La pandemia e il tramonto della globalizzazione neo-liberale


8 Giu , 2020|
|Visioni

Una delle affermazioni più comuni nell’analisi delle conseguenze della pandemia del Covid-19 è che «nulla sarà come prima». In realtà, la pandemia, più che come il punto d’inizio di qualcosa di totalmente nuovo, può essere vista come un potente fattore di catalizzazione e accelerazione di tendenze in atto sul piano globale già a partire dalla crisi finanziaria del 2008. Il consolidamento di queste tendenze può determinare il definitivo superamento della globalizzazione neo-liberale, che già nell’ultimo decennio era entrata in una fase di crisi e di instabilità. Proverò a indicare sei linee di sviluppo che possono accelerare questo processo.

  1. Processo di de-globalizzazione. Un analista acuto come Dani Rodrik già da tempo ha messo in luce gli elementi di crisi di quella che egli definisce «iperglobalizzazione», trainata dalla finanza, incentrata sulla figura del consumatore e implicante una drastica limitazione dei poteri regolativi degli Stati nazionali. Questa forma di globalizzazione presuppone un mondo ridotto il più possibile a uno ‘spazio liscio’, non solcato da differenze culturali, politiche, giuridiche insormontabili. La pandemia ha drammaticamente mostrato come il mondo, anche quello contemporaneo, non sia né liscio, né uguale. Basti solo pensare a come le differenze tra Oriente e Occidente, radicate in una storia millenaria, si siano rivelate ben più significative di quelle fra regimi liberaldemocratici e non rispetto alla gestione dell’emergenza. Anche il mondo post-globalizzazione appare una rete con nodi più che uno spazio liscio: i nodi sono gli Stati nazionali, che assicurano la tutela della diversità giuridica e culturale e una qualche forma di controllo popolare sulle decisioni. Quella tra globalismo neo-liberale e nazionalismo reazionario si rivela una falsa alternativa: dalla sanità all’ambiente, le grandi questioni contemporanee possono essere affrontate solo in una chiave di cooperazione fra Stati sovrani. Anche sul piano economico, la pandemia è destinata ad accelerare processi già in corso: accorciamento delle catene produttive, ritorno all’interno dei confini nazionali di produzioni prima de-localizzate (re-shoring), superamento del liberoscambismo estremo, insostenibilità delle politiche economiche export-led, basate su surplus commerciali consistenti e sulla compressione della domanda interna. Appare plausibile il ritorno a forme di protezionismo flessibile, come quello praticato nel ‘trentennio glorioso’ post-Bretton Woods. Un certo grado di contenimento dei flussi commerciali si rivela, peraltro, un presupposto sempre più necessario per affrontare la questione ambientale e del riscaldamento climatico con qualche possibilità di successo.
  2. Rafforzamento di nuove forme di capitalismo di Stato. La sospensione delle regole europee sugli aiuti di Stato, assieme alla notizia che la Germania è pronta a stanziare 1000 miliardi di euro per interventi diretti dello Stato nel capitale delle aziende, è stato il segnale di un cambio d’epoca anche nel fortino ‘ordoliberale’ dell’Unione Europea. Ormai le testate di punta della finanza internazionale, dall’Economist al Financial Times, si interrogano sulle nuove forme di “capitalismo di Stato” che si affermano in ogni continente. La Cina è destinata a non essere più l’unica tra le grandi economie del pianeta in cui lo Stato detenga una percentuale molto significativa del capitale delle aziende più grandi, specie di quelle in settori strategici e ad alto tasso di innovazione. La transizione dal paradigma dello Stato “regolatore” (secondo il mantra della sinistra liberale degli anni Novanta) a quello dello Stato “imprenditore” o “innovatore” (su cui da anni si esercita tutto un filone di studi che ha in Marianna Mazzucato la sua esponente più nota) è destinata a procedere a ritmi più sostenuti e appare sempre più necessaria per affrontare le gigantesche trasformazioni economico-sociali legate alla transizione digitale e a quella ambientale. Le polemiche che segnano il dibattito pubblico italiano sul ritorno dello “statalismo”, alimentate soprattutto dai vertici di Confindustria e da media sempre meno credibili nella loro autonomia di analisi, sono l’indice del provincialismo e della grettezza di una parte non marginale dei ceti imprenditoriali e dirigenti del nostro Paese. Da questo punto di vista, la pandemia non porta alla luce proprio nulla di nuovo.
  3. Carattere sempre più decisivo della ‘sovranità digitale’. La capacità di controllo, elaborazione e di applicazione dei Big data si dimostra in maniera sempre più marcata come un attributo cruciale della sovranità politica del XXI secolo. La pandemia ha portato alla luce la differenza profonda in termini di efficacia dell’azione pubblica fra gli Stati in grado di esercitare questa capacità e quelli che se ne sono rivelati privi. La differenza è apparsa soprattutto come una faglia fra Oriente e Occidente. Essa trae origine sia da un diverso rapporto fra piattaforme digitali e poteri pubblici (quasi del tutto subalterni in Occidente, interventisti fino all’autoritarismo in Oriente), sia dalla diversa disponibilità dei cittadini ad accettare forme di limitazione della privacy e di controllo pubblico di dati sensibili, per ragioni storico-culturali molto profonde. Ciò che, tuttavia, rende peculiare e problematica la condizione dell’Occidente contemporaneo è il fatto che la pervasività dell’immaginario neo-liberale ha reso invece accettabile e perfino preferibile per molti cittadini il fatto che questi dati siano gestiti e sfruttati per fini commerciali da multinazionali private, ora molto attrezzate a difendere questo loro ‘prerogativa’ rispetto a qualsiasi ipotesi di ritorno di una sovranità pubblica. I poteri pubblici occidentali rischiano perciò di trovarsi nei prossimi anni in una condizione piuttosto scomoda, ossia nell’impossibilità politica di assicurare prestazioni in termini di prevenzione, sicurezza e pianificazione sociale che ormai sono tecnologicamente possibili e che in altre parti del mondo vengono garantite. È facile prevedere che questa situazione non gioverà alla forza e alla credibilità dei regimi liberal-democratici.
  4. Riequilibrio geopolitico verso un nuovo assetto bipolare. Secondo alcuni (frettolosi) osservatori, il Covid-19 avrebbe rappresentato la Chernobyl cinese. In realtà, oggi paiono essere gli Stati Uniti e l’Occidente a uscire dalla pandemia molto più indeboliti, sia sul piano economico, sia su quello politico. Può piacere o meno, ma la Cina è ormai uno dei cardini di un nuovo assetto internazionale, che si sta delineando, non senza resistenze e pericoli, dopo il tramonto della stagione dell’unilateralismo statunitense post-’89. In Occidente, sotto l’impulso interessato dell’amministrazione Trump (ma non solo), riemerge in settori più ampi una mentalità da “guerra fredda”, che talora si congiunge con nuove (e impensabili fino a qualche tempo fa) forme di sinofobia. Ma questo rischia solo di accentuare la difficoltà dell’Occidente a comprendere la nuova/antica realtà della Cina, tracciando avventati paralleli con la parabola dell’URSS. In realtà, la faglia Occidente/Oriente, di cui la pandemia ha mostrato la profondità storica e la persistenza, così come rende ‘inesportabile’ il modello cinese fuori dal suo contesto culturale, nel contempo rende sterile dal punto conoscitivo e controproducente da quello politico un approccio alla Cina tutto imperniato sulle categorie occidentali. A dispetto dei cantori del potere omologante e universalizzante della globalizzazione, la pandemia ci restituisce un mondo in cui le diversità storiche e culturali contano, non sono cancellabili e dovranno trovare il modo di coesistere. Chi riesce a capire l’altro, senza rimanere prigioniero dei propri schemi di analisi della realtà, parte avvantaggiato in questo confronto. E, al momento, rispetto alla Cina non è l’Occidente a trovarsi in questa condizione. Per inciso, in un mondo di nuovo tendenzialmente bipolare, un Paese di taglia media e dalla collocazione geopolitica strategica, come l’Italia, ha in teoria la possibilità di tornare a svolgere un ruolo non irrilevante, come quello giocato fra la fine della seconda guerra mondiale e il 1989, e poi perso durante i decenni successivi, in coincidenza con l’affievolirsi dell’interesse degli Stati Uniti nei nostri confronti e con la nostra adesione al vincolo esterno economico di marca franco-tedesca. Un’Italia alleata degli Stati Uniti e collocata nel campo euro-atlantico, ma in grado di costruire una relazione positiva con la Cina e un ruolo più autonomo nel Mediterraneo (come nella tradizione della migliore politica estera della ‘Prima Repubblica’), è un Paese che sul piano geopolitico può invertire la tendenza alla perdita di peso e di incidenza degli ultimi decenni.
  5. Crisi dell’impianto ‘ordoliberale’ dell’Europa di Maastricht. L’insostenibilità dell’assetto istituzionale dell’UE e, in particolare, dell’eurozona era già emerso con chiarezza già dopo la crisi del 2008. Stavolta l’impatto dell’emergenza è stato talmente immediato, devastante e simmetrico (ovvero, per tradurre in termini più chiari: ha colpito tutti, anche la Germania) da non consentire di aspettare qualche anno e vedere che succede, come avvenne la volta precedente. Nel giro di poche settimane l’UE, pur in assenza di un potere ‘sovrano’ democratico, è stata costretta a dichiarare lo stato di eccezione. Tutte le regole fondamentali della sua costituzione economica sono state sospese: dal patto di stabilità in materia di bilancio al divieto degli aiuti di Stato alle imprese, dalle modalità di utilizzo dei fondi comunitari (condizionalità e cofinanziamento statale) al divieto di mutualizzazione del debito. Fino alla questione centrale e assolutamente decisiva: le regole di funzionamento della BCE, già portate al limite estremo dal QE di Draghi e ora sostanzialmente violate dal programma straordinario PEPP, varato dalla Lagarde dopo le iniziali esitazioni (prontamente rientrate appena la Francia si è avvicinata alla ‘zona di rischio’). La pandemia mette l’UE ordoliberale e il suo figlio prediletto, l’euro, di fronte a una questione esistenziale: per sopravvivere essa deve sospendere tutte le regole che costituiscono la sua natura più profonda. Ma, al momento, essa non è in grado di cambiarle, perché ciò significherebbe trasformare questa natura. Come tutte le decisioni esistenziali, ciò richiede una concentrazione di volontà, ovvero un’energia politica, che al momento ancora non si vede. La sentenza della Corte Costituzionale tedesca di Kalsruhe del 5 maggio fa venire il nodo al pettine e mette anzitutto la Germania di fronte a una Grundentscheidung, a una decisione politica fondamentale. L’appello al primato del diritto europeo non è risolutivo, perché è anzitutto quel diritto che non consente di fare ciò che è indispensabile per la sopravvivenza dell’euro, a partire dalla monetizzazione di parte consistente del debito pubblico e dai trasferimenti fiscali tra diversi Stati dell’eurozona. E quando si tratta non semplicemente di forzare l’interpretazione di alcun norme, ma di cambiare l’impianto di un intero ordinamento, la questione non è risolvibile dai giudici, ma solo dalla forza della politica, se si manifesta.
  6. Conflitto fra ‘liberalismo neo-liberale’ e sovranità democratica. Il termine ‘neo-liberismo’ contiene, a mio giudizio, un equivoco. Nel liberismo degli ultimi decenni non c’è nulla di teoreticamente e fondamentalmente nuovo rispetto al liberismo delle origini. È discontinua, invece, rispetto a larghi tratti della tradizione liberale, la forma di liberalismo che si è affermata in coincidenza con l’ondata di globalizzazione partita negli anni Ottanta del secolo scorso. La peculiarità di questo neo-liberalismo o liberalismo-neoliberale è il suo tratto di fondamentalismo liberista e liberoscambista, che porta ad accordare una priorità assoluta ai diritti di libertà economica non solo rispetto ai diritti sociali, ma anche a quelli politici. Questo neo-liberalismo si rivolge esclusivamente, per usare una felice immagine di David Goodhart, agli “anywheres”, i vincenti della globalizzazione, ormai de-territorializzati e perciò preoccupati più dei vincoli che delle risorse derivanti dalla politica democratica su base nazionale, mentre escono completamente dal suo radar i “somewheres”, ossia gli appartenenti ai ceti medio-bassi, che restano ancorati a un territorio e hanno perciò ancora bisogno della protezione dello Stato nazionale. La pandemia e le sue conseguenze economiche rischiano di accelerare la torsione anti-democratica di questo neo-liberalismo. Segnali teorici in questa direzione vi erano già nella fase precedente, come testimoniano i lavori di influenti politologi ed economisti (ad es., Jason Brennan, Garett Jones), che in maniera aperta hanno iniziato a mettere in discussione il suffragio universale e la sovranità popolare come metodo per dirimere i conflitti distributivi in una società attenta alle libertà economiche e ai diritti di proprietà. Riemerge una corrente carsica del liberalismo, che, in condizioni di emergenza, considera la soluzione autoritaria sul piano politico preferibile a quella socialista sul terreno economico, secondo una dinamica che altre volte si è manifestata nel corso del Novecento. Questo “liberalismo autoritario” oggi tende a inclinare verso soluzioni più tecnocratiche che apertamente dittatoriali, ma il suo conflitto con il principio della sovranità democratica sembra destinato ad acuirsi.

Se questa lettura delle conseguenze politiche ed economiche della pandemia ha un qualche fondamento, il ciclo della globalizzazione neo-liberale potrebbe davvero essere vicino alla fine. Quello che verrà dopo è ancora molto difficile da decifrare. Ciò che è facile ipotizzare è che non sarà la sinistra attuale, nella fisionomia “liberale” e “post-materialistica” che ha assunto nella fase ascendente della globalizzazione, sia nella variante riformista-moderata, sia in quella radicale-antagonista, a giocare un ruolo rilevante. Senza ripensare in profondità chiavi di interpretazione della realtà, referenti sociali, linguaggio e messaggio, essa rischia di giocare un ruolo ancora più residuale di quello degli ultimi anni. E non contribuirà a quella nuova sintesi che occorre in Occidente, in grado di costruire un equilibrio tra individuo e comunità oltre il neo-liberalismo e di riportare, in un contesto democratico, gli animal spirits del capitalismo sotto la direzione del potere politico, in modo diverso ma non meno efficace di quanto stia riuscendo alla Cina in Oriente.

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