L’America e noi


26 Giu , 2020|
|Visioni

La colata di vernice rossa sulla statua di Indro Montanelli, eretta a Milano nel giardino a lui dedicato, vorrebbe lasciarci intendere che un torto è stato vendicato, quello ai danni della piccola Destà, acquistata come un oggetto quasi novant’anni fa.

Ma anche se Montanelli non fosse mai partito per l’Africa, purtroppo, per Destà non era previsto alcun destino alternativo. E noi oggi (nonostante le buone intenzioni), in questa battaglia ottusa e sciocca ci serviamo della sua figura non tanto perché di lei ci importa davvero, ma perché ci fa comodo immaginarla oppressa dal maschio bianco, secondo un discorso che scimmiotta pedissequamente il dibattito americano: sembrerebbe più sincero riconoscere, invece, che Destà – la cui apertura vaginale era stata parzialmente chiusa per via chirurgica in età infantile – era in primo luogo oppressa dalla sua stessa cultura.

Nasconderci questo fatto è ipocrita; allo stesso tempo, utilizzare questo argomento per stabilire una gerarchia fra civiltà è razzista. Per evitare di cadere nella trappola basterebbe smettere di giudicare l’Altro secondo il nostro metro, atteggiamento che sottende un pregiudizio bianco molto radicato e insidioso, ovvero l’idea che l’Occidente debba essere la misura di tutte le cose. Allo stesso modo, sarebbe il caso di smettere di giudicare gli uomini del passato sulla base del nostro sentire presente: possiamo condannare le scelte dei nostri avi solo se valutiamo correttamente quale era il ventaglio delle loro scelte possibili. A Montanelli, volontario in Africa, quella di sposare una bambina africana non sembrava una scelta mostruosa come ci appare oggi: sposarla voleva dire anche occuparsi di garantirle vitto e alloggio, all’interno di un contesto in cui esistevano alternative ben peggiori. E la somma di denaro che egli versò al padre di Destà, le famose 500 lire, erano all’epoca per la famiglia della bambina null’altro che un risarcimento economico per la perdita di uno dei suoi membri. Ma non è per questo che Montanelli deve essere giudicato come individuo: la sua condotta in Africa era figlia di un’epoca intera, quella del delirio di onnipotenza imperialista, e verso i ragazzi avvelenati dalla propaganda fascista noi contemporanei abbiamo il dovere di non ergerci a paladini di virtù: sarebbe troppo facile per noi puntare il dito, adesso.

Ma la negazione furiosa di tutto ciò che non si adatta alle categorie della rivolta a buon mercato miete vittime da ogni lato della barricata: dopo Montanelli, persino Elvira Banotti è oggi sotto accusa.

La giornalista di origine eritrea che mise in difficoltà Montanelli nella famosa intervista fu a suo tempo una femminista radicale, di quel femminismo che oggi è bandito dai salotti buoni: il femminismo della differenza. Si tratta di un pensiero spaventevole per molti, perché esclude che ci possa essere libertà nella libertà di vendere il proprio corpo.

Elvira Banotti scriveva su Il Foglio, e Giuliano Ferrara ricorda come il suo punto di vista fosse “sempre imprevedibile, ma si poteva intuire infallibilmente che sarebbe stata lontana dalla banalità, dal correttismo maschile e femminile”.

Oggi a quanto pare la figura di Elvira Banotti, contraria allo ius soli e ostile al mondo omosessuale maschile, genera un pesante imbarazzo a quel finto progressismo di stampo liberale che conosce soltanto due modi di guardare al passato: la beatificazione e l’oblio. Il cortocircuito consiste nel fatto che se a Montanelli non si vuole concedere la cortesia della contestualizzazione, allora non la si può concedere nemmeno a Banotti, per via delle sue posizioni oggi ritenute inammissibili. Ma non sono affatto sicura che questo sia un buon affare: preferirei piuttosto guardare a entrambi con lo stesso distacco, sine ira ac studio.

Non proprio sine ira, a dire il vero, perché Montanelli ha rappresentato uno dei vizi tipici del nostro paese, quello identificato da Gramsci come il “sovversivismo reazionario” delle nostre classi dirigenti. Fin dall’inizio della storia d’Italia, infatti, si è visto come le classi al potere non disdegnarono affatto, in particolari momenti di crisi, l’utilizzo di strumenti extralegali per difendere il proprio potere in pericolo: fu il caso del fascismo. E ancora a metà degli anni Settanta, quando il più importante partito comunista del mondo occidentale avrebbe potuto vincere le elezioni in modo democratico, Montanelli si schierò con quelle forze che, con ogni mezzo lecito o meno lecito, si preparavano a neutralizzare l’eventuale vittoria comunista. Fu questo suo anticomunismo viscerale, che faceva premio su ogni considerazione di progresso civile e sociale, che fece la fortuna della sua carriera, insieme ai suoi indubbi meriti di scrittore, ed è soprattutto su questa base che Montanelli dovrebbe essere giudicato.

Fortebraccio, pseudonimo di Mario Melloni e famoso corsivista dell’Unità, una volta disse che nella sua lapide avrebbe voluto lasciar scritto: “Qui giace Mario Melloni, che amò per tutta la vita Montanelli e non smise mai di vergognarsene”; egli aveva come obiettivo satirico preferito quello che lui definiva montanellume nazionale, ovvero quella borghesia italiana retriva, reazionaria e ostile a qualsiasi cambiamento in senso democratico della società, di cui Montanelli era il più illustre cantore.

Ed è proprio alla memoria di questa qualità che venne eretta la statua di Montanelli: non lo si voleva certo ricordare per essere stato un colono bianco alla scoperta dell’Africa, bensì per essere stato uno dei vari paladini della crociata anticomunista in Italia. Ciò in cui Montanelli si distinse dai suoi contemporanei non fu l’abuso verso una bambina eritrea, ma la sua bravura nel difendere le ragioni della borghesia reazionaria: e dunque, nella battaglia contro i simboli dell’oppressione, i simboli bisognerebbe quantomeno conoscerli, per evitare di sbagliare clamorosamente bersaglio.

La figura del Montanelli scrittore, in tutta questa faccenda, è del tutto adombrata dalla figura del Montanelli colono: in questa operazione di riscrittura dozzinale della storia ciò che è in ballo non è tanto la storia individuale di un giornalista, ma la rimozione dei conflitti più radicati e dolorosi del nostro paese.

Ma ammettiamo pure di voler concentrare la nostra attenzione esclusivamente sull’esperienza coloniale di Montanelli, e facciamo finta, per un momento, che non tutti i soldati, in tutte le guerre, hanno sempre abusato delle donne. Verrebbe da chiedersi, a questo punto, come mai proprio adesso ci poniamo il problema.  

La tempistica, in ogni iniziativa politica, è un fatto di sostanza e non di forma: che la storia dell’Occidente sia una storia di soprusi e violenze e che la sua ricchezza grondi sangue e sofferenza altrui, questo lo abbiamo sempre saputo. Non ci volevano di certo i riots americani per insegnarcelo e risvegliarci dal sonno dell’innocenza: innocenti non lo siamo mai stati, e tantomeno lo siamo adesso, anche se una certa dose di ribellismo puerile sembra fornirci l’illusione di stare riscattando un passato atroce. 

Abbiamo partecipato fino a ieri, come fedeli alleaten, alla destabilizzazione politica di tutta l’area mediorientale, siamo stati corresponsabili di tragedie umanitarie senza precedenti in Somalia, Jugoslavia, Siria, Libano, Iraq, Yemen; ma verso questi crimini proviamo meno indignazione, e ciò perché in Italia (e in Europa) diventiamo via via sempre più incapaci di leggere il nostro presente se non a partire dalla realtà americana. La colonizzazione culturale statunitense è pervasiva al punto che anche quando vogliamo lottare contro uno dei principali crimini della civiltà occidentale, lo facciamo a partire dalle categorie che quella società ci impone. Ma il razzismo americano è molto diverso da quello che abbiamo sperimentato in Europa. Per non parlare dell’Italia, la cui avventura coloniale fu, nonostante la retorica imperiale, un umiliante buco nell’acqua per le velleità da grande potenza della classe dirigente crispina e poi fascista. In fin dei conti, certo per mera debolezza e non per mancanza di cattiveria o di avidità, gli italiani parteciparono meno degli altri alla spartizione coloniale e il nostro paese (a differenza di Francia, Olanda, Belgio, Inghilterra) non si arricchì a spese della popolazione nera. Inoltre, eccettuata la breve parentesi delle leggi razziali, non è esistito in Italia alcun regime di Apartheid; abbiamo semmai avuto una questione meridionale, e non una questione nera: l’idea di “privilegio bianco”, dalle nostre parti, ha avuto ben poca consistenza storica nei secoli passati.

L’agenda delle urgenze politiche, lungi dal riflettere la realtà, viene oggi stabilita a partire da quella americana: è così che, paradossalmente, sostenere una causa giusta ci allontana dalla soluzione dei problemi concreti, dal momento che perdiamo la capacità di individuarli. Abbiamo oggi una destra pericolosa e aggressiva, che ha costruito il suo successo elettorale recente sulla base della paura indotta nei confronti di un falso problema, quello dei migranti; questa nuova destra arrogante e immorale è ben diversa dal tipo di destra che Montanelli rappresentava, cancellata dal berlusconismo diversi decenni fa. Per questo motivo imbrattare la statua di Montanelli oggi è un anacronismo facile quanto futile, che ci illude di contare qualcosa, nella speranza di partecipare al sogno americano seppure in veste di antagonisti. Ma qui sta il problema, nel sogno americano che plasma non solo i nostri desideri ma anche i nostri incubi, e che non ci permette di pensare nulla che sia davvero alternativo ad esso.

Una pubblicità recente del supermercato Lidl, catena di hard discount nota per i prezzi competitivi dei suoi prodotti, recita “Anch’io”, promettendo ai consumatori di potere vivere l’american dream anche quando si è poveri.

Ecco: anche noi, nelle nostre lotte alla periferia dell’Impero, vorremmo essere come loro.

N.d.R.: articolo uscito su contropiano: https://contropiano.org/interventi/2020/06/25/il-sogno-americano-montanelli-e-noi-0129428

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