L’UE nella storia


20 Giu , 2020|
|Si fa presto a dire Europa|Visioni

La valutazione della relazione UE-Italia è stata avvertita soprattutto come un affare da economisti. Per questo a suo tempo ci si è affidati a Mario Monti, che è assurto, per un certo periodo, a garante sia dell’Italia sia – particolarmente – dell’UE in Italia. Le cose poi non sono andate così bene per noi, anche se Monti ritiene di aver salvato l’Italia proprio attraverso i suoi buoni uffici a Bruxelles. Così è stato disarcionato e ha perso, lui, di credibilità. Ma l’UE no; e la sinistra, con qualche contraddizione, continua a sostenerla perché si dichiara convinta che non solo non esista alternativa, ma anche che senza UE l’Italia sarebbe perduta. Nei fatti i vertici europei hanno ricambiato propiziando e sostenendo i governi a guida PD e ora il Conte bis.

 Questi i fatti a cui si dovrebbe aggiungerne almeno un altro: in questi ultimi venti anni l’Italia è gravemente declinata in molti settori, economici e non. Le cause sono principalmente interne. Ma la cospicua cessione di sovranità – avvenuta quasi di nascosto – a favore di un organismo sovranazionale come l’UE era veramente la soluzione, soprattutto l’unica soluzione, al declino dell’Italia?

 Non era – e non è – possibile ricercare una risposta consultando esclusivamente gli economisti. Se l’UE governa settori importanti dei Paesi membri, e su molti altri incide direttamente o indirettamente, se cioè l’Italia è qui ordinata (precipuamente) da chi italiano non è, la questione parrebbe anche, forse prima, culturale e antropologica. In Italia molti sono ancora rapiti, per ragioni ideali o di (sperata) convenienza, dalla prospettiva di costruire gli Stati Uniti d’Europa; ma vi è da domandarsi se altrettanto vogliano i nostri partners, anche quelli che sembrerebbero convinti europeisti. Su questo l’economia non può dire; il campo è della storia.

 Cosa fecero i romani in Gallia? O i barbari in Italia? Quanti sanguinosissimi conflitti tra Spagna, Austria e Francia? E nel Novecento cambiò forse qualcosa negli schieramenti in campo nei due conflitti mondiali? Ancora europei contro europei. La storia dell’Europa – delle sue nazioni, dei suoi Stati, dei suoi territori – non è mai stata una storia di unità, ma di violenta contrapposizione, di rivalità mortali, di guerre di spietata conquista, di divisione su tutti i fronti: una divisione il cui solco, invece di suturarsi, si è allargato proprio in età moderna. Nel Cinquecento si è frantumata l’unità religiosa; nel Settecento l’unità giuridica con il progressivo venir meno del vigore del diritto romano comune – appunto lo ius commune europaeum – sostituito dai vari diritti nazionali, ciascuno dei quali escludente ogni altra fonte proveniente ab externo; tra Sette e Ottocento è poi scomparso il latino che aveva assicurato, almeno tra i dotti, una comunanza linguistica dai tempi dell’impero romano e per tutta l’epoca medievale e rinascimentale.

 Questo ci restituisce la storia d’Europa: odi inveterati, rivalità, ricerca della supremazia o del dominio assoluto. Tutto ciò non ha lasciato nessuna traccia nel profondo dei molti popoli europei?

 E l’Italia? A parte la Repubblica di Venezia, è sempre stata terra di scontro e di conquista: dopo gli arabi, spagnoli, francesi, austriaci sono a più riprese calati in Italia, si sono affrontati con i loro potenti eserciti, si sono spartiti i territori governando bene o male o malissimo, ma  si sono sempre condotti da dominatori. Fino a un secolo fa – ce lo siamo quasi dimenticato – una parte importante del Nord Italia era una provincia – nel senso romano – dell’impero austro-ungarico. Da noi e presso di noi tutto questo non ha lasciato proprio nessuna traccia?

 Interrogativi che ne introducono un altro su cui occorrerrebbe indagare e discutere senza riserve: siamo sicuri che in nessuno dei nostri cari partners europei sia scomparsa del tutto la volontà di potenza? E l’Italia ha orgogliosamente dismesso la sua atavica disposizione a ricevere protezione e ad offrire in cambio, ai protettori di turno, sottomissione e alleanza? Da questo punto di vista la storia, anche quella novecentesca, dovrebbe consegnare – a noi e agli altri – elementi di riflessione, per esempio, circa una certa nostra arrendevolezza e anche circa la nostra, e l’altrui, lealtà.  Di tutto ciò si parla poco o niente, ossessionati come siamo – qui, in Italia – dal demone del presentismo e da molta superficialità, come quando insistiamo giustamente sul nazismo come male assoluto ma poi omettiamo di analizzare fino in fondo le ragioni del suo sorgere e della sua ascesa in Germania.

 Si sarebbe dovuto indagare nella storia d’Europa, nelle sue luci e nelle sue ombre, soprattutto nelle sue ombre scendendo fino ai bassifondi. Ma non lo si è mai fatto e abbiamo accettato la creazione di questa UE e abbiamo aderito all’euro – anzi, lo hanno fatto da soli i nostri dirigenti politici – quasi si trattasse di metter su una compagnia internazionale di mutuo soccorso.

 Eppure una semplicissima indagine geopolitica sarebbe stata – ed è necessaria – per mettere meglio a fuoco i nostri partners europei. Prendiamo la Francia: quella attuale, non quella colonialista che collochiamo subito in secoli lontani. Ma ancor oggi la Francia di colonie ne ha più di una al punto che nominarle tutte qui porterebbe via troppo spazio: se qualcuno fosse interessato può fare un passaggio da internet; e visto che è lì potrebbe allungare l’occhio anche su Spagna e Olanda. Si può invece risparmiare l’Inghilterra, ma solo perché c’è stata Brexit. L’Italia – per fortuna – non ha nulla: forse perché ha raggiunto tardi l’unità nazionale e ancor più tardi si è dotata del cosiddetto impero. Ma nei territori delle sue ex colonie – mentre in quattordici paesi africani il franco africano francese ha continuato ad imperare fino ad oggi e in otto di essi continuerà anche in futuro – l’Italia non conta più niente e, però, in quei territori, dove essa un interesse economico pur ce l’aveva, si sta facendo sempre più presente l’influenza di Russia e Turchia. Qui ha ragione Dino Cofrancesco: è diffusa da noi una specie di schizofrenia perché, mentre la cultura ufficiale – programmi scolastici e media – celebrano la fine degli stati nazionali e il loro scioglimento nell’UE e nel libero mercato globale, altri Stati – tra cui taluni della compagine UE – seguono nei fatti (cioè oltre le buone intenzioni dichiarate) le vecchie logiche del potere. E allora vien da domandarsi, in relazione a quegli Stati dell’UE, se questo post-colonialismo, vivo e proficuo, sia proprio senza significato, soprattutto per noi.

 Alla fine di maggio un importante settimanale olandese, l’Elsevier Weekblad, è uscito con una copertina in cui la gente del Nord Europa veniva presentata operosa, dinamica, al lavoro quasi spasmodicamente, mentre quella del Sud Europa tranquillamente sfaccendata, a godersi la vita al bar o in spiaggia. L’obiettivo, neanche troppo nascosto, era screditare l’Italia (dove, in effetti, politici e media erano piuttosto concentrati sulla necessità di riavviare proprio bar e spiagge). Qualcuno, in Italia, ha gridato allo scandalo e ha invocato le scuse ufficiali del governo olandese, che non sono mai pervenute. Se però si conoscesse un po’ di più la storia, si saprebbe che giudizi del genere, e anche più taglienti e impietosi, sono presenti da secoli nelle pagine della letteratura e della pubblicistica europea, a firma di autori celebri e illustri: davvero fuori luogo era la sicumera con cui Mario Monti asseriva di essere riuscito – lui – a recuperare la credibilità dell’Italia in Europa.

 Probabilmente la storia che quasi tutti oggi conoscono è quella dei rapporti italo-tedeschi durante la prima metà del Novecento: si può forse sostenere che siano stati solidali, leali, paritari? Ma allora questa storia, come quella delle grandi potenze europee dei secoli precedenti, in sé e in confronto dell’Italia, avrebbe dovuto consigliare, e tuttora consiglia, di usare la massima cautela verso l’UE, particolarmente verso gli Stati economicamente più forti e (loro sì) nazionalisticamente coesi.

 Nei rapporti internazionali – anche in quelli normati da Trattati nei quali i contraenti si assumono formalmente eguali – il criterio regolatore ultimo è consegnato alla misura della potenza degli Stati. Ma qual era la misura dell’Italia quando si decise il nostro ingresso nell’euro? Non occorre essere bocconiani per conoscere la risposta. Ma, al di là della retorica parolaica, questa misura è stata presente ai nostri dirigenti politici degli ultimi decenni? Mi verrebbe da pensare di sì; e allora il pensiero successivo è che noi siamo andati – e siamo – in Europa per ricevere prima che per offrire solidarietà. Questo, credo, sia stato il calcolo: l’euro avrebbe salvato il Paese costringendoci – e aiutandoci – ad allinearci; e BCE, Recovery Fund, Mes ecc. ci dovrebbero ora evitare il collasso economico.

 Sarà così? In ogni caso di questa deditio – la sottomissione volontaria all’UE e a chi per essa – pagheremo il prezzo, quasi fossimo un protettorato. L’Italia ha ceduto una parte significativa della propria sovranità; e gli italiani non se ne sono accorti. La cessione sta scritta nei Trattati approvati dal Parlamento italiano; ma sta ancor più nei fatti che hanno evidenziato il progressivo depauperamento dell’Italia. Che fare? La debolezza del Paese ha cause interne; e su queste occorrerebbe agire con lucidità, mettendo in fila un ordine di precedenze, anche se ciò dovesse implicare delle scelte impopolari. Se si vuole continuare con l’UE (e sarebbe da chiederlo anche agli italiani) senza esserne dominati l’Italia dovrà divenire un paese più forte e più coeso: incrementiamo la produzione – e non attacchiamoci ai soli consumi – e incentiviamo i nostri imprenditori, a cui non manca l’inventiva, affinché cessino dalla pratica della delocalizzazione. Guardiamoci attorno per individuare nuovi alleati o per recuperare con i più antichi. E corriamo un po’ meno dietro ai grandi dell’UE e cerchiamo di stringere con gli Stati europei di seconda fascia. Smettiamo di dirci “siamo un grande paese” e cominciamo a diventarlo. Molto del nostro futuro dipenderà dalla capacità di riallinearci sul piano internazionale. L’impressione è che la coperta europea – più fittizia che reale – troppe volte abbia offerto all’Italia l’occasione per fuggire dalle proprie responsabilità, smorzandone la volontà di iniziativa e di competizione e, soprattutto, offrendo ai governanti una comoda giustificazione dei loro insuccessi. E’ un argomentare noto e sterile, anzi un refrain: “ce l’ha chiesto l’Europa” oppure “non possiamo fare senza l’Europa”. Ma così non si sono risolti, e non si risolveranno mai, i nostri problemi.    

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