Bruce Lee: l’ultimo dragone cinese


5 Lug , 2020|
|Sport

Iconico, irriverente e fuori dagli schemi: questo era Bruce Lee. Un personaggio che fu un unicum in tutto quello che fece in vita. Molto si disse della sua vita e un alone di mistero ricopre ancora la sua prematura morte nel 1973; il suo personaggio incise profondamente nelle arti marziali e nella cultura occidentale del tempo. Cosa lo rese un’icona mondiale del combattimento e un’arma letale di 60 kg?

Io sono Bruce Lee

Bruce Lee nacque a San Francisco nel 1940. Gran parte della sua gioventù la visse tra la sua città natale e Hong Kong. Lee era un concentrato di cultura cinese e americana; alle arti marziali ci arrivò quando conobbe colui che poi divenne suo maestro: Yip Man, dal quale apprese l’arte del Wing Chun.

A Hong Kong rimase fino al 1959 anno in cui tornò in America.

Fu nel continente americano che Lee divenne quello che tutto il mondo poi conobbe.

Nelle ore in cui non lavorava, studiava nuove forme di allenamento e di potenziamento fisico. Cominciò a mescolare allenamenti di fitness, forza e resistenza muscolare, resistenza cardiovascolare e flessibilità; il suo punto fermo erano le facoltà mentali dell’atleta, cioè dare a esse  una buona preparazione erano le basi fondamentali per la riuscita del combattente.

Era un vero e proprio alchimista che non aveva paura di aprirsi alle innovazioni; queste innovazioni lo portarono in contrasto con la comunità cinese del tempo in America.

L’idea di Lee era quella di aprire l’insegnamento delle arti marziali anche agli occidentali che fino a quel momento non sapevano molto di questo campo.

I cinesi americani non volevano questo, non volevano insegnare i loro segreti a una comunità che nei loro confronti era fortemente razzista: per questo motivo Lee andò in contrasto con loro, poiché credeva al contrario che insegnare la cultura cinese agli occidentali avrebbe abbattuto il razzismo nei loro confronti. Aprì una palestra a Los Angeles e lì cominciò a insegnare le arti marziali.

A lui non interessava s’eri bianco, nero, giallo o turchese; Lee  insegnava solo a chi fosse interessato. Sono gli anni in cui il piccolo drago studiava e praticava diversi sport.

Perché questo? Semplice: oltre a essere una persona curiosa, un combattente nato, era anche nel mezzo di una costruzione di una nuova arte marziale. Praticò la boxe amatoriale, era attratto dalla tecnica pugilistica e poi alcuni passi rudimentali della scherma.

Lee cominciò a farsi conoscere nel mondo delle arti marziali. Il suo pensiero innovativo che mischiava precetti della filosofia orientale con quella occidentale lo ponevano in anticipo sui tempi.

L’influenza di questo suo nuovo modo di concepire le arti marziali coinvolse molte persone. Nei campionati locali si accalcavano molte persone a seguire le sue prestazioni atletiche: ormai era un nome conosciuto in quel mondo.

La svolta che lo rese una vera e propria icona fu nel 1964, quando in una dimostrazione al campionato nazionale di karate tenutosi a Long Beach, William Dozier produttore della serie tv Batman, lo vide all’opera  e lo volle a tutti costi.

Rimase impressionato dalle flessioni su un pollice e l’indice e dal suo famoso  pugno a un pollice. Dozier lo invito a un’audizione, che all’inizio Lee snobbò, ma la moglie lo spinse ad andare e così ottenne una parte nella serie TV che lo fece conoscere al mondo intero: Il Calabrone Verde.

Nel 1965, la comunità cinese di Oakland sfidò Bruce per il diritto di insegnare le arti marziali ai non cinesi; per rimetterlo al suo posto i tradizionalisti cinesi mandarano un uomo a combattere contro di lui: Wong Jack Man.

Lee all’inizio voleva evitare uno scontro che riteneva inutile ma la comunità di Oakland mandò degli uomini alla palestra che gli diedero un ultimatum: o combatti o chiudi.

A quel punto Lee decise di sistemare la questione come solo sapeva fare: combattendo.

Le condizioni erano chiare: se avesse perso, avrebbe dovuto smettere di insegnare le arti marziali. In tre minuti Bruce fece fuori Jack Man e continuò a insegnare.

Fu in quel momento che Lee capì che le arti marziali classiche non facevano per lui, perché ci aveva messo troppo tempo per metterlo al tappeto. Rimise tutto in discussione e gettò le basi del Jeet Kune Do.

Nei suoi scritti personali disse chiaramente: “il mio stile è un mix tra la scherma occidentale, la boxe e il wing chun”. Attinse molto anche dal pugilato: probabilmente considerava la boxe più realistica dal momento che si davano colpi veri.

Iniziò a guardare incontri di molti pugili famosi, cercando di studiare il loro gioco di gambe. Da Jack Dempsey prese l’importanza di avere un buon Jab e molte cose sull’allineamento del corpo, ad esempio; aveva anche una collezione privata di incontri di pugilato, ma le sue pellicole preferite erano quelle su Muhammad Alì.

Studiò meticolosamente lo stile di Alì, dal quale era affascinato. Si dice che, quando gli amici chiedevano del perché avesse così tanti video di Muhammad Alì, Bruce Lee, con la solita sfrontatezza che lo contraddistingueva, rispondesse che un giorno avrebbe combattuto contro di lui. Quello studio accurato dette il via a un approccio a 360’ che nel 1966 diede come risultato l’idea di una nuova arte marziale forgiata da lui: il Jeet Kune Do (la via del pugno che intercetta).

Entrato nel mondo del cinema con il ruolo di Kato nel Calabrone Verde, Bruce Lee riscosse un enorme successo: tutti i ragazzi adolescenti volevano essere il personaggio interpretato da Bruce Lee e non il protagonista della serie.

Dal 1966 al 1969 ottenne diversi ruoli in serie come Batman e Ironside.

In seguito a quel successo produttori e registi cinesi lo richiamarono in patria per dirigerlo in film che lo avrebbe consacrato come artista marziale di celebrità internazionale.

Girò film come Il furore della Cina colpisce ancora, Dalla Cina con furore che riscossero molto successo in patria. Nel 1972 scrisse e diresse il film che lo consacrò a livello internazionale: L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente.

Girato interamente a Roma, nel film fece la sua comparsa anche Chuck Norris in una scena, quella girata dentro il Colosseo, che divenne la più mitologica, tra quelle di arti marziali, della storia del cinema.

Durante lo scontro, Lee sfruttò l’occasione per dimostrare al mondo intero la superiorità della sua arte marziale appena concepita; all’inizio del match usò il kung fu, ma si dimostrò inefficace contro il suo avversario.

Il momento di svolta avviene quando cambiò stile, usando il Jeet Kune Do che lo portò alla vittoria del match.

Nel 1973, quindi, girò il suo ultimo film: I 3 dell’operazione Drago, uscito postumo.

Il Bruce Lee maestro aveva una visione olistica, che metteva assieme filosofia e combattimento. Era un autentico pensatore, leggeva e studiava molto; possedeva inoltre una libreria immensa e in ogni suo libro c’erano annotazioni su cosa andava bene e cosa no.

Il libro simbolo del suo pensiero era  La mia via al Jeet Kune Do.

Le sue opere erano buone letture ma in sostanza erano annotazioni; Bruce Lee sezionò la maggior parte dei filosofi cinesi e attraverso la concezione delle arti marziali li fece arrivare alle persone.

La filosofia che lui plasmò consisteva nel poterla applicare in ogni giorno della propria vita. Nelle arti marziali introdusse il radicalismo e espose l’ideologia della controcultura destando interesse per tutte le discipline orientali; in seguito Lee aprì una scuola ad Hollywood dove ebbe come allievi star del cinema e del mondo dello sport: i suoi allievi più famosi furono James Coburn, il cesistita Kareem Abdul Jabbar, Steve McQueen, Sharon Tate e suo marito Roman Polanski.

Lee volle proprio il leggendario giocatore dei Lakers nel film Game of Death (in italiano L’ultimo combattimento di Chen), come ultimo avversario nella pagoda per rappresentare l’essenza del Jeet Kune Do.

Molti furono anche i combattenti professionisti che si rivolsero a lui per affinare la sua tecnica: Joe Lewis, Bob Wolf e Chuck Norris furono alcuni dei nomi di grido che ebbe come allievi. Lee voleva i migliori per renderli ancora più forti.

Bruce Lee fu un autentico rivoluzionario, cambiò in soli dieci anni le arti marziali in tutte le loro sfaccettature ed introdusse la filosofia orientale nel mondo sportivo occidentale.

Lee fu il padre delle arti marziali miste e il Jeet Kune Do, se non fu il padre della MMA (Mixed Martial Arts), fu la prima arte a mettere insieme varie discipline e a praticarle. Quando si pensa a Bruce Lee, non si pensa a un combattente asiatico ma a un’eredità.

Quando si vedono le sue mosse, si pensa a un trucco della cinepresa, ma non era così.

Lee fu l’eroe della comunità asiatica, l’equivalente di Muhammad Alì, perché esprimeva lo stesso estremismo: misticismo e potenza incredibile.

Lee faceva cose fuori dal normale: un piccolo cinese che diventò il più grande marzialista di tutti i tempi. Lo stile, la mimica facciale e le sue frasi… Bruce Lee è stato l’ultimo dragone cinese.

La sua vita può essere riassunta in una sua famosa massima: “Non essere un’unica forma, adattala e costruiscila su te stesso e lasciala crescere: sii come l’acqua. Libera la tua mente, sii informe, senza limiti come l’acqua. Se metti l’acqua in una tazza, lei diventa una tazza. Se la metti in una bottiglia, lei diventa una bottiglia. Se la metti in una teiera, lei diventa la teiera. L’acqua può fluire, o può distruggere. Sii acqua, amico mio.”

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