Diario di un centralinista


29 Giu , 2020|
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Vorrei portare la mia testimonianza in merito ad una situazione molto diffusa nel mare magnum del capitalismo neoliberista: la richiesta, da parte del datore di lavoro, di coinvolgimento emotivo.

Lavoro da poco più di tre anni in un call center nel settore automotive, per un’agenzia che offre questo servizio ad una casa madre di un marchio “premium”; ometterò per ovvie ragioni il nome dell’azienda e delle persone coinvolte. Quando ho iniziato questa esperienza ero convinto di essere entrato in paradiso, lavorativamente parlando: un contratto da 1 anno (con possibilità di trasformazione in tempo indeterminato), un inquadramento contrattuale onesto (1200€ al mese) e la promessa di un’azienda umana, attenta al dipendente.

Inizialmente le promesse sono state mantenute: in poco più di un anno mi è stato fatto un contratto a tempo indeterminato, sono stato invitato ad un weekend in albergo per festeggiare i 10 anni dell’azienda, in ufficio si è creato un clima molto amichevole.

In cambio di questi benefit la richiesta era passione nel lavoro, cosa non facile per un lavoro di call center, ma sia io che i colleghi abbiamo sudato sangue per far il successo dell’ufficio.

Come potete immaginare questo bel clima non è durato.

Piano piano, un passo alla volta, l’azienda cliente ha iniziato a chiedere sempre di più e (ovviamente) i nostri capi non hanno fatto altro che acconsentire, ringraziando, a qualsiasi tipo di richiesta. Negli anni si è creato un malcontento diffuso in ufficio e le risposte dei capi alle nostre lamentele per l’eccessivo carico di lavoro erano sempre pilatesche come “ragazzi dobbiamo resistere”, “è un picco, nei prossimi mesi il lavoro calerà”. Questo ovviamente non è mai accaduto, anzi i ritmi hanno continuato ad accelerare.

Nel frattempo i capi hanno iniziato a mettere zizzania tra i dipendenti, dicendo in privato ad ognuno che era la colonna portante dell’ufficio e che questo o quel collega non stava performando, chiedendo se fosse il caso di licenziarlo.

Ammetto con vergogna di essermi fatto abbindolare per anni; paradossalmente è stata la pandemia che, amplificando le tensioni a causa del drastico calo di fatturato, mi ha aiutato ad aprire gli occhi.

Non siamo andati in cassa integrazione, anzi il carico di lavoro è aumentato in maniera esponenziale, dato che quando i manager sentono il proprio posto a rischio iniziano a partorire nuove iniziative mal pensate. Ovviamente il fardello di mettere le pezze su questi processi cade sui dipendenti.

Il malcontento ha raggiunto il culmine all’inizio della fase 2, quando ci è stato detto che saremmo dovuti necessariamente rientrare in ufficio (nonostante la possibilità di fare smart working senza problemi) per poter giustificare una fattura di poche migliaia di euro all’azienda cliente.

Per me questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: ho quindi scritto una mail al mio capo ufficio spiegando (in maniera ferma ma educata) che era una cosa pericolosa e irresponsabile.

Da qui è iniziato il tracollo dei rapporti: prima una mail a tutto l’ufficio con minacce di sanzioni disciplinari se si fosse continuato a “spargere queste voci infondate”, una call registrata dal proprietario dell’azienda in cui si è vantato per 30 minuti delle meravigliose misure di sicurezza adottate dall’azienda (minacciando tra le righe il licenziamento di chi “rema contro”) ed infine una call con il mio capo ufficio in cui mi sono state tolte tutte le mansioni oltre a quelle più basiche e alienanti (mansioni che svolgevo volentieri, ma fuori inquadramento ovviamente).

Da lì una morsa restrittiva su tutti i colleghi, che ha sfociato nel demansionamento e mobbing di una collega, con anche una lettera di richiamo formale: le si rimprovera di essere andata via in lacrime dal luogo di lavoro, a seguito di una “riunione” col capo ufficio dove le è stato detto che se non riesce a tenere i ritmi di lavoro può licenziarsi, dato che è facilmente sostituibile.

Ho avuto molto tempo per riflettere su quali siano i motivi di questa forte pressione da parte dei nostri datori di lavoro, che ingenuamente si potrebbe attribuire alle pressioni di mercato causate dalla pandemia.

Ho realizzato che l’azienda si dipinge come generosa ed umana solo per indurre il dipendente ad investire emotivamente nel lavoro. Chi non sarebbe felice ad avere un clima molto amichevole con i colleghi, ad essere portato fuori a cena a spese dell’azienda?

Ma è proprio all’ombra di questa “generosità” che si nasconde il ricatto.

L’azienda ti porta fuori a cena, ma tu devi mantenere ritmi di lavoro folli per anni, senza tregua, con straordinari mai pagati, né banca ore.

L’azienda ti invita ad un weekend tutto spesato per festeggiare un anniversario importante, ma se l’ufficio prova a chiedere un aumento per tutti i dipendenti il capo dice che “gli aumenti si chiedono individualmente”.

E non c’è niente di più grave che protestare per un comportamento scorretto dell’azienda, perché questo dimostra che il dipendente non ha più fede in essa.

Perchè il rapporto di lavoro non è un rapporto tra eguali, il rapporto di lavoro è un rapporto fideistico tra una divinità e un fedele. E la cosa che spaventa di più una divinità è quando i fedeli iniziano a questionare la fede e realizzano che fatturare poche migliaia di euro non vale il rischio della salute di sei persone.

Chi scrive è poi rientrato in ufficio, ma non ha retto nemmeno una settimana. Ha avuto un violento attacco d’ansia ed è stato portato via in ambulanza.

Spero che questa testimonianza possa essere d’aiuto ad altri che si trovano nella medesima situazione: non siete soli, non siete inadeguati, vi stanno facendo una violenza.

AC

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