Stati generali: siamo il terzo stato e non siamo stati neanche invitati


16 Giu , 2020|
|Sassi nello stagno

l 3 giugno (2020) il Presidente del Consiglio Conte decide di convocare una serie di incontri sul futuro economico dell’Italia. Tali incontri si terranno al di fuori delle assemblee elettive, rappresentative del popolo, a villa Pamphili a Roma. Si partecipa su invito e, tra un calice di champagne e una tartina, con il metodo della cooptazione dall’alto vengono scelte le “parti sociali”, il gotha delle élite economiche e finanziarie, le istituzioni UE, i principali manager e lobbisti e “singole menti brillanti” (sic!) che parteciperanno agli stati generali.


Conte ha voluto rievocare Luigi XVI e ci sto: mi piace l’analogia con il 1789, soprattutto per come andò a finire.

La Francia di fine ‘700 viveva da decenni sull’orlo del baratro economico. La crisi finanziaria era iniziata con il forte indebitamento dovuto alla guerra dei 30 anni e, aggravata dal finanziamento della partecipazione francese alla guerra d’indipendenza americana, non aveva ancora trovato soluzione. Nonostante le svariate ricette (ispirate a politiche di austerità) tentate tra gli altri da Turgot, Necker, Law, Calonne, ultimi ministri delle finanze della monarchia, la bancarotta dello Stato era sempre alle porte. L’8 agosto 1788 Luigi XVI decise dunque di convocare gli Stati Generali per il 5 maggio 1789. E tra le tante analogie con l’oggi, ecco tornare i 3 stati. Il primo (il Clero, oggi la UE e il governo) custodisce il sistema, il secondo (l’aristocrazia, oggi corporation e grandi gruppi economici e finanziari) ne aproffitta, il terzo (oggi, come allora, commercianti, professionisti, contadini, lavoratori) lo paga.


Ebbene, il terzo stato non è stato invitato. Gli Stati Generali vengono chiusi agli occhi del popolo e divengono dialogo a due tra “clero” e “aristocrazia”. La stampa resta fuori dalle ville del potere: gli Stati Generali si svolgono a porte chiuse con il “favore delle segrete”. Nel frattempo, il popolo pressa metaforicamente ai cancelli di Villa Pamphili richiedendo “pane”: le 14 settimane totali di cassa integrazione sono già finite mentre molti non hanno ancora ricevuto nulla da marzo, la metà delle micro e piccole imprese non hanno ancora ricevuto né il fondo perduto, ma nemmeno i prestiti garantiti dallo stato (già ad aprile), i lavoratori e le imprese stagionali sono ormai in larga parte condannate, le start up si vedono negare (in modo incostituzionale) persino il credito d’imposta per gli affitti commerciali, cresce l’inoccupazione e da settembre arriverà il boom di licenziamenti e disoccupazione.
Alla Pallacorda, compagni!

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