La conoscenza ai tempi del Covid19


10 Giu , 2020|
|Visioni

Information is power. But like all power, there are those who want to keep it for themselves.

Aaron Swartz, Guerrilla Open Acces Manifesto (2008)

Una delle domande che ci assilla in questa fase di crisi acuta dovuta alla diffusione del Covid 19 è: quando – e se – arriverà il vaccino. Solo con la sua scoperta sembra oggi possibile superare completamente la condizione emergenziale che stiamo vivendo. La domanda sui tempi, che viene continuamente ripetuta a studiosi e ricercatori di vario genere, lascia però inevasa un’altra questione – a mio avviso – molto più rilevante: in quale maniera si arriverà a produrre il vaccino? In modo alquanto schematico si possono ipotizzare due strade per la messa a punto di un vaccino efficace. La prima presume che tutti gli studi dei diversi gruppi di ricerca sparsi per il mondo ed i risultati via via conseguiti sul vaccino – oltre che, evidentemente, sulle terapie di cura efficaci – vengano tra loro condivisi, in modo tale che ciascuno possa trarre beneficio delle conoscenze alle quali sono giunti gli altri, accelerando in questa maniera i tempi per arrivare al risultato auspicato. La seconda strada è quella di una forsennata lotta concorrenziale in cui chi arriverà per primo sarà anche colui che monetizzerà, brevettando la formula e la procedura con la quale è arrivato al vaccino.

Purtroppo, la nostra storia recente ci dice che non c’è alcuna alternativa: la possibilità di condividere le conoscenze a cui si è giunti è semplicemente esclusa da una logica di mercato che è stata pesantemente condizionata dalla tendenza in atto sin dagli anni Ottanta, allorquando è stato messo in campo un potente processo di privatizzazione della conoscenza, che è andato di pari passo con la subordinazione della ricerca pubblica agli imperativi della redditività privata. Questo doppio e consustanziale movimento è stato realizzato, anzitutto, attraverso un processo di ampliamento della regolamentazione del copyright, incentrato sull’estensione dei termini temporali del monopolio e degli ambiti da proteggere. Il prolungamento per un tempo molto ampio posteriore alla morte dell’autore indica chiaramente come lo scopo del copyright non sia tanto quello di tutelare gli interessi delle singole persone fisiche – che fu la ragione di fondo della nascita del diritto di autore che, con lo Statue of Anne del 1710, era diretto ad affrancare l’autore dal controllo politico derivante dalla concessione dei privilegi per la stampa – quanto quelli, impersonali, delle grandi aziende che traggono lucrodal godimento del suo monopolio.

Per dare forza a questo argomento, sarebbe sufficiente verificare la serie di leggi sul copyright che si sono susseguite nel secolo scorso negli Stati Uniti culminate nelDigital Millennium Copyright Act (o Sonny Bono Act) del 1998, passato alla storia con un nome meno didascalico, ma certamente più aderente al significato del provvedimento: il Mickey Mouse Protection Act. Questa legge ha infatti esteso i termini del copyright non solo per i nuovi lavori, fino a settantacinque anni, ma anche per quelli già esistenti in maniera retroattiva di venti anni. La Disney Corporation ha così mantenuto il suo monopolio su un personaggio che, paradossalmente, non aveva creato: le prime apparizioni di Topolino andavano infatti sotto il nome di Steamboy Willie, ovvero riprendevano in forma di parodia “Steamboat Bill”, un precedente lavoro cinematografico di Buster Keaton. Qui si aprirebbe un discorso molto complesso sulla natura dell’imitazione e sulla sua potenziale capacità creativa, che risulterebbe ancora più interessante da affrontare alla luce delle odierne tecnologie informazionali. Ma, in questa sede, questo esempio ha solo il compito di mostrare il ruolo decisivo delle grandi lobby nella produzione di provvedimenti legislativi ad hoc. Un ruolo ulteriormente potenziato da provvedimenti quali il Bayh-Dole Act del 1980, che ha attribuito alle università e alle istituzioni no profit il diritto a sfruttare e commercializzare le invenzioni realizzate con i fondi pubblici, dando così l’opportunità alle grandi corporation di espropriare i risultati della ricerca e di recintarli attraverso i rafforzati diritti proprietari.

Rispetto a questo movimento appropriativo, va inoltre tenuto presente come il processo di internazionalizzazione della legislazione sul copyright – avviato nel 1886 con la Convenzione di Berna – abbia trovato, dopo vari passaggi legislativi, un suo perfido sviluppo nel gennaio 1995 con l’Accordo TRIPs (The Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights). Il provvedimento è stato retoricamente presentato come uno strumento di armonizzazione a livello globale dei diritti sulla proprietà intellettuale, compresi quelli concernenti la brevettazione, all’interno del sistema del commercio internazionale. Ma, nei fatti, si è poi rivelato uno straordinario strumento di governance tutt’altro che soft per almeno due ragioni. In primo luogo, per lo specifico strumentario sanzionatorio: nei confronti dei paesi non aderenti o che violano il Trattato scattano sanzioni che – alla luce del legame con il WTO – possono anche riguardare altri ambiti rispetto a quello di applicazione, trasformandosi in vere e proprie ritorsioni commerciali ed economiche. In secondo luogo, perché per uno Stato uniformare le proprie normative al TRIPs ha significato assoggettarsi a standard di protezione della proprietà intellettuale che, soprattutto per i paesi meno sviluppati, ha avuto moltissime conseguenze negative.

Basti pensare ad un ambito come quello della salute dove si sono affastellate limitazioni molto problematiche: dalla impossibilità di stabilire in maniera autonoma la propria politica sanitaria, passando per la perdita dell’opportunità di produrre farmaci equivalenti a costi molto più bassi senza aspettare le scadenze brevettuali. Un caso classico, nella sua drammaticità, fu quello dell’Aids quando ci fu una levata di scudi delle grandi multinazionali contrarie a rendere generici i propri farmaci nei paesi più colpiti dalla malattia. Una situazione che risulta utile anche a mostrare come uno strumento straordinariamente efficace a far lievitare i profitti sia costituito dalla capacità – in questo caso delle compagnie farmaceutiche – di generare in maniera artificiale scarsità al fine di imporre un prezzo più elevato per i propri prodotti. Si tratta di una dinamica che può essere considerata una caratteristica peculiare dell’odierno capitalismo, sempre pronto a rendere artificialmente carenti anche risorse normalmente abbondanti e gratuite come l’informazione, la conoscenza codificata e i beni culturali smaterializzati.

In buona sostanza ciò a cui abbiamo assistito è stato la diffusione di un capitalismo la cui logica è stata quella produrre e commercializzare beni della conoscenza (molecole, semi, farmaci, programmi informatici, etc.) protetti da copyright e brevetti, che hanno permesso di vendere ogni copia a un prezzo molto più alto del suo costo di riproduzione, estraendo valore direttamente dalle capacità cooperative e cognitive dei soggetti che hanno lavorato alla loro realizzazione. Un meccanismo fondato su una visione monolitica della proprietà intellettuale usata per creare posizioni dominanti sul mercato attraverso dispositivi – in primis quelli giuridici – escludenti e proprietari.  

Si tratta di dinamiche da contrastare e mettere radicalmente in discussione attraverso una battaglia che richiede un completo rovesciamento della convinzione sedimentata nell’immaginario comune che la conoscenza vada difesa attraverso meccanismi di recinzione perché solo in questa maniera essa produce innovazione e garantisce efficienza, produttività e libertà. La conoscenza è invece ciò che va reso il più accessibile possibile al maggior numero di persone possibile. È un bene comune, non per una sua sorta di naturale predisposizione, ma perché dovrebbe orientare le coordinate di un nuovo discorso politico che combatta la sua mercificazione e colpisca la sua concentrazione e accumulazione nelle mani degli odierni rentier.

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