L’alba della Ue. Il punto di vista del sindacato francese CGT nel 1957


3 Lug , 2020|
|Visioni

Presentiamo la traduzione dell’intervento di Benoît Frachon, segretario generale del sindacato CGT sulla istituzione del Mercato Comune in occasione del congresso della Federazione Sindacale Mondiale del 4-15 ottobre 1957. Com’è noto, in tale anno ebbe luogo il primo passo istituzionale del processo di integrazione europeo che 45 anni dopo avrebbe prodotto la Ue: il Mercato Comune fra i sei paesi promotori: Francia, Germania, Italia, Belgio, Lussemburgo, Olanda.

Contrariamente ad oggi, in cui i sindacati italiani più importanti fanno a gara nel dichiararsi europeisti mettendo le loro brave bandierine sulle loro sedi con uno zelo degno di miglior causa (tipo gli interessi dei propri iscritti…), negli anni Cinquanta il dibattito delle sigle più vicine ad una prospettiva socialista appariva assai più vivo e più preoccupato degli effetti di un Mercato Comune diretto dai settori economici dominanti. Anche oggi sarebbe indispensabile riprendere un dibattito dotato di rigore e franchezza in nome del benessere della base lavoratrice e al di fuori di miti oramai privi di forza propulsiva.

Buon giorno a tutti, vorrei limitare il mio intervento a due punti su cui mi sembra necessario portare un contributo per il loro approfondimento.

Il primo è il Mercato Comune di sei paesi europei.

Ad un primo sguardo, tale questione pare interessare più peculiarmente i sindacati dei paesi del Mercato Comune. In realtà essa solleva problemi che hanno una valenza internazionale.

La CGT francese si è pronunciata all’unanimità contro il Mercato Comune senza remissione.

Ciò nonostante i promotori di tale mercato hanno fatto molta propaganda per presentarlo come una riforma progressista, un mettere in comune le risorse di Germania, Francia, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo come un mezzo per migliorare la sorte dei popoli di tali paesi.

Tale propaganda nasconde delle mire assai differenti.

Il Mercato Comune fa parte di un insieme di misure concepite e messe in atto dagli imperialisti americani per perseguire i loro obiettivi di dominio mondiale.

I sei paesi interessati fanno parte di quella macchina da guerra che è la NATO che è già sfociata nella creazione di numerose basi militari americane in Europa, nella militarizzazione a oltranza dei paesi membri, nella imposizione di oneri militari schiaccianti, nella rimilitarizzazione della Germania dell’ovest.

Solo in Francia ci sono un milione e duecentomila uomini in armi, più che in qualsiasi tempo di pace, anche più che immediatamente prima dello scoppio della Seconda Guerra mondiale. Ciò sarebbe già sufficiente per rigettare e combattere tale forma di messa in comune di risorse e di mezzi di produzione.

Ma non è la sola ragione.

Il Mercato Comune costituisce di fatto un grave pericolo per le economie nazionali dei paesi più deboli e una minaccia non meno grave per i lavoratori dell’insieme di essi. Contrariamente a ciò che affermano i promotori, il Mercato Comune non fa sparire le contraddizioni interne del regime capitalista. Tali contraddizioni si esprimono già nel nostro paese attraverso i timori espressi da alcuni dirigenti d’industria o di aziende minacciata dalla concorrenza di industrie simili di altri paesi, appartenenti al Mercato Comune ma in posizione di maggior forza. Il Mercato Comune non può favorire lo sviluppo economico di tutti i paesi interessati, non può che sboccare nell’egemonia dei capitalisti e dei monopoli più potenti, in questo caso i monopoli tedeschi strettamente associati a quelli statunitensi.

L’importanza internazionale di tale questione risiede specialmente nei mezzi impiegati dai settori economici dominanti e dai governi, che conducono le loro politiche per farle approvare dalle masse popolari e dalla classe operaia, ma esse costituiscono un vero tradimento degli interessi nazionali della maggior parte dei paesi che vi partecipano. Ciò che interessa i lavoratori di tutti i paesi sono i mezzi che tali settori e governi usano per offuscare la coscienza di classe dei lavoratori e praticare una politica reazionaria cercando di imbellettarla con la virtù del progresso, usando o facendo usare ai dirigenti di organizzazioni sindacali un gergo presuntamente socialista. È così che la concentrazione sempre più spinta dei mezzi di produzione nelle mani di settori sempre più ristretti, l’espropriazione o la sparizione di piccole e medie imprese a vantaggio di grandi capitalisti sono presentati come mezzo di arricchimento del popolo e di miglioramento della situazione della classe lavoratrice.  I proprietari di  miniere della Germania ovest ce ne hanno appena dato l’esempio col recente aumento del prezzo dell’acciaio in Francia.

Ricordo che il polo di carbone-acciaio che era volto, a detta dei suoi promotori, ad una riduzione dei prezzi, ha provocato al contrario un aumento del 30% di essi.

Il rafforzamento dell’oligopolio significa un dominio più saldo dei capitalisti sullo Stato e l’uso del suo apparato contro le libertà e i diritti della classe operaia. Il Mercato Comune prevede la libera circolazione dei lavoratori nei sei paesi interessati. Questa ci viene presentata come una grande conquista sulla via della libertà, una specie di premessa alla soppressione delle frontiere. La verità è assai più prosaica.

Per opporsi alle rivendicazioni della classe lavoratrice, per ridurre i salari reali, imporre giornate di lavoro più lunghe e condizioni più dure, i capitalisti hanno bisogno di un esercito di riserva di disoccupati.La cosiddetta libera circolazione dei lavoratori permetterà loro di usare tale esercito a loro agio, trasportandolo da un paese all’altro secondo il bisogno.

Per quel che riguarda il livello di vita dei lavoratori, coloro che cercando di nascondere il reale obiettivo del Mercato Comune affermano che i salari e le condizioni sociali saranno livellate verso l’alto. Ma come ricordava il compagno Di Vittorio, è al livellamento verso il basso che si orientano i capitalisti di tutti i paesi. Da noi in Francia, ben prima che il Mercato Comune sia stato votato dal Parlamento, il padronato rispondeva alle richieste di aumenti salariali formulate dai sindacati con la necessità di fare fronte alla concorrenza del futuro Mercato Comune e facendo pesare la minaccia di disoccupazione.

Da noi i dirigenti socialdemocratici di destra così come i riformisti ed i sostenitori di una collaborazione delle classi nei sindacati presentano il Mercato Comune come una conquista del socialismo.

Una più grande centralizzazione dei mezzi di produzione, una divisione del lavoro più spinta, a una scala più grande, è presentata da essi come una via aperta verso il socialismo.

Ma lo sviluppo della forma sociale del lavoro come una più grande concentrazione della proprietà privata dei mezzi di produzione non è socialismo. Vi manca una semplice, piccola cosa: la trasformazione della proprietà privata dei monopoli in proprietà collettiva. Ma ciò non si realizza con dissertazioni meramente teoriche, né con appelli alla buona volontà dei proprietari, né con una collaborazione con essi nella speranza di far loro abbandonare benevolmente in tutto o in parte i loro privilegi.

Non è per realizzare il socialismo che i monopoli ed i governi dei sei paesi hanno messo in piedi il Mercato Comune, né per avviarsi un poco in tal direzione. Non solo nessuno di tali governi è socialista, ma nessuno di essi si regge su larghe masse popolari. Allora, se si pensa che la liberazione della classe lavoratrice esige una lotta accanita contro i settori oligopolistici, si ammetterà che è un modo singolare di preparare la lotta e di volgersi verso la vittoria cominciando a rafforzare il nemico!

Questa presentazione del Mercato Comune europeo come progresso non  una novità.

Per più di trent’anni abbiamo visto delle discussioni simili a quelle odierne, che si svolgevano a proposito di una concezione allora fatta circolare in taluni ambienti operai sugli Stati Uniti d’Europa. Questa si era arenata nella confusione dei suoi sostenitori ai quali era stato agevole mostrare che non era possibile sviluppare un dibattito su tale soggetto senza occuparsi di ciò che sarebbero questi Stati uniti d’Europa, cioè capitalisti o socialisti. Nel primo caso non è possibile  concepire che possano essere sopravanzate le contraddizioni interne del regime capitalista.

È possibile che i capitalisti di diversi paesi cerchino di superare le loro difficoltà crescenti stabilendo delle alleanze, del genere del Mercato Comune. Queste non possono sboccare in qualche forma di progresso sociale e economico se non rafforzando i settori dominanti e – in una misura limitata, attenuandone le contraddizioni che riemergono però a scala più ampia, di livello internazionale.

Negli organismi del Mercato Comune, i settori dominanti e i rispettivi governi hanno riservato spazi ai rappresentanti dei sindacati – non a tutti, ma solo a coloro che sostengono il Mercato Comune, e ciò indica che non ci tengono ad avere nelle loro altezzose riunioni degli autentici rappresentanti della classe lavoratrice che denuncino i loro maneggi e informino i lavoratori della realtà delle cose. Gli stessi delegati delle sigle sindacali ammesse si lamentano che non si offra loro che uno strapuntino. Ma i settori dominanti non hanno bisogno di rappresentanti del mondo del lavoro nelle loro attività di brigantaggio, se non per ingannare e fare da paravento.

Occorre dare una prova notevole di ingenuità per credere che nell’ambito del Mercato Comune in quelle riunioni di rapaci non ci si sbarazzerà con facilità dell’opinione dei sindacati.

Nella lotta delle classi operaie in Francia abbiamo un famoso esempio di questo genere di collaborazione fra borghesia e classi lavoratrici. Nel 1848 esse rovesciarono il potere assoluto con un’azione rivoluzionaria, mentre la borghesia scippò questo risultato prendendo il potere per se stessa. Ma doveva anche far credere alla sua volontà di collaborare con la classe operaia. Istituì così una Commissione alla testa della quale venne piazzato un ben noto socialista opportunista, Louis Blanc, il quale acconsentì a fornirle tutte le garanzie. Tale commissione non aveva altro potere che di discutere, mentre la borghesia, con il Governo e Parlamento in pugno, votava leggi antioperaie, organizzava la repressione contro i lavoratori, assicurava i privilegi mentre questa commissione Luxembourg pontificava tutto il giorno sui diritti dei lavoratori, il che disorientò e scoraggiò la classe operaia.

Noi siamo convinti della necessità imperativa per i sindacati e lavoratori dei sei paesi del Mercato Comune di unirsi per difendersi contro le nuove minacce rappresentate da questa nuova istituzione. Essi non hanno bisogno di una Commissione Luxembourg ma di una solida unità d’azione.

Siamo anche convinti che tale unità permetterà nuove conquiste sociali. I lavoratori dei sei paesi della piccola Europa hanno molte rivendicazioni comuni  e lottano già nei loro paesi per farle trionfare. Il Mercato Comune, l’unione dei settori dominanti per sfruttarli assieme sarà un elemento ulteriore per far comprendere che tale unità d’azione è possibile e necessaria; siamo decisi a porre in essere tutto ciò che è necessario per realizzarla sulla base delle lotte contro i settori che si uniscono nel Mercato Comune; abbiamo stabilito qualche contatto con sindacati della Repubblica Federale Tedesca. Faremo ogni sforzo per consolidarli ed estenderli, cercando di coinvolgere i sindacati tedeschi in azioni comuni. Ma non nutriamoci della pericolosa illusione di poter addomesticare questa macchina infernale, forgiata dai settori dominanti sull’iniziativa degli imperialisti americani che è il Mercato Comune.

L’interesse dei lavoratori di tutti i paesi del Mercato Comune è di combattere per la distruzione di esso, e non pensiamo che il fatto che sia già stato votato dal Parlamento sia una ragione valida per abbandonare la lotta per liquidarlo. Non pieghiamo il capo dinnanzi al fatto compiuto. Sappiamo che una parte del popolo francese, ingannato o male informato, reagirà contro le conseguenze inevitabili di tale Mercato Comune.

In ogni caso la CGT francese continuerà la sua lotta non soltato assieme alle classi operaie, ma appoggiandosi su tutte le forze nazionali che vogliono salvaguardare l’indipendenza del nostro paese e assicurare lo sviluppo della sua economia nazionale.

(Cahiers internationaux, Novembre 1957, n° 90; 9 annata, pagine 91-94.)


Traduzione a cura di Matteo Bortolon

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