salva i veri ricchi e si accanisce su ceto medio e ceti popolari serpeggia nella post-sinistra di governo. Posto che gli interessi dei grandi gruppi economici che vivono di esportazioni e di finanza sono il referente principale dell’establishment che si raccoglie intorno al PD, è abbastanza impressionante, anche se purtroppo non sorprendente,​ l’accanimento, o nella migliore delle ipotesi la sordità, verso il tessuto di piccole e medie imprese, di attività commerciali e artigianali, di eccellenze turistiche, enogastronomiche, culturali, che costituiscono un asse davvero portante della nostra economia e della stessa peculiare struttura sociale italiana. Queste realtà andrebbero rilanciate, perché gia fiaccate dagli effetti del globalismo neoliberista. Non affossate con il coronavirus. Cosa vogliamo? Milioni di fallimenti e disoccupati? La desertificazione delle nostre città? Un paese omologato in squallidi​ centri commerciali e McDonald’s?

La sensazione è che al di là del conflitto contingente sul governo, e degli argomenti semplificati e propagandistici da entrambe le parti, manchi una proposta che sparigli, superando pregiudizi e luoghi comuni, saldando​ una rinnovata centralità dello Stato (democratico e costituzionale), che non significa onnipotenza della burocrazia ma primato dell’interesse generale e dei diritti sociali, con i bisogni e gli interessi di larghi strati popolari di lavoro tanto dipendente quanto autonomo (anche perché ormai gran parte di questa vasta area è divenuta vulnerabile e precaria). Invece di accettare il codice inganevole della guerra tra poveri, o tra ultimi e penultimi, serve costruire un fronte trasversale degli inferiorizzati e dei subalterni. Ma questo non lo si può fare evitando un discorso di verità sulla crisi dell’eurozona, o sintonizzandosi sugli interessi di chi chiede soldi allo Stato avendo già portato la sede fiscale delle proprie aziende all’estero.

Per carità di patria accenno appena a scuola e università, che resistono con fatica​ nonostante il massacro (del tutto bipartisan)​ avviato con le riforme Berlinguer (quell’altro…) e proseguito con ferocia dalla Gelmini, adeguatamente coadiuvata da “tecnici” di area PD (come ha sempre rivendicato irridente di fronte alle critiche). L’abbandono cui scuola, famiglie, insegnanti, università sono state condannate con l’emergenza coronavirus, coperto malamente dalla inquietante mitologia dell’on line, è davanti agli occhi di tutti.

Non è con appelli a stringersi a corte (gli intellettuali devono fare i grilli parlanti, non le mosche cocchiere), ma neppure con campagne che si travestono populisticamente​ di antipopulismo per tirare la volata ai poteri forti,​ ​ che si favorisce un’analisi lucida della crisi in cui siamo e dei pericoli che ci attendono. Una nuova energia politica alternativa potrà nascere solo dal coraggio di sottrarsi alle logiche delle contrapposizioni​ identitarie vacue, pseudomoralistiche, da una seria e chiara opzione per la sovranità democratica costituzionale, e dalla conseguente radicale messa in questione della fallimentare dottrina del vincolo esterno.

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