Stato e mercato: è ancora questo il campo di battaglia?


12 Giu , 2020|
|Visioni

È uscito il piano del “Comitato di esperti in materia economica e sociale” diretto da Colao. Fra i 102 punti presentati come sintetiche “schede” c’è molto di liberale e poco di sociale, salvo qualche cenno alla cassa integrazione, alla ricerca e alle infrastrutture, e a qualche proposta di incentivo e semplificazione condivisibile, prevale nettamente l’accento ripetitivo e ossessivo sull’aiuto alle imprese private, piccole e grandi. L’impresa figura come la vera protagonista, se non il committente, di questa proposta di politica economica e fiscale, è accudita e assecondata con tutti gli attrezzi noti del liberismo, deregulation, semplificazione. I veri nemici della ripresa, dicono i suggeritori del governo, sarebbero burocrazia e tasse, lacci e lacciuoli.

Ma non banalizziamo: nei suggerimenti per rimuovere ogni freno allo sviluppo non si legge tanto l’abbattimento di intralci, quanto la qualificazione di intralci per disposizioni che piuttosto sanzionano comportamenti illeciti sul piano fiscale, lavoristico, ambientale. Quindi obiettivi di politica sociale ed economica elaborati nei decenni scorsi a tutela di beni di rilievo costituzionale (equità fiscale, diritti dei lavoratori, tutela dell’ambiente) sono degradati a intralcio burocratico e freno allo sviluppo. Così è per la proposta di uno scudo penale che si vuole protegga l’imprenditore da responsabilità per contagio da Covid19 dei suoi lavoratori; così è per le violazioni penali e tributarie che vengono viste come un fattore di rischio dell’investimento nel nostro paese; o per l’emersione del lavoro in nero e dei profitti in nero (che si vorrebbero tassati al 10-15% per rendere attrattiva l’emersione).

Altre proposte sono in linea con le riforme liberali di questi decenni: si invoca la proroga delle concessioni pubbliche, comprese ad esempio la gestione delle autostrade; si insiste nella caratterizzazione aziendalista della scuola; si vuole intervenire sulla governance dell’acqua pubblica, ignorando il referendum del 2011. In generale, rimane residuale, di soccorso e di mera regolazione la funzione dello Stato che, invece, dovrebbe essere riattrezzato in termini culturali, istituzionali, finanziari e manageriali al fine di svolgere essenziali funzioni di programmazione economica e di innovazione per la conversione ecologica e sociale dell’economia.

In caso di anche parziale adozione da parte dell’esecutivo delle misure proposte nel piano arriverebbe anche l’assunzione di responsabilità politica e quindi l’esplicitazione di una strategia che rasenta il piratesco, la legittimazione dell’illecito, uno dei tratti più sorprendenti del piano. Per ora, anche se il disegno è chiaro nell’economia del lavoro, mancano sia una sintesi che dichiari la direzione che si vuole imprimere all’intervento della repubblica nell’economia nazionale; sia un bilanciamento dell’impegno che si vuol profondere nelle varie tipologie di interventi a seconda degli obiettivi o dei beneficiari; o almeno l’indicazione di quali obiettivi sarebbero prioritari, nella visione dei consulenti governativi gratuiti e disinteressati, e quali secondari, un’indicazione di quanti miliardi si vuole che vadano in investimenti pubblici e welfare e quanti in sgravi fiscali e rinuncia alla sanzione e aiuti all’impresa privata. Dei primi, dell’investimento pubblico auspicato, c’è invero poco, tranne che nelle proposte di riassetto idrogeologico. Ma ad esempio per l’edilizia scolastica si pensa a “social impact bond” da proporre alle imprese subordinando ad un marginale volontarismo un impegno strutturale rilevante per la scuola; e per l’edilizia residenziale non si propone un piano di investimenti, ma l’housing sociale. Il welfare naufraga sotto le decine di schede dedicate a condoni, deregolamentazioni, proroga dei contratti a termine, detassazione degli straordinari, riforma del codice degli appalti, agevolazioni, fondi e defiscalizzazioni ecc. Anche il rilancio, o la tenuta, del settore turistico è affidato in sostanza alle detassazioni. Così il fisco – che poi è capacità di intervento economico, equità e redistribuzione di ricchezze – scompare, ma non solo a favore dell’impresa che è vista come soggetto che deve arricchirsi per il bene comune, ma anche a favore della proprietà non produttiva: si propone la detassazione dell’eredità di quote di fondi di investimento.

Fra gli autori di questo breviario del perfetto liberista non c’è la professoressa Mariana Mazzucato, nonostante facesse parte inzialmente del team di Colao, e ciò deve sembrarci naturale per le tesi sostenute in un suo libro uscito per Laterza nel 2018, Lo Stato innovatore, nella cui scheda di presentazione leggiamo: “L’impresa privata è considerata da tutti una forza innovativa, mentre lo Stato è bollato come una forza inerziale, troppo grosso e pesante per fungere da motore dinamico. Lo scopo del libro che avete tra le mani è smontare questo mito. Chi è l’imprenditore più audace, l’innovatore più prolifico? Chi finanzia la ricerca che produce le tecnologie più rivoluzionarie? Qual è il motore dinamico di settori come la green economy, le telecomunicazioni, le nanotecnologie, la farmaceutica? Lo Stato. È lo Stato, nelle economie più avanzate, a farsi carico del rischio d’investimento iniziale all’origine delle nuove tecnologie. È lo Stato, attraverso fondi decentralizzati, a finanziare ampiamente lo sviluppo di nuovi prodotti fino alla commercializzazione. E ancora: è lo Stato il creatore di tecnologie rivoluzionarie come quelle che rendono l’iPhone così ‘smart’: internet, touch screen e gps. Ed è lo Stato a giocare il ruolo più importante nel finanziare la rivoluzione verde delle energie alternative. Ma se lo Stato è il maggior innovatore, perché allora tutti i profitti provenienti da un rischio collettivo finiscono ai privati?”

Lo Stato di Vittorio Colao è uno strumento al servizio delle imprese. Quello di Mariana Mazzucato è al servizio della collettività e del progresso sociale. Sono scelte di campo chiare nella dialettica fra principi costituzionali della nostra repubblica e principi generali del diritto liberale che poi è il tratto caratterizzante del diritto dell’Unione Europea: anche se all’Unione non è stata attribuita né un’esplicita competenza in materia di politica economica né una competenza sui diritti sociali ed economici, essa svolge una profonda limitazione da un lato alla possibilità dei singoli stati di esercitare delle politiche economiche autonome, per via della centralizzazione della gestione della moneta e dei vincoli di bilancio, dall’altro una limitazione agli obiettivi che si possono perseguire. L’obiettivo della politica economica nazionale sarebbe, secondo costituzione (artt. 3 e 41-47), quello di rimozione delle disuguaglianze e di promozione dei diritti sociali attraverso attività economiche e imprenditoriali svolte in funzione dell’interesse della collettività e non solo dell’imprenditore; fanno ostacolo a questo indirizzo i Trattati UE che vigilano sulla liberalizzazione del mercato comune, sulle condizioni di concorrenza e sulla stabilità monetaria. Purtroppo la dialettica più efficace continua a puntare sull’individuazione di nemici, invece che sulla piena comprensione dei fenomeni, e anche questo insieme di suggerimenti per il governo si schiera dalla parte dei cavalieri difensori delle libertà economiche contro l’intervento pubblico nell’economia. Mentre la costituzione italiana persegue l’interesse sociale limitando il mercato visto come insieme di pulsioni individualiste, l’Unione Europea afferma la libera economia di mercato in piena concorrenza e l’iniziativa economica contro le potestà protezionistiche e regolatrici dello stato nazionale. E il piano di Colao nel voler ridurre, ma non cancellare, il ruolo dello Stato si schiera con i caratteri ordoliberalisti dell’ordinamento dell’UE. Ma con questo entra in conflitto quando promuove la liberazione dell’impresa da ogni vincolo, eccede ed entra in un territorio di azzeramento dei vincoli che non sembra ad oggi praticabile nemmeno per il diritto sovranazionale.

La crisi da pandemia ha senz’altro avuto effetti di drammatico impoverimento delle imprese e dei cittadini e non può essere trattata come la crisi del 2008 in cui si contrasse anzitutto la domanda: oggi si è contratta anche l’offerta, ma se si vuole disegnare un valido contrasto agli effetti causati dal prolungato blocco di molte attività economiche e della mobilità delle persone si deve pensare al sostegno immediato a chi non ha risparmi e fonti di reddito da un lato, all’indirizzo di uno sviluppo virtuoso per il territorio e la società dall’altro, a correzione di tendenze predatorie e devastatrici, o semplicemente disordinate dovute alla carenza di indirizzo, o alle prolungate crisi economiche.

In un secolo lo stato italiano è passato da un ruolo di semplice regolatore a quello di protagonista con l’ascesa del fascismo e la crisi del 1929, anzitutto in termini di tutela e finanziamento dell’economia nazionale, con il protezionismo, il salvataggio delle banche, l’IRI e l’acquisizione di capitale industriale; poi nel II dopoguerra, fino agli anni ’80, si è perseguita una politica economica espansiva e redistributiva, di soddisfazione di diritti sociali e costruzione dei grandi pilastri del welfare, l’istruzione pubblica ed il servizio sanitario nazionale anzitutto; gli ultimi tre decenni hanno visto il prevalere della libera concorrenza e della presunzione delle capacità autoregolatrici del mercato secondo le schede del pensiero reaganiano e thatcheriano. Ma la crisi economica del 2008 ha certificato l’insufficienza della ricetta liberista e ha promosso il ruolo dello stato che interviene per risolvere crisi e disfunzioni, per singoli casi o settori, comunque in via sostanzialmente eccezionale. Ma da quella crisi non è emerso un sufficiente monito contro la indiscriminata furia deregolamentatrice.

Il piano Colao sembra piacere a Confindustria e a Matteo Salvini, ma lascia piuttosto deluso il presidente del consiglio Conte. Gli annunciati “stati generali dell’economia” daranno l’occasione di rendere più esplicite le rispettive intenzioni e di sondare anche l’opinione dei vertici dell’UE. Se il governo lo adottasse interamente si schiererebbe con Confindustria e accoglierebbe le perentorie richieste di Bonomi di pochi giorni fa; se invece Conte avrà il coraggio di rifiutarne gli aspetti più estremisti per mettere in campo invece delle effettive misure di investimento a favore della collettività e contro la crisi economica, favorendo la ripresa attraverso la giustizia sociale e il rilancio di consumi sostenibili, si potrà aprire un interessante confronto fra maggioranza e opposizione.

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