C’era una volta la boxe italo-americana


14 Giu , 2020|
|Sport

Mi permetto di “rubare” il titolo di un capolavoro del maestro Sergio Leone per dare un’idea di quello che fu il ruolo degli italo americani nel mondo pugilistico statunitense.

La grande emigrazione italiana negli U.S.A

Dalla fine del XIX secolo fino agli anni trenta del XX secolo molti dei nostri connazionali scelsero di emigrare negli Stati Uniti d’America. New York city divenne una delle mete principali di chi salpava dall’Italia in cerca di fortuna nel nuovo mondo. Gli Stati Uniti, (no virgola) nell’800 conobbero un grande sviluppo industriale. Questo sviluppo fece sì che verso il paese a stelle e strisce arrivasse una grande massa migratoria alla ricerca di fortuna. Il flusso migratorio che si diresse negli U.S.A era multietnico, composto da irlandesi, inglesi, italiani, russi e tedeschi. Com’è noto, New York city divenne il simbolo della migrazione dei nostri connazionali. “La Grande Mela”, in generale tutta la east cost, divenne la dimora di italiani, ebrei e irlandesi. Fu proprio a New York, nella zona di Lower Manhattan, che sorse il quartiere simbolo della comunità italiana: Little Italy. Tutti noi abbiamo conosciuto, grazie alla letteratura e al cinema, l’iconica ricostruzione di questo spaccato italiano in America.

La boxe negli Stati Uniti

La grande massa migratoria andò così a formare un proletariato multietnico che si ammassò nelle periferie delle grandi  metropoli. L’onda della grande crescita industriale unita a questo massiccio flusso migratorio fecero da cornice per lo sviluppo della boxe negli Stati Uniti. Il pugilato, si diffuse in tutti gli stati federali e divenne uno dei principali sport praticati dalle classi più disagiate perché rappresentava un modo per uscire da difficili situazioni socio-economiche. Il 7 febbraio del 1882 segnò la rapida diffusione capillare della boxe nel continente americano. Questa accelerazione successe dopo il match valevole per il titolo mondiale dei pesi massimi tra Paddy Ryan e John Lawrance Sullivan. Non fu un caso che la sfida tra questi due atleti fu una sfida dal sapore tutto irlandese.

Diversa era la situazione pugilistica degli afroamericani, per via della segregazione razziale, cheanche dopo la sconfitta dei sudisti nella guerra civile americana, era ancora molto forte e radicata. Nonostante la schiavitù fosse stata abolita, nel sud del paese si instaurò una vera e propria segregazione razziale. Così, calò una linea di colore sportiva che creava titoli a parte per i neri d’America.

Italo-americani alla conquista della boxe statunitense: Jake LaMotta, Rocky Graziano e Rocky Marciano

Questa era la situazione della boxe americana agli albori, chenel corso degli anni subì considerevoli modifiche che permisero agli afroamericani di potersi confrontare anche contro atleti bianchi. Fu grazie Jack Johnson, il Gigante di Galveston, primo campione del mondo afroamericano che questa linea di colore sportiva venne spezzata. E gli italiani? Ovviamente non ebbero questo sbarramento razziale che fu imposto agli afroamericani. Il colore della pelle aiutò molto l’integrazione italiana nella società statunitense. Furono i figli di chi emigrò in America,  nati lì, a scrivere pagine importanti nella boxe. Jake LaMotta, Rocky Graziano e Rocky Marciano rappresentavano il risultato del melting pot statunitense. Nati da genitori italiani e cresciuti per le strade dei quartieri popolari americani. Jake LaMotta, “Il Toro del Bronx”  era di origine messinesi, nacque e crebbe nel Bronx di New York City. Fu campione del mondo dei pesi medi dal 1949 al 1951, si scontrò contro i migliori pesi medi del tempo: Marcel Cerdan, Ray Sugar Robinson e il nostro Tiberio Mitri. Una ricostruzione della sua vita, della sua figura venne portata nei fu ricostruita nel film Toro scatenato, di Martin Scorsese. Nei panni del pugile c’era Robert De Niro che regalò al mondo interno (intero) una leggendaria interpretazione. Rocky “The Rock” Marciano, vero nome Rocco Marchegiano, nacque a Brockton (Massachusetts) nel 1923 di origini abruzzesi, i genitori erano di Ripa Teatina e avevano lasciato il paese nei primi anni del novecento. Marciano è considerato come uno dei pugili migliore di tutti tempi, fu campione del mondo dei pesi massimi dal 1952-1956 e fu l’unico peso massimo a ritirarsi imbattuto per quarantatre incontri. Thomas Rocco Barbarella, conosciuto come Rocky Graziano fu un altro esponente illustre del mondo italo americano che raggiunse la vetta sportiva nel pugilato. Rocky era di origine mista, cioè abruzzese e siciliana. Nacque a Brooklyn, Broccolino nello slang italo-americano. Dopo un’adolescenza turbolenta si avvicinò allo sport che poi lo consacrò nel mondo intero: la boxe. Divenne campione del mondo dei pesi medi nel 1947 vincendo l’incontro contro il temibilissimo Tony Zale. Nella sua carriera si scontrò anche con il grandissimo Sugar Ray Robinson. La sua vita fu trasportata al cinema dal regista Robert Wise che diresse il film Lassù qualcuno mi ama ( 1956) dove nei panni di Graziano c’era il mai dimenticato Paul Newman. Tra gli anni trenta fino ai sessanta, gli italo americani furono i dominatori indiscussi della boxe americana. Non solo combattenti ma anche allenatori,fra cui Angelo Dundee leggendario allenatore di Muhammad Alì cheera nato a Filadelfia da genitori calabresi. Calabresi furono anche  gli allenatori del “Meraviglioso” Marvin Hagler, i fratelli Guerino “Gody” Petronelli e suo fratello Pasquale detto “Pat”.

Il tratto che accomuna tutti questi grandi campioni e allenatori era l’essere nati in quartieri popolari delle grandi metropoli. Quartieri come Little Italy, o altre realtà  che divennero agglomerati multietnici. Gli italiani che si insediarono in questi quartieri riuscirono a mantenere le proprie radici e trasmetterle ai propri figli. Un profilo di italianità che si rinforzo’ tramite lo svolgimento di eventi rituali come processioni religiose e trasposizione delle feste tradizionali dei luoghi di provenienza nei rispettivi quartieri dove gli italiani si erano stabiliti. Quindi, i campioni citati prima, di fatto anche se americani di nascita, culturalmente erano italiani e in seguito seppero fondere queste due anime così distanti. Il melting pot italiano era sostanzialmente racchiuso in questo processo culturale. Per avere un altro campione nostrano in terra americana bisognerà aspettare l’entrata in scena di Vito Antuofermo, che a differenza dei suoi predecessori fu un po’ un ritorno alle origini. Nato in Italia, decise di emigrare in America in cerca di fortuna e la trovò perchè divento campione del mondo dei pesi medi nel 1979.

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