“La disinformazione felice”. Una interpretazione culturale delle fake news a proposito di un libro di Fabio Paglieri.


19 Giu , 2020|
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“Cercava la verità e quando la trovò ci rimase male, era orribile, deserta, ci faceva freddo”. (E. Flaiano)

1. Fake news e voti poco graditi

Il dibattito pubblico ha da tempo individuato nelle fake news circolanti sulla Rete un facile bersaglio attorno al quale consolidare un pensiero conformistico e sostanzialmente ricco di banalità. Il mainstream giornalistico e politico è mobilitato più o meno dal 2016 contro la disinformazione che caratterizzerebbe la comunicazione online. L’Unione europea, tramite la Commissione, ha istituito una task force di esperti che di concerto con le grandi piattaforme digitali, mediante l’adozione di protocolli che assegnano rilevanti funzioni proprio ai grandi operatori del web, mira ad azioni di monitoraggio e di controllo dei contenuti che vengono diffusi dagli utenti. Francia e Germania hanno approvato leggi che disciplinano, rispettivamente, la comunicazione politica online durante le campagne elettorali e la rimozione immediata di contenuti dalla Rete qualora siano valutati illeciti. Attualmente nel Parlamento italiano riposano quattro disegni di legge di iniziativa parlamentare che mirano ad istituire, con varie articolazioni, una Commissione parlamentare sulla informazione tramite Internet. E si potrebbe continuare.

A volere leggere in chiave squisitamente politica l’allarme generale sulle fake news, si potrebbe notare che nel 2016 si verificano tre eventi elettorali che rovesciano tanto le previsioni quanto le aspettative delle élite economico-politico dominanti: il referendum Brexit, l’elezione di Trump e infine il referendum costituzionale italiano. Lo sconcerto planetario degli sconfitti è tale che subito parte la caccia alle streghe: i terribili hacker russi in primo luogo, poi i vari untorelli del web che avrebbero traviato intere popolazioni, le quali solo due anni prima erano invece un esempio specchiato di saggezza (come ad esempio il corpo elettorale nostrano delle europee del 2014).

L’opinione pubblica liberale progressista non può accettare una semplice sconfitta politica, ha bisogno di riaffermare la supremazia morale delle sue posizioni contro i gretti populisti: così scatta l’appello alla mobilitazione per la Verità contro la menzogna. La quale menzogna, ovviamente, corre solo sui canali del web mentre i media tradizionali ne sarebbero del tutto esenti. Ne sortiscono provocazioni giornalistiche come chiudere Internet, iniziative politiche fatte di annunci su Commissioni di inchiesta oppure, quando va bene, la fioritura di una copiosa letteratura sociologico-politica nemmeno sfiorata dal dubbio che forse i voti non si prendono perché si “comunica bene” ma semmai è l’inverso, la comunicazione è efficace perché ci sono gli elettori.

Il dibattito si sposta così dalla politica per investire direttamente il rapporto tra la democrazia e la sfera della conoscenza e della cultura. I più conseguenti, e forse sinceri, posizionano al centro il punto chiave della competenza scientifica dell’elettorato per contestare direttamente il suffragio universale. Anche questo principio della modernità viene percepito come un lusso che “non si ci può più permettere”, con un gergo che ricorda l’atteggiamento liberista verso la spesa pubblica per i diritti sociali. La democrazia andrebbe sostituita o quanto meno integrata con elementi di epistocrazia, cioè con il governo della scienza e degli esperti. È il senso della proposta di Jason Brennan (Contro la democrazia,tradotto in italiano con una prefazione di Sabino Cassese). Con buona pace degli articoli 1, 2, 3 e 48 della Cost. si inizia a discutere seriamente di limitare il suffragio. Se la verità deve governare è bene togliere al popolo la possibilità di sbagliare; o di essere ingannato mediante il web. Il tutto a fin di bene, ovviamente.

2. Per un materialismo delle ‘bufale’

In questo contesto, accanto alla ragionevole e doverosa considerazione del ruolo che le grandi piattaforme digitali giocano nel sistema democratico quali soggetti della sfera pubblica, emerge spesso un atteggiamento apocalittico che, mettendo insieme esecrazione dei movimenti populisti e informazione online, traccia uno scenario alquanto fosco per la libertà di informazione e per la democrazia. Questo pessimismo, quando non sfocia in propositi di censura o in invettiva elitista contro il suffragio, non ha solo motivazioni politiche ma è sostenuto da ragioni culturali ben più profonde e meritevoli di comprensione.

In questa direzione va il meritorio libro di Fabio Paglieri, dal provocatorio e stimolante titolo, La disinformazione felice. Cosa ci insegnano le bufale (Il Mulino, 2020). L’Autore, ricercatore presso l’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Cnr, compie una operazione culturale di cui dovrebbero tenere conto esperti di comunicazione, politologi e giuristi. Le “bufale” vengono sottratte al dibattito moralistico o politico, nonché alla mera statistica, per essere invece trattate come un problema filosofico e antropologico del nostro tempo, dunque come una questione epistemologica. La tesi centrale è che nella valutazione della disinformazione «non bisogna confondere cause ed effetti: le bufale infatti sono solo il sintomo di cambiamenti radicali nei modi e nei contesti in cui tutti noi ci procuriamo informazioni – sono, in altre parole, un effetto secondario potenzialmente nefasto (come molti effetti secondari) della nostra nuova ecologia dell’informazione» (p. 7). Ne derivano tre corollari controcorrente che l’Autore sviluppa nel testo, tra aneddotica personale e riflessione su casi storici: a) «Le bufale sono un patrimonio da valorizzare»; b) «Occorre spostare l’attenzione dalle bufale come oggetto mediatico a noi stessi some soggetti epistemici»; c) «Le bufale non devono farci paura» (pp. 8-10).

Si tratta di un rovesciamento sostanziale della retorica che alimenta quotidianamente le discussioni sulle fake news, un cambio di paradigma che, per usare categorie filosofiche, segna un passaggio da una prospettiva idealista e moralista ad una decisamente materialista e cognitivista. Dietro l’idea che le libertà individuali siano minacciate dai nuovi apparati della tecnica vi è una antropologia sostanzialmente postmoderna, in cui il soggetto non è dotato di una stabilità oggettiva ma risulta portatore di una identità labile che si riformula continuamente a seconda dei contesti nei quali risulta situato. Trattasi di una visione dell’individuo in cui la soggettività tende ad evaporare nel confronto con la struttura sociale, riducendosi da un lato alla mera corporeità, come enfatizzato dalla cosiddetta biopolitica, e dall’altro alla indeterminatezza spirituale. La soggezione ai dispositivi potenzialmente totalitari del potere, anche di quello razionale rappresentato dalle istituzioni statali, si rifletterebbe anche nelle attitudini manipolatorie dei sistemi di comunicazione. Non è in gioco solo la nota capacità del potere di utilizzare le folle in quanto tali, ma l’idea più puntuale di una identità soggettiva debole e plasmabile perché costituzionalmente priva di una essenza oggettiva. Sono stati già gli studi della Scuola di Francoforte a gettare ombre sulla pervasività manipolatoria degli apparati sociali, ed in primo luogo di quelli riferibili alle comunicazioni di massa.

Oggi si teme che tra algoritmi e disinformazione la coscienza del cittadino che si avventura nel mare magnum delle piattaforme sociali sia esposta a condizionamenti e a influenze psicologiche capaci di inficiarne l’autonomia di giudizio, di minarne cioè pesantemente l’essenza antropologica della libertà. Questo pessimismo, a volte razionale altre apocalittico, muove da una visione del rapporto tra uomo e tecnica molto sbilanciato. La tecnica viene considerata esterna alla realtà del soggetto, quasi una entità maligna che costantemente rischia di comprometterne la natura essenzialmente buona. Questa è la premessa antropologica retoricamente diffusa e spacciata soprattutto ai giovani.

3. Il problema siamo noi. Da Cappuccetto Rosso a Pollicino

Trasferendo questo paradigma al mondo di Internet, l’immagine che emerge, come è efficacemente indicato da Paglieri, è quella dei cittadini come ingenui e candidi Cappuccetti Rossi che si inoltrano a loro rischio e pericolo nella foresta della comunicazione digitale pronti ad essere sbranati dal Lupo Cattivo (p. 17) delle fake news o degli algoritmi prefabbricati. La presunta innocenza da proteggere determina come reazione un approccio necessariamente paternalistico, ove la povera vittima deve essere salvata dai malefici profeti della Rete pronti ad abusare della sua credulità.

Questa visione «dei cittadini come minus habens […] a parte essere piuttosto offensiva, trascura due fatti essenziali» (p. 13), vale a dire, in primo luogo, che ogni essere umano è dotato, sino a prova contraria di capacità di discernimento e di valutazione delle informazioni che si trova di fronte, ed in secondo luogo, che tutti noi oltre ad essere destinatari passivi dei contenuti digitali siamo in realtà anche in grado di produrli o di diffonderli. Sicché la favola dell’utente innocente rischia di rovesciarsi ben presto in quella dell’artefice maligno, agente a sua volta della disinformazione.

Il problema vero è che la tecnica siamo noi, i dispositivi non tradiscono la nostra natura ma ce la rilevano, ci mostrano quello che siamo. La diffidenza verso la tecnologia, anche animata dalla migliore intenzione di recuperare un primato umanistico dell’individuo sugli strumenti, rischia di essere un efficace retorica consolatoria con un valore più emotivo che culturale; quando non diventa pretesto per concezioni paternalistiche e autoritarie. La vera mossa umanistica da compiere è quella di riconoscere che dietro le fake news c’è proprio l’umanità e niente altro, con le sue imperfezioni e la sua storicamente incerta capacità epistemica. Occorre prendere consapevolezza che le bufale non sono il centro del problema, che nasce invece «dall’incontro tra le nostre pratiche conoscitive e comunicative consolidate e un contesto informativo radicalmente mutato, e tuttora in rapida e costante evoluzione» (p. 16).

Posto che la disinformazione è sempre esistita ed esisterà ancora; che la libertà di espressione deve essere garantita a chiunque, anche a chi sostiene opinioni non solo non in linea coi valori dominanti ma anche palesemente infondate; e che il rapporto tra democrazia e scienza non è affatto eludibile e non può essere risolto né a favore degli “esperti” e né della opinione della folla, l’atteggiamento più costruttivo è quello di un sano realismo che dovrebbe ispirare tanto la legislazione quanto la sfera deontologica delle piattaforme digitali e delle professioni della comunicazione. Prevedere quindi poche regole semplici, operare sugli «atteggiamenti epistemici e sulle loro conseguenze», utilizzare le bufale «come risorsa, non come nemico da abbattere» (p. 188) in una guerra che, per scarsità di realismo, pare persa in partenza e destinata ad alimentare istinti di frustrazione censori e proibizionisti. La disinformazione, pertanto, a differenza della decrescita, può riservare qualche sorpresa piacevole non appena si muta atteggiamento. La figura tutelare non deve essere Cappuccetto Rosso ma Pollicino (p. 235). Pollicino non è ingenuo e tende a non fidarsi troppo di quello che gli viene raccontato, quando entra nel bosco adotta subito strategie di difesa che gli consentono di ritrovare la via. Si può vivere disinformati e felici adottando qualità come creatività, pazienza e disciplina, umiltà e amor proprio, tolleranza e educazione, senza trascurare l’opportuno senso dell’ironia (p. 233-4). Questo libro di Fabio Paglieri è una ottima guida per un approccio realistico alle insidie dell’informazione online, da cui prendere le mosse anche nelle scienze politiche e giuridiche per le tante conseguenze che una premessa errata può determinare. Questioni cruciali come la concezione della democrazia deliberativa, il rapporto tra scienza e democrazia o i limiti alla libertà di espressione, possono subire una declinazione o l’altra a seconda della visione che c’è dietro. Inoltre, non dimentichiamo Ennio Flaiano: «Una volta credevo che il contrario di una verità fosse l’errore e il contrario di un errore fosse la verità. Oggi una verità può avere per contrario un’altra verità, altrettanto valida, e l’errore un altro errore».

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