Gian Carlo Caselli risponde a sei domande sul sistema giustizia


15 Giu , 2020|
|Visioni

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N.d.R. Nel 2019 scoppia l’inchiesta della Procura di Perugia- competente per le indagini sui magistrati di Roma- del caso “Palamara” accusato di corruzione. Quando le carte dell’inchiesta della procura di Perugia sono state depositate, diversi giornali hanno pubblicato estratti di chat e pezzi di intercettazioni che hanno rivelato l’intreccio di alleanze interne, nomine pilotate e rapporti sempre più stretti tra politica e magistratura.

Fra le varie persone sentite, Giovanni Legnini, ex vice presidente del CSM e attuale Commissario straordinario di Governo alla ricostruzione per le zone del terremoto del 2016 e 2017, ha reso dichiarazioni importanti proprio sui sistemi di nomina: “I consiglieri laici del centrodestra sostenevano con determinazione queste due nomine (Carlo Maria Capristo e il giudice Argentino); tutta la componente di Unicost era schierata su Capristo”. Aggiunge anche di aver contribuito a far perdere a Capristo la sfida per la Procura generale di Bari, vinta da Anna Maria Tosto “appoggiata da Area e da gran parte dei laici”. Quando, sempre Capristo, corse per Taranto, “la sua candidatura fu sostenuta anche da alcuni consiglieri che non lo avevano votato per la Procura generale… Ovviamente ci fu un impegno di Unicost molto deciso”. Capristo, ex capo a Trani, sarà arrestato a maggio 2020 per tentata concussione.

Per quello che attiene la nomina alla procura di Trani, Legnini chiarisce “la nomina per cui vi fu un particolare impegno di Palamara fu per il posto di procuratore di Trani. Palamara sostenne fortemente la nomina del dottor Di Maio, che era stato indicato in precedenza per altri uffici. Ricordo che mentre era in istruttoria la nomina della Procura di Chieti, la mia città, Palamara mi disse che voleva proporre il dottor Di Maio. Io, anche in questa circostanza, fui inflessibile nel senso che pretendevo che venisse nominata la persona più titolata”.

Dentro la redazione de La Fionda è nata l’esigenza di approfondire questa tematica soprattutto indagando sulla deriva delle divisioni in correnti interne alla magistratura, ma anche sugli attuali equilibri tra politica e magistratura. Ringraziamo, quindi, il dott. Gian Carlo Caselli[1] che si è gentilmente prestato a rispondere alle nostre sei domande.

L’inchiesta della Procura di Perugia sul caso “Palamara” ha portato alla diffusione del contenuto delle chat presenti nel cellulare dell’ex presidente dell’ANM e membro togato del CSM, rivelando un sistema di pre-selezione dei magistrati fuori dalle sedi competenti e sulla base di vincoli di corrente e strettamente personalistici. Queste degenerazioni del sistema delle correnti interne della magistratura erano già trapelate, ma adesso è esplosa nella sua potenza. Secondo lei, quali sono state le cause scatenanti e come se ne esce?

La magistratura dell’epoca repubblicana non “nasce” indipendente.  Per un lungo periodo, nonostante la Costituzione, di fatto costituisce (sia pure con lodevoli eccezioni) “un corpo burocratico chiuso […] collocato culturalmente, ideologicamente e socialmente nell’orbita del potere” (Luigi Ferrajoli). Questa magistratura si era inventata la categoria delle norme costituzionali “programmatiche” non suscettibili di applicazione diretta; attestava l’inesistenza della mafia o che gli infortuni sul lavoro erano mere fatalità; conviveva con il “porto delle nebbie” della procura di Roma; occultava in un armadio (“della vergogna”) centinaia di fascicoli sulle stragi nazi–fasciste.  Contro questa commistione con i luoghi del potere politico, tra gli anni Sessanta e Settanta la magistratura (quanto meno in gran parte) intraprese una lunga marcia verso una reale indipendenza seguendo la strada tracciata dall’art. 101 della Costituzione. Che vuole i giudici “soggetti soltanto alla legge”, escludendo quindi ogni altra dipendenza, si tratti di “palazzi” o di contingenti maggioranze o di potentati economico-politici etc.

 Nella lunga marcia verso l’indipendenza un ruolo determinante hanno avuto le correnti, nate come veicoli di dibattito e orientamento culturale (pubblico e trasparente). In particolare, esse sono risultate assai utili per incrinare l’estraneità dei giudici rispetto alla società civile e per cercare di introdurre in un corpo burocratico il rifiuto del conformismo (inteso come gerarchia, logica di carriera, giurisprudenza imposta dall’alto, passività culturale: tutti fattori di subalternità alla politica). Via via il sistema giudiziario è diventato strumento sia di emancipazione dei cittadini sia di controllo dell’esercizio dei poteri ‘forti’, pubblici e privati.  I quali, si sa, preferiscono i “servizi” alle decisioni imparziali. Perciò hanno reagito, con attacchi spesso forsennati, contro il “nuovo” indipendente esercizio della giurisdizione, paventando controlli prima impensabili.

Malauguratamente, proprio in corrispondenza con tali attacchi, le correnti hanno subito un’involuzione deteriore.  Invece di perfezionare e potenziare la funzione di luogo di confronto delle idee e degli orientamenti culturali che meglio avrebbe consentito di arginare l’assalto alla   giurisdizione, esse hanno registrato -quale più quale meno- una progressiva trasformazione in cordate di potere per il conferimento clientelare di incarichi e la nomina di dirigenti. Dando così vita ad un quadro purtroppo risalente nel tempo, ma di recente (con il “caso Palamara”) esploso con fragore dirompente clamoroso, in forza del quale nella percezione collettiva la trasformazione è tracimata in degenerazione.

Distribuiti nel tempo, sono vari i fattori scatenanti di questa involuzione progressiva delle correnti:

  • L’abolizione delle Preture con le relative Procure, che ha ridotto di circa la metà il numero dei posti direttivi o semidirettivi complessivamente a disposizione (riduzione poi acuita con l’accorpamento di vari tribunali), con conseguente minor “trippa” per i gatti più o meno “famelici” –absit iniuria…- che ci sono in ogni corrente, sia pure in misura stellarmente diversa;
  • La controriforma dell’ordinamento giudiziario, voluta nel 2002 dal ministro ing. Roberto Castelli, con la quale fu introdotto un sistema elettorale del CSM basato su candidature individuali scollegate che (ed era assai facile prevederlo) invece di ridurre il potere delle correnti in pratica lo aumentò in misura esponenziale;
  • La legge n.150 del 2005 (modificata nel 2007), che sostanzialmente ha portato al risultato di disegnare per la magistratura il profilo di una nuova carriera, di tipo gerarchico-arrivista, incubatrice di nuovi appetiti e nuove logiche;
  • L’impossibilità/incapacità (constatata l’inadeguatezza del solo criterio gerontocratico) di ancorare gli altri criteri di scelta dei dirigenti – attitudini specifiche, esperienza, risultati concreti – a parametri di almeno relativa oggettivazione;
  • L’eclissi della questione morale che ha colpito il Paese e della quale (più o meno inconsapevolmente) ha risentito anche una parte dei magistrati, posto che essi   non vivono di certo in compartimenti stagni.

Un tempo le correnti interne alla magistratura rappresentavano opzioni culturali. Ci sono ragioni che giustificano, oggi, l’organizzazione in associazioni per l’autogoverno? Fino a quanto sono realmente necessarie?

L’inchiesta di Perugia ha squadernato un vergognoso groviglio di caotiche trattative, scontri e manovre, accordi opachi, baratti di posti.  Con l’ “appartenenza” che  è spesso diventata criterio dominante  per la scelta dei capi degli uffici giudiziari. Ne è scaturita una crisi senza precedenti che ha investito la credibilità stessa della magistratura tutta (anche della parte incolpevole, che rimane a mio avviso quella assolutamente preponderante).

 In crisi da precipizio sono soprattutto le correnti, ma ciò non toglie che ancora oggi esse possano essere utili e persino necessarie. Purché l’ANM sia capace di uno scatto d’orgoglio che porti ad un rinnovamento convinto e profondo, non solo di facciata, che le restituisca credibilità e affidabilità. Anche per “legittima difesa”: è infatti ovvio che nella situazione data per guarire c’è bisogno di riforme radicali tanto quanto occorre ossigeno per i malati di covid-19; ma è altrettanto ovvio che l’ANM deve poter interloquire con i relativi progetti senza trovarsi schiacciata in una posizione mortificante. Altrimenti rischia di andare a sbattere l’intera magistratura. Se non altro perché si dovranno fare i conti con le forze (quelle da sempre insofferenti per l’esercizio davvero indipendente della giurisdizione) che cercheranno di imprimere alle riforme una torsione verso un “regolamento di conti” con la magistratura.

Di quali riforme ha davvero bisogno il sistema giustizia, ad oggi?

Ai problemi tradizionali, cronici, della giustizia italiana La pandemia ne ha aggiunto un altro che si dovrà necessariamente affrontare a breve prima di ogni altro. Mi riferisco al colossale arretrato che il lungo blocco delle attività giudiziarie ha causato e che si aggiunge all’arretrato storico pesante come un macigno che si trascina da decenni. Smaltire tutto questo arretrato (vecchio e nuovo), facendo nel contempo fronte al lavoro che quotidianamente ricomincerà ad affluire negli uffici giudiziari, sarà un’impresa davvero titanica.

Per non naufragare, si deve avere l’audacia ed il coraggio di intervenire non con aggiustamenti ma con decisioni e scelte radicali veramente innovative, a partire dalle norme che regolano la formazione ed il funzionamento del CSM.

Quanto alla giustizia, qui non è materialmente possibile svilupparla, ma un’idea io ce l’avrei, anche se tutte le volte che l’ho formulata (e non c’era ombra di pandemia) mi sono tirato addosso reazioni furibonde di molti giuristi (soprattutto avvocati). Sarebbe l’abolizione del grado di appello.

Oltre ad allineare il nostro sistema agli altri paesi di rito accusatorio, si potrebbe cancellare l’arretrato (quello di ieri e quello dovuto al Covid 19) in un paio d’anni. I magistrati ed il personale amministrativo oggi impiegati in appello sarebbero destinati soltanto a questo scopo.  Dopo di che potrebbero essere convogliati sul primo grado (razionalizzando i criteri di assegnazione monocratica), con evidente accelerazione dei tempi del processo che – con un grado in meno- già di per sarebbero molto abbreviati.  Così, il male cronico della nostra giustizia, la durata biblica dei processi, avrebbe finalmente qualche prospettiva di guarigione.

L’ obiezione (indubbiamente seria e pesante) è che diminuirebbero le garanzie. Ma la vera garanzia sta in un processo breve che possa puntare ad una giustizia certa. Non in un processo che è diventato un percorso infinito, pieno di trappole, che garantisce solo chi può e conta, mentre sono di fatto arretrate le garanzie verso il basso, vale a dire effettivamente applicate anche ai soggetti più deboli.  Con il triste risultato di un “doppio” processo, negazione non solo di reali garanzie, ma anche di principi di equità. 

Secondo lei, si può parlare di “doppio Stato” in Italia? E se sì, quanto pesa e condiziona?

A questo tema Guido Lo Forte ed io abbiamo dedicato di recente un libro intitolato “Lo stato illegale”, edito da Laterza. La sua chiave di lettura è il cosiddetto poli-partito della mafia, una formula usata da Carlo Alberto dalla Chiesa (in un colloquio con Spadolini in occasione del suo insediamento come Prefetto a Palermo) a significare il rapporto di compenetrazione illecita fra Cosa nostra e alcuni settori della politica e del mondo “legale” in genere. Finchè ci sarà tale compenetrazione (ancora oggi esistente) si potrà parlare di doppio stato. Un problema per la qualità della nostra democrazia – ieri oggi e domani – che vale per tutte le mafie.

Come ricostruire un equilibrio serio tra magistratura e politica, uscendo dalla contrapposizione sterile tra garantismo strumentale e politicizzazione della magistratura?

In democrazia non può esservi dubbio sul “primato della politica”. Vale a dire che spetta alla politica, e ad essa soltanto, operare le scelte finalizzate al buon governo. Nessun altro può arrogarsi questa funzione. Meno che mai la magistratura.  Il fatto è che proprio alla magistratura, e alle forze dell’ordine, sono stati delegati a ripetizione, da 25 anni a questa parte, gravi problemi che la politica non ha voluto o saputo affrontare o risolvere. E’ successo per la mafia, il terrorismo brigatista, lo stragismo, i poteri deviati e la P2; la corruzione, la sicurezza sui posti di lavoro, l’evasione fiscale, la sicurezza agroalimentare, la tutela dell’ambiente e della salute, la bioetica.

Attenzione, però. Delega sì, e ripetuta, ma sempre con una riserva: una specie di “asticella” da non oltrepassare, non scritta ma ben chiara.  Perché oltrepassandola si toccano certi interessi “forti”, che non ci stanno. E reagiscono con attacchi alla magistratura accusandola di nefandezze varie, in particolare di giustizialismo e politicizzazione. Accuse lanciate seguendo il canone della propaganda ingannevole che la ripetizione assillante   alla fine fa sembrare veri anche i falsi grossolani.  

Con la conseguenza che se ad essere messi sotto accusa sono i magistrati, invece dei “briganti”, costoro faranno meno fatica a ricostruire le fortificazioni sbrecciate dalle inchieste.

Finché durerà questo andazzo, altro che riequilibrio fra politica e magistratura!

Dal 1999 al 2001 Lei è stato Direttore generale del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Cosa pensa della nomina da parte del Guardasigilli Bonafede sulla nomina di Basentini e della polemica innescata da Di Matteo circa la sua mancata nomina come direttore generale DAP promessa- secondo Di Matteo- e poi mai realizzata?

 Come ho scritto su “Il fatto quotidiano” penso che da un lato avrebbe giovato una chiara ammissione del ministro: vale a dire che, ferma restando la sua autonomia in scelte di quel livello, era e rimane criticabile la nomina   a capo del Dap non di Di Matteo, ma di un magistrato con ben altre caratteristiche. Nello stesso tempo Di Matteo avrebbe potuto convincersi che abbandonare il proprio cuore alla tristezza e alle recriminazioni non aiuta. Rischia anzi di lasciare macerie sul terreno dell’antimafia   anche una volta finiti i rantoli di questa contrapposizione.

Un contrasto   fra persone perbene (Di Matteo e Bonafede), ambedue ben consapevoli che ci si può dividere su tutto ma non nella lotta alla mafia, alla fine rischia di provocare lacerazioni profonde: nel surreale clima creato ad arte da chi fino a ieri considerava Di Matteo un laido giustizialista incompatibile con lo stato di diritto; e oggi invece lo usa strumentalmente come uno splendente totem in funzione anti-Bonafede.


[i] Magistrato in pensione dal dicembre 2013 – entrato in Magistratura nel dicembre 1967 – è stato giudice istruttore a Torino e si è occupato a lungo di inchieste sul terrorismo (Brigate rosse e Prima linea). Dal 1986 al 1990 è stato componente del Csm eletto nelle liste di Md. Rientrato a Torino come presidente della Corte d’Assise, nel 1992 fu trasferito a Palermo subito dopo la morte di Falcone e Borsellino. Successivamente è stato capo del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) e rappresentante italiano in Eurojust, struttura di coordinamento delle indagini transnazionali. Infine ha ricoperto la carica di Procuratore generale di Torino e poi Procuratore della Repubblica. Attualmente dirige, presso Coldiretti, la segreteria scientifica dell’Osservatorio sulla criminalità nel settore agroalimentare.

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