Patrimoniale e solidarietà fiscale alla greca


4 Giu , 2020|
|Visioni

La proposta per il Recovery Fund, per quanto poco generosa sia in realtà, pare esserlo ancora troppo per i quattro paesi detti (comicamente) « frugali »; i quattro paesi che si oppongono ad ogni forma di  condivisione di oneri (cioè di solidarietà verso i paesi più in difficoltà) e che al tempo stesso si oppongono a più stringenti controlli su frodi come il riciclaggio dei capitali sporchi, come fa notare piccato il solitamente compassato Sole 24-Ore.

 Fra essi siede l’Olanda, già precedentemente distintasi per una strenua opposizione ad ogni forma di solidarietà: no eurobond, niente soldi regalati alle « cicale » mediterranee. Questo ha comportato umori piuttosto cupi, considerando il fatto che si tratta di una delle cosiddette « giurisdizioni fiscali offshore » o più popolarmente, paradiso fiscale. Fra varie definizioni si può riprendere quella dell’OECD: tassazione su redditi da capitale bassa o inesistente ; regime speciale per aziende straniere ; mancanza di trasparenza sulla proprietà ; nessuno scambio di informazioni con altre giurisdizioni o paesi.

Poiché già nelle proposte attuali i finanziamenti a fondo perduto sembrano pochi davvero, ed è prevedibile che le negoziazioni tenderanno a ridimensinarli ulteriormente, pensando a soluzioni alternative si riparla della patrimoniale: invece di chiedere soldi alle istituzioni sovranazionali particolarmente odiati come il MES o altre dai contorni ancora fumosi ed incerti, si cercano i soldi all’interno del paese, allargando la base imponibile in qualche modo. Si tratta di una proposta che ciclicamente torna, soprattutto a sinistra. Mentre le destre la vedono come il fumo agli occhi, la «sinistra» di governo la vede come uno strumento di natura finanziaria per far quadrare i conti: Il Pd ai primi di aprile ha proposto un «contributo di solidarietà». Le sinistre radicali, invece, la considerano strumento di giustizia sociale per diminuire la diseguaglianza e lo strapotere dei ricchi.

In senso stretto una tassa patrimoniale è un prelievo sulla ricchezza che si ha, piuttosto che su quella che si guadagna, cioè sul reddito. Ma sotto tale etichetta si trovano anche proposte che intendono intaccare anche i guadagni personali derivanti dal possesso di quote azionarie, sebbene il cuore dell’obbiettivo siano i beni mobili e immobili.

Purtroppo è complesso imporre un prelievo alla ricchezza in un contesto in cui i capitali girano liberamente: nella Ue la proibizione di limiti alla loro circolazione non solo è oramai vigente da molti anni, dalla direttiva 88/361/CEE del 1988, ma è stata « costituzionalizzata » nei trattati successivi all’art. 63 del Trattato di Lisbona attuale. La Ue è un ambito ristretto in cui sono state cristallizzate politiche in voga un po’ dappertutto dagli anni Ottanta e Novanta. Creando in tal modo un contesto geoeconomico che strutturalmente è favorevole alla mobilità del capitale e della ricchezza. Come spiegano in modo particolareggiato gli economisti del meritorio blog Coniarerivolta , tale architettura giuridica fa sì che andare a scovare le richezze dell’1% più ricco sia particolarmente arduo, anche senza scomodare i numerosi scandali fiscali che hanno costellato le cronache recenti di occultamento di grandi patrimoni, profitti d’impresa con sistemi obliqui al limite della criminalità economica (si pensi agli accordi sottobanco del Lussemburgo di Juncker con 343 aziende per un trattamento « favorevole » emersi a fine 2014, ai Panama Papers e ai Paradise Papers emersi nel 2017).

Anche se non esiste una definizione unanimamente accettata di « paradiso fiscale »,secondo i criteri più rigorosi degli analisti, diversi paesi europei possono essere denominati in tal modo. Secondo lo studio di tre economisti (Torslov, Wiel, Zucman) l’Italia perde il 15% delle tasse sui profitti d’impresa a causa di tali giurisdizioni ; l’84% di tale ammanco è dovuto a paradisi in Ue : Belgio, Cipro, Irlanda, Lussemburgo (il peggiore di tutti), Malta e… Olanda.

Una tassazione più dura non solo sui maggiori redditi ma anche sulla  ricchezza detenuta è ragionevole e conforme ai principi costituzionali, ma se l’1% più abbiente è fuori bersaglio il rischio di raggiungere risultati contrari agli obbiettivi di eguaglianza e giustizia sociale è molto alto.

Gli enormi bisogni di liquidità che la crisi economica attuale sta già generando, escludendo trasferimenti senza obblighi di restituzione, non può che portare a forme di indebitamento dello Stato, per ripianare le quali ci sarà una forte pressione per incrementare l’estensione di tutta la possibile base imponibile. La Grecia è un esempio molto prossimo di paese che il contesto istituzionale (cioè le poco amorevoli cure della Troika) ha portato a perdere il controllo della sua politica fiscale : la fuoriuscita della decisione politica fondamentale dal Parlamento.

Ma non è il solo : nel fondamentale testo di  Eric Toussaint Il sistema si mostra come in assenza di misure unilaterali per tutelare il benessere del proprio popolo in vari stati l’apparato fiscale si sia tramutato in un servizio di riscossione fondi al servizio dei creditori, anche commissariando i paesi interessati.

In un contesto del genere lo sdoganamento di nuove patrimoniali può essere una mossa disfunzionale, se non vienne appaiato a sostanziali precondizioni per dirigerlo sui bersagli giusti. Indubbiamente per i (sempre più esigui) ranghi della sinistra radicale verrebbero interessati molti ceti considerabili come « bersagli legittimi » : professionisti, piccoli imprenditori, avvocati, e simili.  Ma basta vedere la proliferazione di pagine web dal titolo « come salvarsi dalla patrimoniale » (non troppo sofisticate) per gettare un occhio sul grado più basso di tutto il fruttuoso settore di expertise finanziaria di servizi per sottrarre il patrimonio al fisco che potrebbe avere una domanda crescente in questo caso. Senza contare che l’esperienza dei paesi sottoposti alle cure di austerità mostra come i ceti meno abbienti non siano affatto indenni da misure di fiscalità più pesanti.

In sintesi, se l’idea di patrimoniale non va certo demonizzata, occorre articolarla come uno strumento di cui siano chiare le modalità attuative. E che sia integrata in una idea forte di politica economica capace di conciliare sviluppo e giustizia sociale ; un orizzonte progettuale che richiede il ripristino di un saldo controllo sui movimenti di capitali e che sappia distribuire il peso fiscale sulle varie fasce di cittadini fidelizzandoli con una contropartita in termine di benessere collettivo. Al di fuori di esso l’idea di patrimoniale come « punizione dei ricchi » può tristemente generare conseguenze contrarie al proprio intento. 

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