Ipotesi bad bank: come liberarsi dei canistracci OIL di Renato Pozzetto


23 Giu , 2020|
|Visioni

Bad bank. Banca cattiva. Il comparire di nuovi termini spesso indica cambiamenti sul piano storico e sociale. Questo è una di quelle espressioni che sbarca nel lessico italiano nell’epoca della crisi del debito sovrano.

Vale la pena di approfondire la questione perché il dibattito in seno alla Ue pare volto a creare nuovi enti dal nome altisonante: non bastando il MES, si aggiungono gli esotici SURE, BEI e il Recovery Fund, sontuosamente ridenominato Next Generation (ma sontuoso solo nel nome di stampo bizzarramente avveniristico, se è vero come affermato da un analista del pensatoio europeista Bruegel che ¾ dei suoi fondi arriveranno solo… nel 2023!); arriva molto defilata, pressoché in sordina invece la notizia riportata dalla agenzia di stampa Reuters, che la Banca Centrale Europea sta lavorando ad una bad bank per far fronte alla incombente crisi economica. Non ci sono conferme ufficiali, né è noto alcun dettaglio in merito, anche se viene detto che anche il MES darà un contributo. Una inchiesta del Sole 24-Ore la considera – consultando diversi analisi – una ipotesi ancora prematura ma probabile a lungo termine.

Prima di tutto: cos’è una bad bank e a cosa serve? Con tale termine ci si riferisce ad un fondo o istituzione finanziaria in cui vengono riversati crediti non buoni o deteriorati. Le attività finanziarie, ancora più dei beni dell’economia materiale (edifici, macchinari ecc.) possono cambiare velocemente il loro valore, passando nel giro di poco tempo da considerevole ricchezza a cumulo di spazzatura. Tutta la dinamica del profitto finanziario è basata su oscillazioni più o meno rapide dei prezzi, in quanto si realizza col lucro realizzato con la rivendita delle attività nel momento in cui il prezzo è più alto. Se si riesce a prevedere tali cambiamenti – comprando qualcosa che l’indomani raddoppia il suo valore – ci si può arricchire velocemente; se invece il prezzo crolla, ci si trova con un pungo di mosche in mano.

Tale dinamica viene comicamente evocata nella commedia italiana Mia moglie è una strega interpretata da Renato Pozzetto. In una scena il protagonista ammette di non aver nulla di suo, se non dei titoli che non valgono nulla, i Canistracci OIL. L’intervento magico della sua compagna però li fa crescere di valore in maniera smisurata, quindi il fortunato possessore avendoli acquisiti per (quasi) nulla si arricchisce incassando la differenza col valore acquisito dopo. Contrariamente ai due balordi operatori del film di cui uno non sa perché li compra (ma lo fa lo stesso), nella realtà il motivo è molto preciso e conosciuto : si compra per rivedere in previsione di una crescita ulteriore del prezzo, prima che questo crolli. Se l’operatore tira troppo la corda e il ribasso lo coglie impreparato rischia di fare la fine (metaforicamente) del povero Buzz Gunderson nel film Gioventù bruciata.

Ovviamente nella realtà esistono dinamiche assai più complesse, ma l’esempio indica come l’accumulazione finanziaria sia inseparabile dalla variazione dei prezzi, che provoca di necessità maggiore instabilità. Tanto più rischio quanto più margini di profitto: tale connessione racchiude tutte le contraddizioni susseguitesi nell’epoca post-2008, in cui il discorso ufficiale si è tanto incentrato sulla vigilanza e la regolazione per evitare il rischio di nuove fibrillazioni pericolose per l’economia, senza voler però chiudere davvero con l’accumulazione del profitto finanziario. L’uno non si può avere senza le altre e tale connessione irresolubile innerva tutta la filiera di tali dinamiche, sia che si tratti di istituzioni ramificate e complesse come l’inquietante e potentissimo fondo BlackRock che i broker più convenzionali dipinti dalle rappresentazioni filmiche: frenetiche telefonate, fronti imperlate di sudore, sguardi tesi e baldoria finale (se va bene).

Maggiori i rischi, maggiori i profitti. Dagli anni Ottanta le classi dirigenti hanno colposamente amplificato i rischi rimuovendo ogni genere di regolazioni limitative per lasciare campo libero ai guadagni; seppur gli economisti di area marxista sostengano che le crisi sono connaturate al capitalismo stesso, l’avanzare della finanziarizzazione le ha rese più frequenti e intense, tanto che il corso dell’economia mondiale degli ultimi 30-40 anni potrebbe essere descritta come una serie di crolli intervallati da periodi di respiro più o meno brevi (crisi del debito dei primi ’80, lunedì nero 1987; crisi messicana 1994; crisi asiatica e russa 1997-98; bolla delle dot-com 1999-2000; Grande Recessione 2007-08…).

Ancora più grave è stata la crescente interconnessione fra settori puramente finanziari ed economia materiale. Facendo diventare la finanza la fabbrica dei soldi attorno a cui tutto si muove, come satelliti intorno ad sole. O come (meglio) ad un buco nero. Che nel frangente del 2007-08 sembrava minacciare di inghiottire tutto: per evitare un crollo totale, occorreva fare i cosiddetti salvataggi (bail-out). Banche ed assicurazioni che avevano subito perdite superiori al proprio valore e che avrebbero dovuto logicamente fallire vennero soccorse a spese della collettività.

Lo Stato, prima considerato un arnese antiquato da riporre prudentemente in cantina, tornava in auge. In realtà gli Stati erano sempre i soggetti primari dei processi, ma coi salvataggi il loro ruolo squarciava il velo di menzogne: non erano scomparsi ma erano stati soggetti ad una cattura oligarchica, in modo da strumentalizzarli per dare luogo a processi che ne svuotano la effettiva democraticità interna e nella fase di crisi per salvare le banche too-big-to-fail (troppo grosse per fallire).

Ecco come spunta la strategia della bad bank: si dividono le attività buone e quelle «cattive» (cioè non remunerative), si spostano queste ultime in un altro soggetto, prendendone di buone in cambio, e il gioco è fatto. Un esempio tipico sono i crediti non-esigibili: nel contesto di crisi crescono coloro che non riescono a ripagare i propri debiti (chi aveva il lavoro lo perde, una azienda ben avviata ha un crollo degli ordinativi e simili). Ma chi accetterebbe di prendersi della carta straccia – anche temporaneamente in attesa che passi la tempesta? La risposta è semplice: lo Stato. La Ue ha autorizzato per il periodo fra 2008-2018 ben 3811 miliardi di euro di garanzie a favore delle banche (oltre ai contributi diretti di capitalizzazione, che sono invece 1471 mld). Tutto ciò non esaurisce il supporto fornito al settore finanziario (si pensi alla liquidità dei programmi della BCE),  le cui dimensioni sono indubbiamente più grandi.

Insomma al capitalismo finanziario piace fare il funambolo ma con la rete di protezione, e con una singolare asimmetria: se le cose vanno bene i profitti vengono assorbiti dal settore privato, mentre la pervasiva influenza di esso logora welfare e diritti; se vanno male scatta il welfare per i ricchi. Senza che vengano chieste adeguate contropartite che dovrebbero essere il minimo sindacale: il controllo effettivo delle strutture salvate con risorse collettive ed efficaci provvedimenti legislativi che impediscano il ripetersi di comportamenti nocivi. Invece nulla di ciò è stato fatto.

La incombente recessione globale dovuta alla crisi Covid-19 comporta evidentemente il rischio di crediti deteriorati, almeno secondo le previsioni del numero di imprese che chiuderanno (la CGIA sostiene che a fine anno potrebbero sparirne 100mila!); e dalle parti della BCE si sta prendendo la cosa sul serio, a giudicare da come suona lo studio comparso il 27 maggio scorso sul sito istituzionale: COVID-19 and non-performing loans: lessons from past crises.

Le lezioni che abbiamo apprese sono un po’ diverse da quelle che l’istituto di Francoforte raccomanderebbe. Intanto che una socializzazione delle perdite a fronte di nessun cambiamento correttivo è assurda e inaccettabile. In secondo luogo che tutta la narrativa sul fatto che lo Stato sarebbe diventato obsoleto a favore del mercato globale (o anche di diritti universali intesi al di fuori di ogni storicità, in termini puramente etico-morali) viene frettolosamente abbandonata quando sorgono i problemi, e qualsiasi progettualità politica che non metta in cima alla lista delle priorità il riprenderne il controllo o quanto meno ridemocratizzarlo è già votata allo scacco prima di fare la prima mossa.

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