“Magari”. Un film per tutti e per nessuno.


7 Giu , 2020|
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La storia è semplice: tre fratelli, figli di genitori separati che abitano in Francia con la madre, una donna insicura e ancora alla ricerca di un’identità, trascorrono alcuni giorni di vacanza in Italia dal padre.

I ragazzi non vorrebbero: non vedono da troppo tempo l’altro genitore, di cui serbano il ricordo di una persona inaffidabile, sempre alle prese col proprio lavoro di regista, gli alti e bassi dell’ispirazione (e della propria condizione economica) e il rapporto con la fidanzata di turno.

Lo spettatore potrebbe già intravedere il classico seguito sul travagliato rapporto padre-figli di genitori separati, ma in realtà si verificherà qualcosa di diverso.

Quei giorni a cavallo di Capodanno trascorsi nella casa a mare del padre saranno un breve ma felice interludio nella vita dei fratelli, alla fine del quale ognuno di loro si ritroverà diverso da prima, compiendo un piccolo salto evolutivo e facendo il proprio ingresso simbolico nella società.

L’esordio alla regia di Ginevra Elkann con Magari (da poco disponibile gratuitamente su RaiPlay) è di quelli che lasciano il segno perché riesce a dire molto, ad andare in profondità senza strafare, non cercando la complessità dell’intreccio, la singolarità dei dialoghi ad ogni costo o la ricerca di colpi di scena.

La storia che racconta è una melodia che scorre in modo calmo e armonico, in cui ogni elemento sta al posto giusto e tiene in equilibrio gli altri.

Sebbene trainato dalla bravura di Riccardo Scamarcio (Carlo, il padre dei ragazzi), ormai da alcuni anni uno degli attori italiani più duttili e completi, e di Alba Rohrwacher (Benedetta, la compagna del padre), nelle vesti di un personaggio femminile meno etereo e cerebrale e decisamente più carnale rispetto a quelli precedentemente interpretati, il film è impreziosito da molte ottime interpretazioni, dei tre ragazzi innanzitutto, tratteggiati in modo definito ognuno nei dilemmi specifici della sua età, ma anche di qualche personaggio secondario (su tutti Brett Gelman nella parte di Bruce).

Ma ciò che forse più colpisce di questo film, dal titolo singolare quanto evocativo, è il fatto che in modo lineare e del tutto privo di orpelli − narrando di passeggiate su una spiaggia sferzata dal vento invernale, partite di calcio, giochi e scherzi della quotidianità familiare che si intervallano molto realisticamente a momenti di noia, solitudine e incomprensione − riesce a toccare il nucleo di affetti intricati e ambivalenti che nutre il rapporto tra genitori e figli. Non solo.

Il film parla anche di altri importanti temi esistenziali: la crescita dei bambini e degli adolescenti e di come essi percepiscono la vita e i rapporti con gli altri, la conturbante scoperta della sessualità e lo scoccare dei primi innamoramenti, il desiderio e la difficoltà di farsi accettare dal gruppo e l’acquisizione eccitante di nuove capacità, la responsabilità connessa alla crescita e la possibilità della morte; insomma, la scoperta sempre più consapevole della vita passando attraverso i piccoli e grandi rischi che inevitabilmente non si può fare a meno di correre quando si cresce e si inizia ad esplorare il mondo lontano dai propri genitori.

Il tutto sopra lo sfondo del dolore e della confusione legati al crollo dell’idealizzazione infantile dei genitori e della difficoltà a barcamenarsi tra le intemperie del loro rapporto conflittuale, lasciandoci alla fine un’idea realistica di famiglia in cui volersi bene significa farlo nel modo in cui si riesce: scontrandosi, non capendosi, cedendo a volte a spinte egoistiche ma poi provando a riparare e migliorarsi, coi figli sempre pronti, come è nella realtà, a perdonare tanto ai propri genitori pur di vederli un po’ più uniti, pur di ricevere un po’ di affetto.

Il fatto è che la regista riesce a fare tutto ciò senza ricorrere al moralismo, ai facili insegnamenti (di cui purtroppo sono piene molte produzioni italiane), ai cliché, ma al contrario lasciando in sospeso questioni, episodi, frasi, dialoghi, tagliando una scena senza che si evolva come lo spettatore si aspetterebbe, giocando quindi molto sul non detto e sul lavoro dell’immaginazione di chi osserva.

Un film per tutti e per nessuno, dicevo, perché riesce a coniugare la pulizia dell’intreccio (indice di grande precisione nella fase di costruzione del film), la bellezza e il realismo dei dialoghi, la veracità dei personaggi, dei paesaggi e degli ambienti sociali rappresentati – quelli dell’Italia degli anni Ottanta-Novanta, malinconicamente rievocata –, tutti elementi che lo rendono un film che si può gustare tranquillamente assieme ai propri figli, grazie all’assenza di quegli eccessi emotivi e sensoriali, che si manifestano in dialoghi sovraccarichi, espressionistici e non di rado scurrili, e scene di sesso del tutto superflue che da anni, come avviene in tanto cinema americano, fanno l’occhiolino allo spettatore medio e rappresentano anch’essi ormai dei cliché mediatici.

Magari fa invece dell’accenno e del chiaroscuro, del tocco lieve e del pudore pieno di pathos il suo marchio di fabbrica (per questo un film diverso, “per nessuno”, almeno oggi), che ricorda il cinema italiano di una volta, pieno di sentimento autentico, di buone storie e di dialoghi pregnanti.

Una buona notizia per il nostro cinema, che può salutare una nuova promettente regista, per il cui esordio era difficile immaginare qualcosa di migliore.

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